Giuseppe Zanda

Medico psichiatra psicoterapeuta

Dr. Giuseppe Zanda, psichiatra psicoterapeuta. Via Consani 80, Lucca.

Sito web che raccoglie pubblicazioni e interventi svolti negli ultimi anni. Gli articoli sono a carattere scientifico e divulgativo.

UN CAPITOLO POCO CONOSCIUTO DELLA STORIA DELLA PSICOANALISI: FRITZ WITTELS E IL CULTO DELLA “DONNA BAMBINA” NELLA VIENNA FIN DE SIÈCLE

Giuseppe Zanda

 

PREMESSA

Quando la psicoanalisi iniziò a mettere radici a Vienna, Vienna iniziò a mettere radici nella psicoanalisi.
G. MAKARI, 2008.

Lo studio di una parte della vita di Fritz Wittels, uno dei primi e dei più dimenticati seguaci di Freud, ha fornito lo spunto per questo lavoro, il cui scopo è cercare di dare una risposta alle due seguenti domande: in quale misura le mode culturali relative alla sessualità e alla vita sessuale presenti nella borghesia della Vienna fin de siècle influenzarono la nascita e lo sviluppo della psicoanalisi? Per quale motivo e in che modo Freud e il movimento psicoanalitico occultarono le derive teoriche e le trasgressioni comportamentali, legate a quelle mode, di molti tra i primi psicoanalisti?  
    Il periodo della vita di Wittels che andò dal 1906 all’inizio della prima guerra mondiale costituisce un esempio significativo di come le idee che circolavano all’interno del neonato movimento psicoanalitico viennese costituirono, almeno per alcuni dei suoi partecipanti, la giustificazione teorica di un certo stile di vita. Questo perché in realtà la psicoanalisi, pur essendo sostanzialmente nata dalla testa di un singolo uomo, fece la sua comparsa in un’epoca in cui il modo in cui gli europei vedevano se stessi stava drammaticamente cambiando per l’influenza delle tante teorie in competizione tra loro, prodotte dai terremotati campi della filosofia, della scienza e della medicina (Makari, 2008).
    Per questo articolo sono state utilizzate principalmente due fonti bibliografiche: l’autobiografia di Wittels, pubblicata con il titolo Freud and Child Woman. The Memoirs of Fritz Wittels (Freud e la donna bambina. Ricordi di Fritz Wittels) a cura di Edward Timms, non ancora tradotta in italiano, d’ora in poi citata come Ricordi (Timms, 1995), e i primi due volumi dei Dibattiti della Società psicoanalitica di Vienna, curati da Herman Nunberg e Ernst Federn, d’ora in poi citati come Dibattiti, dei quali solo il primo (relativo agli anni 1906-1908) è stato pubblicato in italiano (Nunberg e Federn, 1962; Nunberg e Federn, 1967).
L’autobiografia, che Wittels scrisse nei primi anni Quaranta del secolo scorso, fornisce un vivido resoconto del complesso intreccio di rapporti umani e di idee innovative e contrastanti, che fornirono il materiale con cui gradualmente si forgiarono la dottrina psicoanalitica e i suoi adepti e riveste un particolare interesse proprio per il fatto che i contesti sociale, politico, artistico, letterario e scientifico nei quali si sviluppò il movimento psicoanalitico vengono descritti in prima persona.
    In questo articolo, tuttavia, la riflessione è stata focalizzata soprattutto su un aspetto misconosciuto e nascosto della storia della psicoanalisi: il peso e il significato che ebbe per Freud e per i suoi primi seguaci il breve e intenso rapporto amoroso e sessuale tra il giovane psichiatra Wittels e la “donna bambina” Irma Karczewska, una delle “dolci ragazze” (le Süsses Mädel di Schnitzler), spezie dell’eros cittadino, che in quegli anni allietarono la vita dei borghesi viennesi.

 

INTRODUZIONE

Benché Vienna si sentisse anch’essa città d’arte, anzi la città d’arte par excellence, l’atmosfera che vi regnava era completamente diversa. E in effetti essa non era tanto la città dell’arte, quanto piuttosto della decorazione par excellence. In sintonia con il suo decorativismo, Vienna era allegra, di un’allegria spesso frivola.
H. BROCH, 1964.

Alla fine del diciannovesimo secolo nel moribondo frammentato Impero austro-ungarico e nel neonato potente Impero prussiano due questioni si imposero in modo ineludibile: la “questione sociale”, legata ai problemi determinati dalla nascita del proletariato industriale, e la “questione sessuale”, legata all’esigenza delle donne di ottenere parità di diritti nell’amore, nel matrimonio, nella professione e nella società (Wagner, 1982).  
    Assieme al problema della donna, l’opinione pubblica dell’epoca non poté ulteriormente negare l’esistenza dei problemi connessi all’erotismo e alla sessualità, le due “malattie della civiltà”, che divennero il centro di accesi dibattiti in ambienti governativi, giuridici, medici e artistici. La “questione sessuale” diede naturalmente origine a una serie di interrogativi sull’importanza dell’elemento femminile nella civiltà. Di conseguenza la dominante cultura maschilista di quegli anni sviluppò come reazione difensiva un’aperta misoginia, intesa non tanto come odio verso la singola donna quanto come odio verso l’elemento femminile nella civiltà, cui si contrapposero idee totalmente contrarie, che idealizzavano e idolatravano l’aspetto femminile (Wagner, 1982).
    Nell’Europa di questo unico periodo storico, noto anche come fin de siècle o come Belle Èpoque, Vienna ebbe un destino del tutto particolare. Infatti, come ha efficacemente sintetizzato la Wagner (1982) «È a Vienna che il giovane filosofo Otto Weininger esprime in modo radicale l’ostilità verso le donne, ma è pure a Vienna che il cantore dell’anima femminile, Peter Altenberg, dà lirico sfogo al suo entusiastico elegio delle donne. Qui Sigmund Freud trova la via della psicoanalisi osservando la sofferenza delle pazienti “isteriche” e qui Arthur Schnitzler si dedica a un’accurata diagnosi del destino femminile; qui Felix Salten scrive il primo romanzo pornografico in lingua tedesca che abbia un rilievo letterario, qui Gustav Klimt visualizza lo spirito erotico del tempo attraverso sensuali ritratti femminili ed è ancora a Vienna che Karl Kraus partecipa [...] al dibattito sulla natura e sulla cultura della donna, sul ruolo dell’erotismo e della sessualità nella società [...]».
    Vienna era un crogiuolo di cultura e di ideali contrastanti. Nei Ricordi Wittels annotò: «Dall’inizio del diciannovesimo secolo Vienna fu una mescolanza di cattolicesimo, monarchia centralista e ideali della rivoluzione francese, che infiltravano la società contro il volere della Chiesa e del governo. Questi ideali erano in qualche modo repressi, ma fondamentalmente costituivano una parte essenziale di ogni persona intelligente a Vienna» (Timms, 1995, p. 17).
    Ma Vienna era anche una città che, in quei decenni di crisi politica, economica e militare dell’Impero austro-ungarico, si scoprì «allegra, di un’allegria spesso frivola» (Broch, 1964, p. 66). Lo scrittore Stefan Zweig così la ricordò nella sua autobiografia: «Vienna era, tutti lo sanno, una città gaudente, ma che cosa è la cultura se non trarre con le lusinghe dell’arte e dell’amore dalla materia grossolana della vita ciò che essa ha di più bello, di più tenero e raffinato? In questa città, dove si era buongustai in senso culinario e molto ci si occupava di un buon vino, di una birra frizzante, di ghiotti dolci e torte, si era poi pretenziosi anche in altri e più sottili godimenti. Far della musica, ballare, recitare, comportarsi con gusto costituiva a Vienna una vera arte» (Zweig, 1941, p. 19).
    Come lo stesso Zweig scrisse ne Il mondo di ieri a Vienna «il miglior centro di cultura per ogni attività rimaneva tuttavia il caffè» (ibid., p. 38) e Fritz Wittels, giovane medico poco impegnato nella professione privata, fu un assiduo frequentatore dei caffè della sua città, dei quali nei Ricordi fornì la suggestiva descrizione che segue: «Molto è stato detto sui caffè di Vienna. C’erano caffè in Francia e in Italia, ma non erano uguali. Il caffè viennese era un luogo spazioso, decorato con modestia, arredato con tavoli di marmo lunghi o rotondi (senza tovaglia in nessun caso), panche imbottite e sedie comode. Tavoli da biliardo, la possibilità di giocare a carte, scacchi e scacchiere erano disponibili nell’aria densa, piena di fumo di tabacco, ma senza musica. Tutti i clienti erano conosciuti dai camerieri, e chi non lo era veniva riconosciuto come straniero. I clienti andavano e venivano alla stessa ora tutti i giorni. L’ordine doveva prevalere. Ogni volta che era possibile i clienti usavano lo stesso tavolo e per ospiti particolari come Kraus il tavolo veniva riservato» (Timms, 1995, pp. 52-53).
I caffè erano i luoghi privilegiati degli incontri tra Wittels e Karl Kraus negli anni della loro amicizia. Nei caffè Kraus indottrinava Wittels sulla sua concezione della donna e della vita sessuale fino alle prime ore dell’alba così che la mattina dopo il giovane psichiatra riusciva a fatica a andare a lavorare in ospedale. Ricordando quel periodo Wittels riconobbe che «La mia libido era scissa tra Kraus e la medicina, e temo che iniziai a trascurare i miei doveri di medico» (ibid., 1995, p. 52).   
Nella Vienna fin de siècle anche il mondo scientifico fu interessato, molto più che nel passato, allo studio delle problematiche riguardanti la condizione della donna e la vita sessuale.
Nel 1886 Richard Krafft-Ebing (1840-1902), dal 1889 titolare della Cattedra di Psichiatria all’Università di Vienna, pubblicò la prima edizione del libro Psychopathia sexualis, nel quale per la prima volta venivano prese in esame le diverse forme di perversione sessuale. Nel 1900 lo psichiatra tedesco Paulus Julius Möbius (1853-1907) pubblicò il discusso saggio L’inferiorità mentale della donna (letteralmente Sulla deficienza mentale fisiologica della donna; lo stesso Möbius, nella prefazione alla terza edizione del suo saggio, stigmatizzò l’espressione “inferiorità mentale” in quanto evocatrice di un significato di disprezzo).
Nel 1903 Otto Weininger (1880-1903) pubblicò Sesso e carattere, un libro corposo nel quale “dimostrava” che le donne e gli ebrei non possedevano un sé razionale e morale e che, perciò, non meritavano e non avevano bisogno dell’uguaglianza con gli ariani né della semplice libertà. La vera donna era pura sessualità, per le donne il sesso era naturale mentre la castità era innaturale e impossibile. Le due tipologie di donna – la madre e la puttana – si intrecciavano, ma le donne erano per natura poligame mentre gli uomini erano monogami. Le donne non erano all’altezza di una moralità o di una ragione coscienti, ma nel loro pieno sviluppo erano sessuali, irrazionali – puttane. Sesso e carattere può essere considerato uno studio “storico” degli atteggiamenti, delle convinzioni e delle paure ampiamente diffusi all’epoca di Weininger, una critica ideologica seria, completa e emotivamente carica, della modernità in generale e dell’emancipazione delle donne in particolare. Molte (forse la maggior parte) delle idee di Weininger che in quel periodo entusiasmavano l’intellighenzia viennese erano, secondo i criteri degli studiosi liberali di oggi, stupide, sbagliate o assolutamente disumane. Eppure fin dai primi tempi dopo la sua morte molti (per esempio, Strindberg e Freud) sottolinearono il genio di Weininger anche se condividevano solo in parte o non condividevano affatto le sue idee  (Sengoopta, 2000).
 

FRITZ WITTELS: LA VITA E LE OPERE

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora…
Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!»
GENESI, 32: 25 e 27.

Fritz (Siegfried) Wittels, medico, psicoanalista e scrittore austriaco, nacque a Vienna il 14 novembre 1880 e morì a New York il 16 ottobre 1950. Figlio di un agente di cambio, che sosteneva di discendere da Chaim Vidal, un cabbalista ebreo del XVII secolo, iniziò gli studi di medicina presso l’Università di Vienna nel 1898 e si laureò il 21 maggio 1904. Dopo la laurea lavorò per 4 anni nell’Ospedale Generale di Vienna (per un anno in Chirurgia, per due anni in Medicina Interna e, nel 1907, in Psichiatria sotto Julius Wagner von Jauregg). Nel 1906 seguì le lezioni che Freud teneva all’università il sabato sera dalle 7 alle 9 davanti a 12-20 allievi. Nello stesso anno scrisse a Karl Kraus proponendogli la pubblicazione di alcuni suoi racconti sulla rivista satirica Die Fackel (La fiaccola), che lo stesso Kraus aveva fondato nel 1899.
    Fu solo dopo la pubblicazione su Die Fackel nel febbraio 1907 del saggio Il più grande crimine nel Codice Penale sull’aborto e sul controllo delle nascite, molto apprezzato anche da Freud, che Wittels iniziò a frequentare personalmente Kraus, il quale poco tempo dopo gli fece conoscere la diciassettenne attrice Irma Karczewska, una demi-mondaine, per la quale perse subito la testa.    
L’amicizia con Kraus durò fino all’inizio del 1910. Subito dopo la rottura Wittels iniziò a lavorare al romanzo a chiave Ezechiele l’alieno, col quale intendeva vendicarsi del suo ex amico. Kraus tentò di bloccare la pubblicazione di quel romanzo per vie legali e Freud stesso provò inutilmente a persuadere Wittels a rinunciare alla sua pubblicazione per paura che ciò avrebbe trascinato la psicoanalisi in un conflitto dannoso con Kraus. Le parole di Freud «la pubblicazione di questo libro renderà impossibile la sua permanenza nel mio circolo», citate nei Ricordi, portarono all’allontanamento di Wittels dalla Società psicoanalitica di Vienna nell’estate del 1910 (Nunberg e Federn, 1967). Di tutti i dissidenti Wittels fu il solo che dopo la rottura mantenne i contatti con Freud creandosi, in questo modo, un gran numero di nemici. I freudiani ortodossi lo consideravano un traditore accusandolo di aver cambiato casacca (Sejalon, 2010).
Nei tre anni tra le dimissioni dalla Società e lo scoppio della Prima guerra mondiale  pubblicò quattro libri: nel 1911 Motivi tragici, nel 1912 Tutto per amore, nel 1914 Il gioielliere di Bagdad e Sulla morte e sulla fede in Dio.
Durante la Prima guerra mondiale venne arruolato come medico militare prima sul fronte russo-polacco, poi sul fronte italiano e, infine, per tre anni in Turchia, Siria e Mesopotamia. Durante e dopo la guerra appoggiò vigorosamente le idee sociali riformiste di Popper-Lynkeus. Alla fine della guerra, dopo sei anni di interruzione, tornò alla psicoanalisi ed entrò in stretto contatto con Wilhelm Stekel, discepolo dissidente di Freud, e il suo gruppo. Nei primi anni ’20 fu analizzato dallo stesso Stekel.  
Alla fine del 1923 pubblicò una biografia di Freud, scritta in parte con la collaborazione di Stekel, che venne pubblicata in Inghilterra e in America l’anno successivo con il titolo Freud, l’uomo, la dottrina, la scuola. Nel 1925 riprese a frequentare la Società psicoanalitica di Vienna, nella quale due anni dopo (ma non prima di aver sconfessato la sua intesa con Stekel, come gli era stato imposto da Freud) fu riammesso come membro e successivamente eletto nel comitato editoriale della Società stessa.
Tra il 1925 e il 1928 Wittels pubblicò quattro libri di argomento psicoanalitico: nel 1926 La tecnica della psicoanalisi, nel 1927 Liberazione dei bambini e La psicoanalisi: nuove vie della psicologia e nel 1928 Il mondo senza carcere.
Nel 1928 fu invitato negli Stati Uniti da Alvin Johnson a tenere una serie di lezioni alla New School for Social Research di New York. Dopo più di tre anni di attività didattica negli Stati Uniti nel 1932 si stabilì definitivamente a New York e nello stesso anno divenne membro della New York Psychoanalytic Society. Wittels continuò ad essere membro della Società psicoanalitica di Vienna fino al 1936. Si iscrisse alla American Psychoanalytic Society e alla New York Academy of Medicine; insegnò nel New York Psychoanalytic Institute e nella New School; collaborò anche con il Bellevue Hospital di New York e con la Columbia University.
Wittels si sposò tre volte: nel 1908 con Yerta Pick, figlia del famoso psichiatra di Praga, nel 1920 con Lilly Krishaber e nel 1947 con Poldi Goetz.
Durante tutta la sua vita Wittels pubblicò molto sia sul versante scientifico che letterario. La sua produzione può essere suddivisa in cinque gruppi principali (Timms, 1995): libri e opuscoli in tedesco e in inglese (1904-1936 e 1951); contributi alla Società psicoanalitica di Vienna (aprile 1907 - gennaio 1910); racconti e articoli pubblicati su Die Fackel (febbraio 1907 - maggio 1908); articoli in tedesco su altri giornali; articoli in inglese su riviste psicoanalitiche e educative (1929-1949). Il suo ultimo libro, Le abitudini sessuali delle donne americane, fu pubblicato nel 1951, l’anno dopo la sua morte.

 


WITTELS E LA SOCIETÀ PSICOANALITICA DI VIENNA

Gli esseri umani devono vivere appieno la loro sessualità, altrimenti rischiano di ammalarsi.
F. WITTELS, 1909.

Nella riunione del 20 marzo 1907 Isidor Sadger propose l’ingresso del nipote Fritz Wittels nella Società psicologica del mercoledì. Wittels venne ammesso nella successiva riunione del 27 marzo e dal 10 aprile poté unirsi al piccolo gruppo, che ogni settimana si raccoglieva attorno Freud nell’appartamento sito al numero 19 della Berggasse.
    Come riportano i verbali delle riunioni della Società psicologica del mercoledì (che dall’ottobre 1907 prese il nome di Società psicoanalitica di Vienna) nel periodo che andò dall’aprile 1907 al dicembre 1908 Wittels presentò ai colleghi sette relazioni e un libro, quasi tutti centrati su due argomenti tra loro connessi: l’analisi psicologica del comportamento sociale e sessuale della donna e le malattie sessuali infettive e psichiatriche (Nunberg e Federn, 1962). Poiché, come già sottolineato, si trattava di argomenti molto attuali nella Vienna di quegli anni è possibile ipotizzare che Wittels li scelse spinto proprio dalla sua indole giornalistico-divulgativa molto attenta ai fatti della vita di tutti i giorni. Freud fu positivamente colpito da quel giovane collega che, per quanto riguardava la scelta e i contenuti degli argomenti presentati, dimostrava un acuto spirito di osservazione, una notevole sensibilità sociale, una feroce critica all’ipocrisia dei benpensanti e una decisa vis polemica, e si mostrò nei suoi confronti più comprensivo e tollerante di molti componenti del suo gruppo.   
    Dunque, nella riunione della Società del 10 aprile 1907 Wittels presentò una relazione su una donna omicida, la rivoluzionaria massimalista russa Tatiana Leont’ev, che l’anno prima nell’Hotel Victoria di Interlacken in Svizzera aveva assassinato con un colpo di pistola un innocente, tale Müller, scambiandolo per Pyotr Nikolayevich Durnovo, un alto funzionario zarista, del quale conosceva il volto solamente attraverso una caricatura. Secondo Wittels l’interpretazione di quel caso era piuttosto semplice: «Per lo psicologo non vi sono eroine. [...] la sessualità della donna permea tutto ciò che essa fa e sente» (Nunberg e Federn, 1962, pp. 172 e 177). In poche parole, la pistola era un chiaro simbolo fallico, la Leont’ev era un’isterica e la sua azione non poteva essere spiegata dalla motivazione ideologica cosciente.
    Nella riunione del 15 maggio seguente presentò il saggio Medici donne, che aveva pubblicato pochi giorni prima su Die Fackel (vol. 9, n. 225, 3 maggio 1907)  firmandolo con lo pseudonimo Avicenna, il grande medico e filosofo arabo dell’XI secolo. Nella relazione Wittels, basandosi sulla “filosofia” di Kraus secondo il quale le donne dovevano esclusivamente limitarsi al ruolo di creature sessuali e utilizzando in modo scorretto la teoria freudiana dello spostamento, sosteneva la tesi che per le donne lo studio della medicina non era che un pretesto per attirare gli uomini in modo sleale (Sejalon, 2010). L’isteria era alla base del desiderio della donna di studiare medicina. La repressione del “principio femminile” aveva distrutto la “vera donna” conosciuta nell’antica Grecia (Nunberg e Federn, 1962). Molti anni dopo Wittels avrebbe scritto nei Ricordi: «Il mio articolo contro i medici donne era “una protesta maschile” dettato dalla paura» (Timms, 1995, p. 51).
Zaretsky ha commentato nel modo seguente la discussione tra i componenti della Società psicologica del mercoledì che seguì questa relazione: «Nel 1907, dieci anni dopo l’ammissione delle donne alla facoltà di medicina dell’Università di Vienna, nella Società del mercoledì ancora si stava dibattendo sull’idoneità delle donne a esercitare la professione medica. Le reazioni alla relazione di Fritz Wittels sui medici donne, nella quale si sosteneva che il desiderio di istruzione delle donne era motivato dalla rimozione della sessualità, rendono l’idea delle contraddizioni dell’ambiente psicoanalitico. Paul Federn, che era socialista, disse che “nel valutare il desiderio delle donne di studiare bisogna prendere in considerazione anche il lavoro e il concetto del dare un senso alla vita con il lavoro”; convenne però che “è inammissibile che le donne manipolino pubblicamente i genitali di uomini”. Max Graf osservò che le donne non possiedono “quella grande influenza personale, quella forza suggestiva che... dà al medico il suo pieno valore. Neanche oggi il medico può fare a meno di questa parte di funzione sacerdotale”. Freud non risparmiò la sua ironia nei confronti di Wittels, che a volte era un po’ ottuso, facendogli notare che nella sua comunicazione “manca un senso di giustizia” e che faceva confusione tra rimozione della sessualità e sublimazione. Ma anch’egli dubitava che le donne avrebbero tratto beneficio dall’avere maggiori opportunità di istruzione» (Zaretsky, 2004, pp. 126-127).
    Nella riunione del 29 maggio dello stesso anno Wittels presentò la relazione La grande etera. Il contenuto di questa relazione era evidentemente troppo scandaloso per essere registrato nei verbali della Società del mercoledì e non fu pubblicato nei Dibattiti. Prendendo come modello la giovane protetta di Kraus, Irma Karczewska, Wittels parlò di una donna così sessuale da aver iniziato la sua vita erotica fin da bambina e da essere rimasta intensamente sessuale per il resto dei suoi giorni. Priva di qualsiasi repressione, era serena e non nevrotica anche se la sua natura sessuale la condannava a essere perseguitata dalla società in quanto puttana. Tuttavia questa donna non era una prostituta, ma incarnava l’ideale dell’antica etera greca. In conclusione Wittels auspicava una rivoluzione sessuale, che sradicasse le vecchie strutture e ristabilisse al posto giusto non la ragione ma la natura (Makari, 2008).
A proposito di questa relazione leggiamo in una nota dei Dibattiti: «La relazione di Wittels era evidentemente pensata come continuazione del suo saggio “Medici donne”. L’ideale dell’etera, che allora veniva considerato come quintessenza della femminilità in parecchi ambienti progressisti, rientrava nella lotta per l’uguaglianza sessuale della donna e si fondava probabilmente su un malintendimento dello status di etera nell’antica Grecia. Inoltre questo ideale corrispondeva anche alla protesta delle giovani borghesi contro i matrimoni di interesse, che i riformatori sociali e i sostenitori dei diritti delle donne definivano prostituzione legalizzata. L’argomentazione era: se la prostituzione esiste, prenda la forma della prostituzione e non del matrimonio» (Nunberg e Federn, 1962, p. 202).
Una versione parzialmente rivista di questa relazione venne pubblicata alcune settimane più tardi su Die Fackel con il titolo La donna bambina.
Il 3 novembre Wittels presentò un’altra relazione, La malattia venerea, il cui testo non è riportato nei Dibattiti e che forse non fu mai pubblicata. Dal verbale della discussione che seguì si ricava che uno degli scopi di Wittels era fornire un’immagine spaventosa della sifilide anche a causa dei suoi supposti effetti patogeni (isteria, nevrastenia) sulla progenie dei sifilitici. Wittels sostenne l’importanza di prevenire la sifilide anche attraverso l’educazione sessuale dei bambini (!). Sostenne, inoltre, che la paura delle infezioni veneree era la principale causa della masturbazione.  
Anche nell’anno seguente, il 1908, Wittels fu particolarmente attivo. Il 22 gennaio lesse  Lo psichiatra normale, un  pamphlet sugli psichiatri viennesi, che Freud nella sintesi finale della discussione gli sconsigliò di pubblicare. Probabilmente nemmeno questo saggio fu mai pubblicato.
Nella relazione La posizione naturale della donna, presentata l’11 marzo, Wittels, dopo una serie di considerazioni sul tema delle mestruazioni, sostenne che dopo l’era glaciale la posizione naturale di “amata” della donna, che aveva precedentemente contribuito all’evoluzione dell’umanità, si snaturò e dovette assumere posizioni contrastanti, quella di lavoratrice, di madre e di compagna fedele. Come riportato nei Dibattiti secondo Wittels «Il risultato di questo stato di cose è la nostra dannata civiltà attuale, in cui le donne si rammaricano di non essere nate uomini e cercano di diventare uomini (movimento femminista). La gente non ha alcun senso della stortura e dell’assurdità di tali aspirazioni, neanche le donne stesse» (Nunberg e Federn, 1962, p. 344). Nella discussione che seguì Hitschmann affermò che alla base della relazione di Wittels vi era «una catena di resistenze che il relatore combatte, in successione, in quanto penose e di ostacolo per la sua vita sessuale: la gravidanza, la donna resa inaccessibile dall’istruzione, poi la sifilide; ed ora ha dato rilievo plastico al fenomeno altrimenti insignificante della mestruazione. Si può caratterizzare tutto questo solo come fantasie di un reazionario giovanile» (Nunberg e Federn, 1962, p. 345).
Al di là di quanto sopra riportato la lettura del verbale della discussione permette due ulteriori notazioni, che evidenziano l’ampia gamma di opinioni e di atteggiamenti presente nel gruppo del mercoledì: il compiacimento di Freud nei confronti di Wittels soprattutto per la sua ricchezza di idee, che lo divertivano e stimolavano, e l’affermazione dello stesso Wittels, in risposta ai commenti di Adler, che «l’essere freudiani non si può conciliare con l’essere socialdemocratici»  (Nunberg e Federn, 1962, p. 348). Quest’ultima opinione allora era condivisa anche da Freud (Freud, 1914).
Il 18 novembre Wittels presentò la relazione La perversione sessuale, nella quale sostenne che la perversione sarebbe solo una variazione della vita sessuale e dovrebbe essere considerata malattia solo se comporta una sofferenza soggettiva, sia quando interessa il singolo individuo (come, per esempio, nel caso della masturbazione) sia quando coinvolge due o più persone (come, per esempio, nel sadismo, nel masochismo o nell’omosessualità). Sulla base delle sue provocatorie argomentazioni Wittels affermò che «una cosa è certa: niente di ciò che fanno insieme due persone che si amano può qualificarle come perverse» (Nunberg e Federn, 1967, p. 60) mentre «nel libertino, incapace d’amare, tutto è immorale» (ibid.). Ciò che dirimeva la questione della perversione sarebbe stato, dunque, l’amore tra le persone.
Questa relazione suscitò molti commenti critici, ma Freud la sostenne e colse l’occasione per comunicare che anche lui aveva l’intenzione di scrivere un lavoro sulle perversioni come mezzo per giungere a comprendere la natura dell’amore, ma che ne aveva rinviato la stesura a quando la sua vita sessuale fosse finita. Tuttavia non è chiara la ragione per cui lo stesso Freud, contrariamente al parere sostanzialmente positivo espresso nei confronti della relazione di Wittels nella riunione della Società, pochi giorni dopo scrisse all’amico Jung nella lettera del 29 novembre 1908: «Del resto, sono abbastanza abituato alle infedeltà dei miei seguaci. Poco tempo fa uno di quelli che partecipano alle sedute del mercoledì si fa coraggio e tiene una conferenza sull’essenza delle perversioni, che è come se io non avessi mai detto una parola in proposito nella Teoria sessuale, e l’amico Stekel lo asseconda. L’essenza delle perversioni sarebbe sconosciuta e, secondo loro, rimarrà tale ancora per molto tempo. A quanto pare, coloro che proclamano errori si acquistano grandi meriti verso l’umanità; essi la avviano a trovare la verità, mentre quelli che dicono la verità dimostrano di essere grandemente nocivi, perché spingono gli altri a opporsi alla verità. Essere originali può anche costituire lo scopo di una vita [...]» (McGuire, 1974, p. 196).
Nella riunione del 9 dicembre Wittels presentò il caso clinico di un paziente ebreo, che soffriva a causa di un delirio di persecuzione antisemita legato alla forma del suo naso, che secondo Freud doveva essere diagnosticato come affetto da paranoia.
    Il 16 dicembre il filosofo Ehrenfels presentò il libro Il bisogno sessuale, una summa delle idee di Wittels sulla sessualità e la vita sessuale. Il libro, che uscì l’anno dopo, si articolava in diversi capitoli, che riprendevano molto materiale già pubblicato o già discusso in seno alla Società: 1) La proibizione dell’aborto; 2) Le malattie veneree; 3) La famiglia; 4) Il bambino: l’io del bambino, la brutalità emotiva, problemi e preoccupazioni, esplorazioni, educazione sessuale; 5) La donna mascolina, donne assassine, donne medici; 6) La donna bambina.
Ehrenfels, amico personale di Freud, fu un instancabile fautore della riforma sessuale (divorzio, contraccezione, aborto). Nel 1907 pubblicò il saggio Etica sessuale, nel quale criticava i costumi sessuali del suo tempo e auspicava una nuova etica basata sulla poligamia. Secondo Ehrenfels la natura favoriva la “poliginia”, nella quale gli uomini più vigorosi fecondavano numerose donne sia in relazioni monogamiche successive che in relazioni contemporanee. Nello stesso periodo altri autori sostenevano che la poligamia era per natura una caratteristica delle donne e non degli uomini. Secondo costoro la donna, nel suo stato di natura, gestiva liberamente il suo desiderio sessuale, per cui la prostituta era la donna naturale e era perciò una figura che doveva essere in qualche modo adorata.
    Nella discussione che seguì la presentazione di Ehrenfels Wittels dichiarò che lo scopo del suo libro era di sollecitare una riforma delle leggi e dei costumi sessuali, finalizzata principalmente alla liberazione sessuale della donna, impossibilitata dall’organizzazione sociale a sublimare la pulsione sessuale, per esempio, nella scienza e nell’arte.
    Su questo libro Jung scrisse alcune note, che comparvero nel 1910 in un numero dello Jahrbuch für psychoanalytische und psychopathologische Forschungen. Alcuni passi di questa recensione sembrano particolarmente interessanti: «Il motto del libro è: “Gli esseri umani devono vivere appieno la loro sessualità, altrimenti rischiano di ammalarsi” [...] Wittels sostiene la necessità della liberazione sessuale nel senso più lato [...] Wittels non rimarrà di certo isolato: è soltanto uno dei primi e dei molti che trarranno conclusioni “etiche” dalla miniera autenticamente biologica di Freud, conclusioni che sconquasseranno fin nel midollo ciò che finora era considerato il “bene” [...] il movimento di cui parlavamo prima, la spinta alla riforma della morale sessuale, non è l’invenzione di qualche testa balzana, bensì un fenomeno che avanza a grandi passi, travolgente come una forza della natura [...] Unica nostra meta è la conoscenza scientifica, che non si deve preoccupare del subbuglio che solleva intorno a sé [...] Come ogni vera scienza, anche la psicoanalisi si trova al di là di ogni morale; essa razionalizza l’inconscio, facendo così rientrare nella gerarchia psichica le forze pulsionali che prima erano autonome e inconsce [...] Non mi è ancora capitato di leggere un libro sui problemi sessuali che sappia demolire in maniera altrettanto precisa e spietata la morale odierna rimanendo così autentico nelle argomentazioni essenziali. Proprio per tale motivo vale la pena di leggere Wittels e anche molti altri autori che scrivono sul medesimo tema, giacché importanti non sono tanto i singoli libri, quanto piuttosto il problema che essi trattano» (Jung, 1910, pp. 106-109).
    Nel 1909 Wittels continuò a frequentare le riunioni della Società psicoanalitica di Vienna, ma fu molto meno presente e attivo, limitandosi a presentare il 27 ottobre il resoconto dell’Analisi di uno stato confusionale isterico, un paziente inviatogli da Freud, uno dei pochissimi casi che ebbe in cura nello studio medico, che l’anno precedente aveva aperto in pieno centro al numero 13 del Graben.
    Il 12 gennaio del 1910 presentò un’ultima relazione, La nevrosi della “Fackel”, una sorta di patografia nella quale espose la sua teoria del complesso paterno di Kraus (il padre di Kraus si chiamava Jacob, “il benedetto”, come Benedikt, il cognome del direttore del quotidiano Neue Freie Presse, da sempre il principale bersaglio della caustica satira krausiana). Secondo Wittels in Die Fackel Kraus mostrava la sua nevrosi a tre livelli: 1) nell’attacco al giornalismo (in particolare la Neue Freie Presse), 2) nella questione della sessualità, 3) nella sessualizzazione della forma attraverso gli aforismi.  
    Quella del 1 giugno 1910 fu l’ultima riunione, cui Wittels partecipò prima delle sue dimissioni dalla  Società psicoanalitica di Vienna.
    
    
WITTELS, KRAUS E IL CULTO DELLA “DONNA BAMBINA”

Da Freud imparammo che la repressione degli istinti sessuali rendeva gli uomini nevrotici… Quello che allora non sapevamo era che negli ex puritani una sessualità senza freni avrebbe avuto la stessa conseguenza.  
F. WITTELS, in E. Timms, 1995.  

Come già ricordato, all’inizio del 1907, due anni dopo la laurea, Wittels pubblicò su Die Fackel il saggio Il più grande crimine nel Codice Penale. A seguito di questa pubblicazione nella vita di Wittels avvennero due fatti importanti: l’inizio del sodalizio amicale con Karl Kraus e l’ingresso nella Società psicologica del mercoledì di Freud.   
    Wittels già conosceva sia Freud che Kraus: infatti, nella primavera dell’anno precedente aveva cominciato a seguire le lezioni che ogni sabato Freud teneva all’Università e, verso la fine dello stesso anno, si era messo in contatto con Kraus con una lettera impudente nella quale gli chiedeva di pubblicare un suo racconto su Die Fackel: «Lei ha pubblicato un racconto di Strindberg. Io ho scritto alcuni racconti e mi venga un accidente se ciascuno di essi non è migliore di quello di Strindberg [...]» (Timms, 1995, p. 45).
    Nel 1907 per Wittels iniziarono tre anni straordinari per intensità, complessità e contraddizioni. C’è da chiedersi quanti sarebbero usciti psichicamente integri dopo aver avuto le sue esperienze di vita e come egli sia stato in grado di far fronte a tutto quello cui andò incontro in quegli anni, un vero e proprio precipitato della cultura viennese dell’epoca. Con fatica ci immaginiamo questo medico meno che trentenne che non riusciva a assolvere gli impegni professionali come forse avrebbe voluto, che si trovava a assorbire e a fare propri le idee e lo stile di vita dell’amico Kraus, che partecipava senza risparmio di energie ai dibattiti feroci e alle contese personali dei frequentatori delle riunioni serali a casa di Freud, che non intendeva rinunciare alla sua creatività di scrittore e che, infine, voleva sperimentare sulla sua pelle la storia sentimentale e sessuale, estrema e anticonvenzionale, con la giovanissima attrice Irma Karczewska.
    D’altra parte, nella Vienna di quegli anni molti di coloro che per primi aderirono al nascente movimento psicoanalitico si erano dati un compito arduo e ambizioso: curare le anime, ricercare e pretendere una nuova morale sessuale, mettere le proprie esperienze a cuocere nel calderone della psicoanalisi e, nello stesso tempo, divulgare con uno specifico linguaggio scientifico, letterario e artistico i frutti della loro inquietudine.  
    In quei tre-quattro anni Wittels fu un personaggio ingombrante all’interno della cerchia dei primi psicoanalisti e possiamo, in qualche modo, affermare che i suoi interventi, le sue pubblicazioni e il suo modo di vivere costituirono il suo personale esperimento di coniugare i principi della rivoluzione freudiana con le idee di altri “ribelli” dell’epoca, uno dei quali fu sicuramente Kraus.
    Karl Kraus nacque a Jičín in Boemia il 28 aprile 1874, nono figlio di Jacob Kraus, commerciante e industriale ebreo, e di Ernestine Kantor. Quando aveva tre anni la famiglia si trasferì a Vienna. Iniziò gli studi di diritto, di filosofia e di  lingua tedesca e molto presto collaborò come critico a numerose riviste teatrali. Dopo una prima adesione alla Jung Wien manifestò il suo netto distacco da questo gruppo nell’articolo scritto nel 1897 La letteratura demolita, una feroce critica sociale, nella quale mostrava lo scadimento morale e sociale della sua società, denunciava come ridicola la decadenza fin de siècle, disprezzava la pittura di Gustav Klimt e attaccava il suo grande amico von Hofmannstahl. Nel 1899 fondò il settimanale Die Fackel, che dal 1912 al 1936 scrisse completamene da solo.
    Nel 1900 iniziò un rapporto d’amore con l’attrice tedesca Annie Kalmar, che l’anno seguente morì di polmonite. La perdita della Kalmar causò una profonda trasformazione nel puritano Kraus e lo portò a riconoscere le ragioni dei suoi vecchi amici, l’architetto Adolf Loos e il poeta Peter Altenberg, che fino a allora avevano cercato di convincerlo non solo che per la donna la libertà sessuale era desiderabile ma anche che solo una donna sessualmente emancipata poteva veramente aiutare l’uomo creativo (Timms, 1995). Dopo di allora Kraus diventò un convinto e violento predicatore del vangelo della prostituta e iniziò a sostenere che le donne avevano non solo il diritto ma anche il dovere scostumato di essere prostitute: tutte le donne che non si conformavano a ciò erano nevrotiche e nemiche della civiltà (Timms, 1995).
    Nel 1906 Kraus conobbe la giovanissima Irma Karczewska e fu colpito dalla sua rassomiglianza alla Kalmar. Kraus considerò la Karczewska come la reincarnazione dell’etera dell’antica Grecia e divenne il suo signore protettore per oltre venticinque anni. La Karczewska si suicidò nel 1933 secondo alcuni perché convinta di avere una malattia terminale, secondo altri perché depressa e arrabbiata per aver perso l’affetto e il sostegno di Kraus.
    Nel 1911 Kraus si convertì al cattolicesimo, ma nel 1923 abbandonò anche questa pratica religiosa. Nel 1913 iniziò una relazione con la baronessa Sidonie Nadherny von Borutin, che durò fino a quando morì investito da un ciclista il 12 giugno 1936.  
    I suoi scritti, tutti pubblicati su Die Fackel, prendevano spunto dall’attualità e avevano come bersaglio l’individuo per giungere a una critica generale della corruzione e del conformismo sociale, in particolare quello della sempre più potente stampa a grande tiratura.
Kraus aveva molti aspetti in comune con Freud: entrambi erano nati in Boemia e avevano studiato a Vienna, entrambi erano ebrei e appartenevano alla stessa classe socio-economica, entrambi erano retori, cioè cercavano di cambiare il mondo con le parole (Szasz, 1976). Nonostante che vivessero nella stessa città e avessero avuto alcuni contatti epistolari probabilmente non ebbero mai l’occasione di incontrarsi. Freud faceva parte della cerchia dei lettori della Fackel e per anni considerò Kraus come alleato anzi, a un certo punto, lo considerò come il salvatore della psicoanalisi dopo che nel 1906 prese pubblicamente le sue difese a proposito della denuncia di plagio presentata da Wilhelm Fliess per il caso Swoboda-Weininger.  
In quegli anni Freud era molto preoccupato del fatto che la “sua” psicoanalisi potesse essere attaccata dall’esterno e avere eccessivi contrasti al suo interno perché tali eventualità ne avrebbero minato lo sviluppo e l’affermazione nel mondo scientifico. Così fu disturbato dalla relazione La grande etera che Wittels presentò alla Società psicologica nel maggio 1907 (successivamente pubblicata, come già ricordato, sulla Fackel col titolo La donna bambina). Il contenuto della relazione era  un amalgama di concetti psicoanalitici e della “filosofia” di Kraus e rischiava di destabilizzare la psicoanalisi nascente creando delle polemiche inopportune. In seguito Wittels avrebbe scritto: «Certamente, servendomi dei termini di Freud, spiegavo che questo tipo di donna era necessariamente  “perversa polimorfa”, sadica, lesbica e tutto ciò che ne derivava…» (Timms, 1995, p. 60).
In effetti, nonostante che le ricerche della Società sorta intorno a Freud fossero strettamente legate al demi-monde viennese e al problematico culto erotico sorto intorno alla “donna bambina” Irma Karczewska (Timms, 1995), la relazione La grande etera e l’articolo La donna bambina provocarono tensioni tra Wittels e il circolo dei primi psicoanalisti e nello stesso tempo iniziarono a incrinare la sua amicizia con Kraus.     
    La conflittualità tra Wittels e Kraus aumentò anche per il fatto che i due vivevano in modo diverso il rapporto turbolento con la “donna bambina”, soprattutto a causa del triangolo amoroso tra Wittels, la Karczewska e lo scrittore anarchico Erich Mühsam perché Kraus, di fatto, favoriva la naturale tendenza alla promiscuità sessuale della sua protetta.
Dal 1908, anche a causa dell’ambivalenza di Wittels nei suoi confronti, Kraus cominciò a criticare apertamente la psicoanalisi sulle pagine di Die Fackel. Le critiche non erano rivolte a Freud, del quale Kraus apprezzava le idee, ma piuttosto a Isidor Sadger, Wilhelm Stekel e  Otto Rank, che a suo parere applicavano in modo riduttivo le idee psicoanalitiche alla letteratura e all’arte.
Nel 1910, dopo che Wittels tenne alla Società psicoanalitica di Vienna la relazione sulla “nevrosi della Fackel”, l’atteggiamento di Kraus verso la psicoanalisi diventò nettamente critico, astioso e ironico. Leggiamo nei Ricordi: «Per un breve periodo Kraus fu il mio migliore amico e per un lungo periodo successivo fu il mio migliore nemico. Lo vidi per l’ultima volta nel 1910... » (Timms, 1995, p. 43).


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Nel 1904 Kraus, profondamente colpito dal libro di Weininger, pubblicò contro i critici che non accettavano la teoria della natura poligama delle donne un sarcastico commento a proposito del caso di una donna di provincia accusata proprio di poligamia, il cui marito travolto dallo scandalo pubblico si era suicidato. Freud apprezzò la presa di posizione di Kraus e gli inviò subito un biglietto di congratulazioni per «il coraggio e la capacità di vedere implicazioni più ampie in un fatto di modesta portata» (Freud, in Makari, 2008, p. 147).
Può aiutare a capire il perché di questa mossa prendere in esame in quale situazione Freud si trovasse in quel periodo. «Nel 1904 Freud godeva di una certa reputazione accademica e era seguito da un piccolo gruppo di colleghi, ma non era famoso. Dopo la rottura con Breuer e Fliess si sentiva isolato. I medici che incontrava a casa sua e quelli che seguivano le sue lezioni erano i soli che lo ascoltavano. I suoi libri avevano avuto scarsa diffusione: basti pensare che in tredici anni si vendettero solo seicentoventisei copie degli Studi sull’isteria e in otto anni solo seicento copie dell’Interpretazione dei sogni» (ibid., p. 147).
Le cose cambiarono radicalmente nel 1905 quando Freud pubblicò un libro di modeste dimensioni, cui dette il titolo Tre saggi sulla teoria sessuale.
«La pubblicazione dei Tre saggi fece di Freud un eroe nella scena dei caffè viennesi e lo mise al centro di una rete di artisti, scrittori, giornalisti, femministe e riformatori che pensavano che la decadenza della Vienna degli Asburgo non fosse dovuta a una degenerazione ereditaria, ma piuttosto a secoli di regole e regolamenti malsani» (ibid., p. 151). Sbaglierebbe, perciò, chi si immaginasse il fondatore di una delle principali costruzioni teoriche del ventesimo secolo sempre chino sui libri, immerso nei suoi pensieri, distaccato e lontano dal mondo circostante. Sigmund Freud fu invece una persona “normale”, interessata allo studio e alla cultura, all’amicizia e alla vita sociale, ma anche all’amore e alla sessualità. Freud fu un attento e regolare lettore dei quotidiani e dei giornali d’opinione, un cittadino interessato alla politica e alle riforme sociali.
Ma prima di tutto Freud fu medico con una solida formazione biologica e, di conseguenza, considerò sempre le sue idee innovative sulla struttura e sul funzionamento della psiche e sulla natura e sul movimento dinamico dell’energia, di cui essa è dotata, come una spiegazione provvisoria della vita mentale normale e patologica in attesa che venissero scoperti le strutture e i meccanismi fisiopatologici e biochimici del sistema nervoso centrale realmente interessati.  
Inoltre secondo Freud l’uomo come individualità biologica e psicologica si poteva capire solo se veniva studiato anche sotto il profilo della sua relazione con il mondo esterno, in primo luogo la famiglia e la società. Da questo derivò l’attenzione per l’ambiente culturale della Vienna dei suoi tempi, città in cui la sessualità nei suoi diversi aspetti rappresentava un tema di grande attualità e era motivo di aspre controversie.
È suggestivo pensare che l’ingresso di Fritz Wittels nella cerchia dei frequentatori delle riunioni del mercoledì fu per Freud particolarmente gradito perché quel giovane psichiatra sembrava possedere una personalità, che assommava in sé molte delle istanze che in quegli anni agitavano la vita dei viennesi.
Come è noto Freud fu un attento e accorto politico del movimento psicoanalitico: fu forse per cercare di tenere dalla sua parte il pericoloso Kraus che nei confronti di Wittels ebbe, almeno nei primi anni, un atteggiamento di simpatia e di comprensione anche quando sembrava deragliare in modo eccessivo dalla sua teorizzazione?
Se e quanto la teoria psicosessuale di Freud sia stata influenzata dall’ambiente viennese dell’epoca resta una domanda, alla quale questo lavoro non dà una risposta chiara. Però è difficile pensare che la nascita e lo sviluppo della psicoanalisi non abbiano avuto un rapporto più o meno diretto con i temi del sesso e della vita sessuale tanto di moda nella Vienna fin de siècle.
    Per quanto riguarda la seconda delle due domande poste all’inizio di questo articolo, cioè per quale motivo e in che modo le idee e i comportamenti legati alle mode sessuali della Vienna fin de siècle di molti tra i primi psicoanalisti non hanno ricevuto la dovuta attenzione storica, è utile fare riferimento a un saggio del 1992 dello storico Edward Timms sui Ricordi di Wittels, in quell’anno non ancora pubblicati. Secondo Timms la storiografia della psicoanalisi è stata negativamente condizionata da cinque aspetti problematici: la soppressione delle fonti, il principio “niente sesso per favore siamo scienziati”, l’ambivalenza emotiva, la lotta corpo a corpo tra fazioni e l’ortodossia istituzionale (Timms, 1992).
In primo luogo fin dall’inizio gli storici del movimento psicoanalitico hanno dovuto fare i conti con il problema della non accessibilità a molti documenti: lettere distrutte o irreperibili e altro materiale tenuto sotto chiave negli archivi di diverse biblioteche. Lo stesso Freud nella lettera alla fidanzata del 28 aprile 1885 scrisse di aver distrutto «... tutti miei appunti e le lettere da quattordici anni a questa parte: gli appunti scientifici e i manoscritti del mio lavoro» con lo scopo di rendere difficile la vita dei suoi biografi (Freud, 1960, p. 120) e fosse dipeso da lui forse non avremmo potuto leggere quella vera e propria miniera di informazioni sulla nascita della psicoanalisi, che sono le sue lettere a Wilhelm Fliess.
    La tendenza a tenere nascosti documenti compromettenti per il buon nome del movimento psicoanalitico è confermata dal fatto che i Ricordi di Wittels per decenni furono lasciati a impolverarsi in un archivio newyorchese. Per la verità, dopo la morte di Wittels la vedova Poldi Goetz Wittels chiese di pubblicarli, ma non le fu permesso perché la loro pubblicazione avrebbe  turbato i “figli di Geova”. Gli allievi fedeli, forse perché ancora condizionati dal presunto “complesso di Geova” di Freud, come lo aveva chiamato Wittels, non vollero che l’autorità del grande viennese fosse messa in discussione (Timms, 1995).
Ma che cosa si trovava nei Ricordi che avrebbe potuto turbare gli allievi di Freud? In essi si legge che nella prima versione della biografia di Freud, scritta nel 1923, era contenuto un capitolo con il resoconto degli eventi e del vero motivo che avevano provocato le dimissioni di Wittels dalla Società psicoanalitica di Vienna nel lontano 1910. Però, lo stesso Wittels aveva informato Freud che non avrebbe pubblicato quel capitolo perché trattava di questioni troppo personali, e il 24 dicembre 1923 Freud, che aveva letto quel capitolo, gli scrisse: «Ha fatto molto bene a non inserire nel suo libro il capitolo che mi ha inviato» (Timms, 1995, p. 104). Circa venti anni dopo quella “censura” Wittels riportò nei Ricordi il contenuto del capitolo “incriminato”: le sue dimissioni non erano state causate da contrasti di idee con Freud, ma dal litigio con  Kraus a causa del suo rapporto con Irma Karczewska. Dopo la rottura con l’amico giornalista Wittels si era vendicato pubblicando, contro il parere di Freud, il romanzo Ezechiele l’alieno, nel quale venivano riportate le avventure di caricature ben riconoscibili dello stesso Kraus, di Irma e di altri membri del demi-monde bohemien della Vienna di allora. La pubblicazione del romanzo ebbe uno strascico giudiziario e Freud, non volendo che il movimento psicoanalitico fosse coinvolto nella faccenda, non ebbe altra scelta che invitare Wittels a uscire dalla Società psicoanalitica di Vienna.
Come secondo problema va sottolineato che, nonostante che la teorizzazione freudiana abbia a che fare con le ramificazioni culturali e emotive delle pulsioni sessuali, la storia del movimento psicoanalitico è stata sistematicamente desessualizzata. Non è senza significato, per esempio, che nei Dibattiti Otto Rank non abbia riportato il resoconto della relazione di Wittels del 29 maggio 1907 La grande etera, che era strettamente connessa al suo rapporto anticonformista con la donna bambina Irma Karczewska. Nella storia della psicoanalisi le esperienze erotiche dei suoi protagonisti sono state molto spesso omesse o nascoste: il modo in cui si è conosciuta la “verità” sul rapporto tra Jung e Sabina Spielrein ne è un significativo esempio (Carotenuto, 1980).  
In terzo luogo bisogna riconoscere che fornire un resoconto equilibrato di come si è sviluppata nel tempo la professione di psicoanalista è stato particolarmente difficile per coloro che hanno scritto dall’interno del movimento psicoanalitico. Per chi accetta i principi della psicoanalisi è impossibile scrivere con obiettività su Freud e le sue teorie. Le valenze emotive implicate nel ruolo paterno di Freud nei confronti del movimento psicoanalitico hanno inevitabilmente intrappolato i suoi seguaci all’interno di un’ambivalenza edipica, caratterizzata da impulsi di dipendenza e di ribellione.   
Nella prefazione della biografia di Freud del 1923 Wittels eluse questo problema e dichiarò che l’aveva scritta con “distacco”. La psicoanalisi, scrisse, «è un metodo scientifico indipendente dalla personalità del suo scopritore». Però nei Ricordi, in parte contraddicendosi, riconobbe che nello scrivere certi passi di quella biografia era stato di sicuro influenzato da importanti elementi di soggettività, legati a due problemi principali: l’identificazione con Freud e l’ambivalenza nei suoi confronti.  
Wittels commentò la questione dell’identificazione nel modo seguente: «Tutti i suoi allievi si identificano con Freud anche se non si rendono conto di questo loro meccanismo interno […] La mia identificazione con Freud non è con la sua persona, almeno non lo è più, e neppure è una dipendenza dal suo quadro di riferimento scientifico. Tutti noi a un certo punto dobbiamo lottare con un demonio o un angelo, e nessuno esce dalla lotta senza una cicatrice […] Mi identifico con Freud nella cultura viennese del diciannovesimo secolo che condividiamo. Sebbene io abbia frequentato le aule della scuola medica viennese diversi decenni dopo di lui e mi sia seduto nel Burgtheater di Vienna e abbia letto gli editoriali dei giornali liberali più di un quarto di secolo più tardi, l’Austria era ancora la stessa nella quale era cresciuto Freud. Ancora brillava la stessa luce, declinante ma ancora scintillante; era percettibile lo stesso debole odore di decadenza e si poteva sentire come la sensazione di una sorda scossa del terreno su cui stavamo – i segni delle doglie di una nuova era e i barlumi della bellezza promessa di una nuova vita che, ad oggi, non è ancora nata. Appartengo alla generazione di Freud e la mia identificazione con lui sta in questo fatto» (Timms 1995, pp. 1-2). Wittels si riferì poi all’ambivalenza definendola «una miscela di sentimenti e scopi ambivalenti. Da una parte desideravo punire il padre cattivo, dall’altra, come la vedo ora, speravo di essere riaccolto come il figliol prodigo» (Timms, 1995, p. 3).
Il quarto problema da evidenziare è che la storia della psicoanalisi è stata caratterizzata dalla tendenza a formarsi di rivalità e fazioni. D’altra parte era inevitabile che contro il padre riconosciuto della psicoanalisi si sviluppasse la ribellione dei suoi figli.  
Quando nei primi anni venti Wittels scrisse la biografia di Freud era diventato amico e seguace di Wilhelm Stekel, che Freud detestava. A causa della sua ostilità per Stekel Freud intimò a Wittels di “purgare” la sua biografia delle parti che gli sembravano troppo favorevoli al suo ex allievo. Nei Ricordi scritti a molti anni di distanza, invece, Wittels non fece più mistero della sua stima e del suo debito nei confronti di Stekel, la cui figura era stata marginalizzata dagli storici più ortodossi.  
    Nei Ricordi Wittels ha chiarito anche un altro aspetto del contrasto tra Freud e Stekel. Freud attribuì sempre l’allontanamento di Stekel dalla Società a incompatibilità di carattere e non a differenti elaborazioni teoriche. Secondo quanto riportato da Wittels, invece, tra i due vi furono anche profonde divergenze teoriche. Stekel sosteneva un approccio intuitivo alla psicoanalisi mentre Freud insisteva sul suo precipuo statuto scientifico. È evidente che molti aspetti del rapporto tra Freud e Stekel necessitano ancora di un chiarimento definitivo.
    Come ultimo aspetto problematico è stato indicato da Timms il fatto che la storia del movimento psicoanalitico è stata per lo più scritta da autori che ne facevano parte ed è naturale che in essi vi fosse il chiaro interesse di tenere in piedi il prestigio di Freud. La Storia del movimento psicoanalitico, scritta nel 1914 da un Freud turbato e arrabbiato per le recenti defezioni di Adler e di Stekel e per l’imminente defezione di Jung, costituì il modello di riferimento per gli estensori delle sue più note biografie (per esempio, quella in tre volumi di Ernest Jones degli anni 1953, 1955 e 1957 e quella di Peter Gay del 1988). In queste biografie la psicoanalisi è presentata come la storia di un successo e i fatti che ne avrebbero potuto minare le pretese di scientificità e di terapeuticità sono relegati in note a piè di pagina o in appendici (Timms, 1992).  
    Wittels, il ribelle di un tempo diventato il “figliol prodigo” della psicoanalisi, non si sottrasse alla fedeltà istituzionale, finì la sua carriera come analista di successo a New York e divenne uno strenuo difensore dell’ortodossia freudiana opponendosi in particolare alle deviazioni di Karen Horney. Ma verso la fine della vita non riuscì a tenere a bada la sua personalità impulsiva e irriverente e, svincolandosi dall’ortodossia omertosa della comunità psicoanalitica, riportò nei Ricordi un resoconto molto probabilmente più veritiero del suo rapporto con Freud e i suoi seguaci (Timms, 1992).  


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Pubblicato in Psicoanalisi e Metodo, 10, 241-273, 2011.

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