Giuseppe Zanda

Medico psichiatra psicoterapeuta

Dr. Giuseppe Zanda, psichiatra psicoterapeuta. Via Consani 80, Lucca.

Sito web che raccoglie pubblicazioni e interventi svolti negli ultimi anni. Gli articoli sono a carattere scientifico e divulgativo.

“UNA CREATURA PREZIOSA DEL PIÙ ALTO VALORE”.
LOË KANN TRA JONES E FREUD

Giuseppe Zanda

 


PREMESSA

… in nessun campo del sapere le donne sono state così presenti e attive come nella psicoanalisi. In veste di paziente, terapeuta, teorica, studiosa, o semplicemente interlocutrice, esse vi hanno partecipato da protagoniste.
S. VEGETTI FINZI, 1992.

Il passaggio dell’Introduzione del libro Psicoanalisi al femminile (Vegetti Finzi, 1992), riportato in esergo, mi è sembrato in netto contrasto con l’idea che mi ero fatta del contesto “di genere”, in cui la psicoanalisi nacque e si sviluppò e, nello stesso tempo, mi ha confermato nell’intenzione di scrivere questo articolo, nel quale, basandomi sul racconto di parte della vita di Loë Kann, personaggio poco ricordato dalla storiografia psicoanalitica, prenderò in esame alcuni aspetti complessi e sfaccettati del suo rapporto con Ernest Jones e Sigmund Freud, sui quali mi è sembrato interessante riflettere.
La psicoanalisi nacque nella testa di un maschio e in seguito si sviluppò grazie al contributo di altri maschi, che in numero crescente si impegnarono in favore dell’affermazione e della difesa della “causa”, termine che Freud utilizzava per indicare la disciplina scientifica da lui stesso creata.  
Si considerino, a sostegno di questa osservazione, i seguenti dati: 1) erano maschi i quattro medici (Wilhelm Stekel, Alfred Adler, Rudolf Reitler, Max Kahane), che la sera del 2 novembre del 1902 Freud invitò nel suo studio a partecipare a quella che sarebbe stata la prima di molte riunioni, che avrebbero trasformato la psicoanalisi da tema di indagine e di studio di un solo individuo in argomento di riflessione e di confronto di un gruppo sempre più numeroso di  individui; 2) per molti anni furono solo maschi i partecipanti alle riunioni della Società Psicologica del Mercoledì, che si tenevano nello studio di Freud: nel 1906 si contavano diciassette membri, “tutti uomini e tutti ebrei” (Falzeder 1992, p. 133); 3) furono cinque maschi (Ernest Jones, Sándor Ferenczi, Karl Abraham, Otto Rank e Hanns Sachs) i componenti del gruppo ristretto di seguaci di Freud, il cosiddetto “Comitato segreto”, pensato a Vienna nell’estate del 1912 come baluardo contro le deviazioni e gli attacchi di alcuni “freudiani” alla teoria freudiana ortodossa.   
Si consideri anche che fu solo nel 1910 che per la prima volta una donna venne accettata come membro della Società Psicoanalitica Viennese. Si trattava di Margarethe Hilferding (1871-1942?), laureata in Medicina a Vienna, assidua partecipante alle riunioni del mercoledì nello studio di Freud. L’11 ottobre dell’anno seguente la Hilferding si dimise dalla Società assieme ad altri quattro membri per aderire al gruppo scissionista di Adler. In quello stesso giorno venne ammessa nella Società Psicoanalitica Viennese un’altra donna, Sabina Spielrein (1885-1942), che si era laureata in Medicina a Zurigo pochi mesi prima. Passarono altri due anni prima che nella Società Psicoanalitica Viennese fosse ammessa una terza donna, Hermine Hug-Hellmuth (1871-1924), laureata in fisica e antesignana dell’applicazione della psicoanalisi alla pedagogia.  
Per inciso, ritengo importante e doveroso rendere omaggio a queste tre pioniere della psicoanalisi ricordando la loro fine tragica: la Hilferding morì nel campo di concentramento nazista di Theresienstadt, la Spielrein fu uccisa dalla furia omicida nazista nella sua città natale e la Hug-Hellmuth fu assassinata dal nipote adolescente Rolf, che aveva inutilmente cercato di aiutare.     
Anche se, come già sottolineato, per molti anni furono del tutto assenti come protagoniste dalla scena del  dibattito scientifico psicoanalitico, le donne ebbero fin dall’inizio un ruolo molto importante all’interno del movimento psicoanalitico sia come “oggetto” privilegiato delle indagini cliniche sia come presenze centrali nella vita, personale e professionale, di molti tra i primi  psicoanalisti.   
Del grande viennese è stato detto che «Scrivere delle donne che hanno popolato la vita di Freud – le donne della famiglia, le pazienti, le amiche, le prime pioniere della psicoanalisi – e della sua concezione del femminile significa inevitabilmente sollevare il sospetto di voler mettere Freud sotto accusa» (Appignanesi e Forrester, 1992). Non è questa la finalità di questo articolo, il cui scopo é, invece, prendere in esame alcuni aspetti della vita di Loë Kann per sviluppare criticamente due argomenti principali: la parte che Ernest Jones, una delle figure più importanti e discusse dell’universo psicoanalitico, ebbe nella relazione amorosa con lei e il modo eterodosso in cui Freud condusse la sua analisi.
 

LOË CONOSCE JONES

In quel che ho dovuto dire riguardo alla mia vita sessuale ed amorosa sono stato interamente veritiero, ma non sarei del tutto onesto se non confessassi che la trascrizione è incompleta.
 E. JONES, 1959.

Louise (Loë) Dorothea Kann (1882-1944), figlia di un ricco ebreo sefardita proprietario di una banca in Olanda, conobbe Ernest Jones all’inizio dell’estate del 1906.  
Nell’Autobiografia Jones descrisse il suo incontro con Loë Kann nel modo seguente: «Fu tramite Eder che venni a conoscere una delle personalità più notevoli che si potessero incontrare: una giovane signora ebrea olandese, che propongo di chiamare con il nome di battesimo, Loë. Prendemmo a frequentarci dopo che essa portò a consultarmi una sua protetta, su consiglio di Eder. Per sette anni le nostre vite furono strettamente legate, e la mia storia non può che essere arricchita da una descrizione delle sue qualità straordinarie e dalle sue ancor più straordinarie azioni. Il suo particolare tipo di costituzione psiconevrotica si manifestava principalmente con uno sviluppo di vari tratti di carattere in un grado molto più accentuato, ed anche più raffinato, di quel che si trova nei cosiddetti normali. Certi tratti erano tormentosi, come una squisita sensibilità alla sofferenza, ma per lo più erano nobili, come un coraggio indomabile, una volontà invincibile, e una devozione a tutto ciò che di bello e buono ha la vita. Forse il suo tratto di carattere più rilevante era una passione straordinaria per portare a completo compimento qualsiasi cosa intraprendesse, dalla più piccola alla più grande, e questo non rendeva facile la vita per chi le stava accanto.
Nutriva un grande amore per Londra, ed avendo una certa indipendenza di mezzi decise di abitarvi. Non era stata felice in famiglia, ciò che non sorprendeva dato il suo carattere particolarmente provocatorio […] Presi l’abitudine di abitare da lei; […] Ma nessuno di noi pensava al matrimonio. Loë soffriva di calcoli renali ed era già stata operata più di una volta ai reni. Trotter le aveva dato non più di dieci anni di vita, ma fu lei che partecipò al suo funerale, trentacinque anni dopo. Per il dolore prendeva la morfina due volte al giorno e questo la portò ad una grave tossicomania. In quei giorni la vendita di tali droghe al pubblico era priva di restrizioni.
Prese il mio nome e spesso facevamo visita alle nostre rispettive famiglie come una coppia sposata» (Jones, 1959, pp. 130-131).
La relazione tra Loë Kann e Jones iniziò in un periodo difficile della vita del ventisettenne gallese. Jones era stato appena assolto da un tribunale londinese dall’imputazione infamante di aver compiuto atti osceni davanti a quattro adolescenti, tre dei quali di sesso femminile, durante la somministrazione dello speech test nella Edward Street School di Deptford nel corso di una ricerca sullo sviluppo del linguaggio nei bambini (Maddox, 2006, p. 41). In verità, fino ad allora, la vita di Jones, pur essendo stata caratterizzata da numerosi successi, soprattutto sul versante professionale non era stata facile.
Vediamo brevemente i punti salienti della biografia professionale di Jones prima dell’incontro con Loë.
Alfred Ernest Jones nacque a Gowerton nel Galles il 1° gennaio 1879, primogenito, unico figlio maschio di Thomas Jones, ingegnere minerario, e di Mary Ann Lewis. Ebbe due sorelle:  Elizabeth e Sybil. Fece una velocissima carriera scolastica: a sedici anni iniziò il primo triennio degli studi universitari nella facoltà di Medicina dell’University College of South Wales di Cardiff, a diciannove iniziò il biennio clinico all’University College Hospital (UCH) di Londra e nel giugno del 1900 si laureò appena sei mesi dopo aver compiuto ventuno anni.
Dopo la laurea svolse l’internato in medicina e l’internato in chirurgia nell’UCH. Durante l’internato in chirurgia superò l’esame per il baccalaureato in medicina meritando la lode sia in medicina che in ostetricia («Questo successo […] provvide a fomentare il mio “complesso di onnipotenza», in Jones, 1959, p. 98). Quindi ebbe un incarico di sei mesi come assistente ostetrico. In questo periodo superò brillantemente anche l’esame di baccalaureato in chirurgia. Dopo un incarico come ostetrico fece una breve esperienza di due mesi come anatomopatologo.
Fin dall’inizio Jones ebbe l’intenzione di specializzarsi in neurologia: «Benché immaturo nelle emozioni e nella impulsività, ero abbastanza precoce intellettualmente. Sapevo, all’epoca, che il mio interesse per la neurologia aveva forse un’origine sociologica, fatto che ebbe un’importante conseguenza nel mio futuro. Così la mia vita sembrava chiaramente delineata: dovevo raggiungere una posizione in neurologia che mi desse l’occasione di studiare e di insegnare» (ibid., p. 92).
Nonostante la sua inclinazione Jones non cercò un posto in un reparto neurologico perché era convinto che, per essere un buon neurologo, fosse necessario essere competente anche nella medicina generale («… decisi di sfruttare la mia giovinezza per passare alcuni anni a familiarizzarmi con i reparti medici diversi da quello neurologico», in Jones, p. 93).
Nel 1902, terminato il periodo formativo e lavorativo presso l’UCH, Jones venne assunto come assistente nel Brompton Chest Hospital per le malattie polmonari e, all’inizio del 1903, come ufficiale sanitario presso il North-Eastern Hospital for Children (poi Queen’s Hospital) a Bethnal Green, nel quale lavorò sia come chirurgo che nelle sale di oftalmologia e di malattie infettive. L’incarico presso il North-Eastern Hospital durò solo sei mesi invece dei dodici previsti dal contratto perché Jones fu costretto dal Comitato dell’Ospedale a dimettersi per aver contravvenuto più volte al regolamento ospedaliero, che vietava di allontanarsi dall’ospedale senza permesso (Maddox, 2006, p. 32). Dopo le dimissioni dal North-Eastern Hospital superò l’esame di dottorato in Medicina, risultando il primo e ricevendo la medaglia d’oro. Per tale risultato fu nominato membro del Royal College of Physicians.
Verso la metà del 1903 Jones fece domanda per un posto di assistente nel National Hospital con il progetto di restarci due anni per poi ritornare all’UCH e intraprendere la carriera universitaria. Contrariamente alle sue aspettative, non vinse il posto probabilmente a causa delle referenze negative sul suo carattere e, allora, per potersi mantenere e continuare a stare a Londra, accettò molti lavori di scarso rilievo. Il primo incarico fu quello di medico scolastico nelle scuole per minorati mentali nella ripartizione del London County Council (LCC) addetta all’istruzione. Contemporaneamente iniziò il Corso per ottenere il Diploma di Sanità Pubblica a Cambridge. Inoltre ebbe altri tre contratti come assistente presso l’Hospital for Sick Children di Great Ormond Street, presso l’East London Hospital for Children a Shadwell e presso il Morfields Eye Hospital. In quest’ultimo si interessò, in particolare, dell’ereditarietà di alcune malattie dell’occhio.
Nel 1904, oltre ai numerosi impegni lavorativi sopra elencati, iniziò un’intensa attività editoriale sotto il dr. George Carpenter del North-Eastern Hospital for Children, fondatore del British Journal of Children Diseases, e nello stesso periodo, su consiglio del grande neurologo Sir William Gowers,  svolse una ricerca sull’emiplegia, apprendendo, in quella occasione, materie quali la stenografia e la statistica medica. Sotto la guida del dr. Bradford dell’UCH svolse anche una ricerca neuropatologia in casi di idrofobia. Come se tutti questo non bastasse, nello stesso anno Jones iniziò la carriera di insegnante privato per gli studenti di medicina (esami, tesi di laurea e di dottorato, etc.): «Io ebbi grande successo in questo lavoro e per i successivi dieci anni ebbi la massima “clientela” di lezioni private del paese; in parte questa continuò per altri dieci anni finché non vi pose termine con fermezza mia moglie» (ibid., p. 114). Uno degli allievi privati di Jones fu David Eder, che aveva lavorato come medico a Bogotà e era da poco rientrato a Londra dal Sud America. Eder divenne il primo amico ebreo di Jones e, come già ricordato, attraverso di lui Jones fece la conoscenza di Loë Kann.  
All’inizio del 1905 Wilfred Trotter convinse Jones a iniziare la pratica privata. Lo studio professionale venne aperto in un appartamento al 13 di Harley Street, la strada degli studi medici più prestigiosi di Londra, preso in affitto dal padre di Jones. Nell’appartamento andarono a vivere anche Elizabeth e, per brevi periodi, Sybil, le sorelle di Jones. L’attività privata fu quasi un fallimento. D’altra parte aprire lo studio professionale in Harley Street era stata una mossa azzardata e presuntuosa da parte di Jones, medico giovanissimo, quasi privo di referenze ospedaliere o universitarie. Non è, quindi, infondato immaginare che la situazione economica di Jones fosse molto precaria e che l’aiuto materiale del padre non si limitasse al pagamento dell’affitto dell’appartamento di Harley Street.
Jones ebbe altri incarichi lavorativi – anche allora la maggior parte dei contratti erano precari e a tempo determinato –: venne assunto nello staff del Faringdon Dispensary, entrò come assistente al Dreadnought Seamen’s Hospital di Greenwich e, infine – nei mesi a cavallo tra il 1905 e 1906 – ottenne un incarico di medico aiuto al West End Hospital for Diseases of the Nervous System, Paralysis, and Epilepsy, With Special Wards for Paralysed Children, che si trovava al numero 73 di Welbeck Street, non lontano dal suo appartamento di Harley Street.
Nel marzo del 1906 avvennero i fatti della Edward Street School, per i quali Jones venne incriminato. Il processo durò due mesi, durante i quali Jones non potè svolgere nessuna attività professionale, e si concluse nel mese di maggio con la sua assoluzione.
Era questa la condizione, morale e materiale, in cui Loë Kann trovò Ernest Jones quando, su indicazione di David Eder, si recò per la prima volta nello studio di Harley Street.

LOË AIUTA JONES

Solo di recente si è chiesta pensosamente se sarebbe venuto il giorno in cui si sarebbe nuovamente interessata al mio lavoro e mi avrebbe aiutato, come all’epoca in cui facevo solo neurologia.
E. JONES (lettera a Freud del 15 marzo 1912).  

Dopo un anno di sedute (Appignanesi e Forrester, 1992), Loë Kann accolse stabilmente Jones nel suo elegante appartamento, che si trovava in un edificio di nuova costruzione nella St John’s Wood High Street a nord del Regent’s Park. I due iniziarono una convivenza, che presto assunse, anche di fronte al mondo esterno, le caratteristiche di un vero matrimonio. A Londra Loë faceva parte di un ampio circolo internazionale. Il fratello, Jacobus Kann era attivo nell’ambiente ebraico e aveva fondato il sindacato che aiutava coloro che desideravano emigrare in Palestina.
Intanto, dopo l’assoluzione nel processo della primavera del 1906, Jones aveva ripreso a lavorare nel West End Hospital e nel suo studio privato, dove si dedicava alla cura dei pazienti affetti da disturbi nevrotici, isterici, fobici, ipocondriaci. A questo proposito è bene ricordare che all’inizio del Novecento i disturbi psichiatrici minori, i cosiddetti “disturbi nervosi” (la “piccola psichiatria” del secondo dopoguerra in Italia), erano di competenza della neurologia, mentre alla psichiatria competevano le malattie mentali vere e proprie, cioè le varie forme in cui si manifestava la pazzia, che in genere determinavano l’internamento in un asilo manicomiale o in un sanatorio. L’interesse di Jones per la psichiatria – “piccola” e “grande” – era iniziato molto presto e, fin dal 1902, aveva preso l’abitudine di andare a trovare quasi settimanalmente l’amico H.S. (Bertie) Ward, che lavorava in un manicomio fuori Londra, osservando e discutendo con lui i casi clinici. Dopo la morte prematura di Ward, avvenuta nell’ottobre 1902, Jones continuò a frequentare regolarmente diversi istituti psichiatrici con l’appoggio di giovani alienisti (tra gli altri, Bernard Hart al Long Grove di Epsom e William Stoddart al Bethlem Hospital di Londra).
Nell’Autobiografia Jones commentò così l’esperienza psichiatrica di quegli anni: «La psichiatria a quell’epoca era al massimo declino in Inghilterra, e non si compivano studi o osservazioni in alcuno degli ospedali mentali. […] In quei giorni la psicopatologia, o quel che ora chiamano psicologia medica, era in uno stato di ignoranza addirittura più abissale dello studio della pazzia. Era interamente prerogativa dei neurologi organici, dai quali naturalmente ci si aspettava che conoscessero tutto sui “nervi”, termine popolare per tutte le psiconevrosi» (Jones, 1959, p. 115).
Nel 1906 Jones entrò per la prima volta in contatto con la nuova disciplina, che da Vienna stava iniziando lentamente a diffondersi in alcune parti dell’Europa continentale. «Fu Trotter che per primo mi menzionò il suo nome [di Freud]. Mitchell Clarke aveva pubblicato su Brain nel 1898 una recensione sui suoi Studi sull’isteria […] Il primo scritto in cui mi imbattei fu l’analisi di Dora, pubblicato nel Monatschrift für Psychiatrie. Il mio tedesco non era abbastanza buono per seguirlo bene, ma ne trassi una profonda impressione che c’era un uomo a Vienna che effettivamente ascoltava con attenzione ogni parola che i pazienti gli dicevano» (ibid., p. 149). Così Jones pensò di utilizzare la psicoanalisi di Freud come sistema di cura: «Incominciai a praticare il suo metodo alla fine del 1906 e ricordo bene la mia prima paziente, la sorella di un collega» (ibid., p. 152).  
Quindi Jones conobbe la psicoanalisi più o meno nello stesso periodo in cui avvenne il suo incontro con la giovane olandese. Loë, però, non era propensa a condividere quell’interesse di Jones e sviluppò nei confronti della psicoanalisi un atteggiamento scettico e un’opinione molto critica. Loë avrebbe preferito che Jones continuasse a lavorare come neurologo; siamo, perciò, autorizzati a ipotizzare che fosse disposta ad aiutarlo, anche economicamente, principalmente per quello scopo. Così Jones, potendo contare sul sostegno dell’amante-moglie, cominciò a considerare la possibilità di sganciarsi dall’ambiente medico londinese, dal quale si sentiva emarginato, e di ampliare il suo orizzonte prendendo contatti diretti con il mondo scientifico e professionale oltre Manica.
La decisione di partecipare al 1° Congresso internazionale di psichiatria, neurologia, psicologia e assistenza agli alienati, che si svolse ad Amsterdam dal 2 al 7 settembre del 1907, fu presa molto probabilmente all’interno di questo progetto.
Tra i più di seicento partecipanti al Congresso di Amsterdam c’erano anche lo svizzero Carl Gustav Jung e l’austriaco Otto Gross. Jung era stato invitato a tenere una relazione nella sessione dedicata alle “Moderne teorie sulla genesi dell’isteria”. Nella relazione La teoria freudiana dell’isteria, che seguì quelle di Pierre Janet di Parigi e di Gustav Aschaffenburg di Monaco, Jung difese a spada tratta le teorie di Freud, ma non riuscì a dire tutto ciò che voleva entro i trenta minuti previsti dal programma perché venne bruscamente interrotto. La relazione di Jung, anche se incompleta, suscitò nella discussione successiva molte feroci critiche.
Nonostante il clima avverso, un medico di Zurigo, Ludwig Frank, e Otto Gross, che all’epoca frequentava la Clinica Psichiatrica di Monaco diretta da Emil Kraepelin, presero le difese di Freud e dello stesso Jung. Gross, in una sessione successiva, presentò una comunicazione nella quale sostenne la teoria freudiana e le idee di Jung (Ellenberger, 1970; Makari, 2009, pp. 214-215).
Nella sessione dedicata alla neurologia Jones presentò una comunicazione sull’allochiria, della quale evidenziò l’origine funzionale, isterica.   
La contemporanea presenza di Jung, Gross e Jones al Congresso di Amsterdam fu casuale;  nessuno allora avrebbe potuto prevedere che in seguito, anche se per pochi anni, le loro vite si sarebbero drammaticamente intrecciate.
Jung fu colpito dal coraggio e dall’entusiasmo di Gross e ne diede subito notizia a Freud nella lettera dell’11 settembre 1907: «Prima però Frank di Zurigo si espresse in Suo favore, e così pure Gross di Graz, il quale, inoltre, in sede di lezione psicologica ha spiegato in modo approfondito il significato della Sua teoria […] Ho parlato a lungo con lui e ho visto che è un seguace ardentissimo delle Sue idee […]» (McGuire, 1974, p. 92). Nella stessa lettera Jung comunicò a Freud anche di aver conosciuto Jones: «Con mia enorme sorpresa si trovava tra gli inglesi un giovane proveniente da Londra, il dottor Jones (un celta del Galles), il quale conosce molto bene i Suoi scritti e pratica personalmente la psicoanalisi. È probabile che venga a trovarla in seguito. È molto intelligente e potrebbe forse fare delle buone cose» (ibid., p. 92).
Non sappiamo se Jones, andando ad Amsterdam, avesse programmato di entrare in contatto con qualcuno che lo introducesse nell’ambiente psicoanalitico. Di fatto fu proprio grazie alla conoscenza di Jung e, in misura minore, di Gross che Jones riuscì a farsi accreditare come potenziale seguace di Freud.
Le disponibilità economiche di Loë Kann favorirono l’effettivo ingresso di Jones nel movimento psicoanalitico. Infatti, fu grazie a un suo finanziamento che solo due mesi dopo il Congresso di Amsterdam, nel novembre del 1907, l’intraprendente gallese potè permettersi di lasciare il lavoro per un mese intero per andare a Monaco a seguire un corso di specializzazione in psichiatria nella Clinica di Kraepelin.
Durante la permanenza a Monaco Jones incontrò di nuovo Otto Gross e sua moglie Frieda Schlosser, che aveva conosciuto ad Amsterdam. Gross, notoriamente morfinomane e cocainomane, si era installato nel Café Stephanie nel quartiere bohemien Schwabing e lì teneva lezioni e visitava i pazienti. In seguito Jones, che ascoltò avidamente Gross esporre le sue idee originali sulla pulsione sessuale, sul simbolismo, sulle conseguenze dannose della rimozione e sulle differenze psicologiche tra uomo e donna, avrebbe scritto a Freud nella lettera del 18 maggio 1914: «Quell’autunno ero a Monaco e lì ho imparato da Gross più di quanto abbia mai imparato da Jung» (Paskauskas, 1993, p. 368; Maddox, 1906, p. 55). Jones simpatizzò con i coniugi Gross e venne a conoscenza di parte della loro intricata vita privata: proprio in quel periodo Otto Gross aveva messo incinta un’amica della moglie, Elsa von Richthofen Jaffé, e stava iniziando ad avere una relazione anche con la sorella di costei (Zanda, 2008). Nell’Autobiografia Jones ricordò Gross in questo modo: «Aveva l’aspetto più vicino all’ideale romantico del genio che mai io abbia incontrato, e illustrava inoltre la supposta somiglianza tra genio e pazzia che culminò proprio davanti ai miei occhi in un assassinio, in un ricovero e nel suicidio. Fu il mio primo istruttore nella tecnica della psicoanalisi. Si trattava di dimostrazioni per molti aspetti non ortodosse» (Jones, 1959, p. 162).
 Prima di ritornare a Londra andò a Zurigo a trovare Jung al Burghölzli, dove  conobbe Abraham Brill, che lavorava negli Stati Uniti e si trovava a Zurigo per un periodo di perfezionamento presso la famosa scuola di psichiatria diretta da Eugen Bleuler. Durante la permanenza a Zurigo Jones, nonostante fosse un novizio della psicoanalisi, suggerì a Jung di organizzare un incontro internazionale dei seguaci di Freud nella primavera successiva. Un’idea del genere era già venuta anche a Sándor Ferenczi e Philipp Stein, che in quel periodo frequentavano il Burghölzli.
Nella lettera del 30 novembre 1907 Jung scrisse a Freud: «Negli ultimi cinque giorni il dottor Jones di Londra, un giovane estremamente dotato e attivo, è stato qui da me allo scopo principale di parlare con me delle Sue ricerche. Data la sua splendid isolation a Londra, non è ancora penetrato troppo a fondo nei Suoi problemi, ma è convinto della necessità teorica delle Sue asserzioni. Sarà un robusto appoggio per la nostra causa: perché oltre a buone doti intellettuali ha molto entusiasmo.
Il dottor Jones, insieme con i miei amici di Budapest, ha suggerito l’idea di un convegno dei seguaci di Freud. Il convegno dovrebbe svolgersi a Innsbruck o a Salisburgo la prossima primavera ed essere organizzato in modo che i partecipanti non restino via da casa più di tre giorni, cosa possibile se la scelta cadesse su Salisburgo. Il dottor Jones è del parere che dovrebbero venire almeno due persone dall’Inghilterra; e dalla Svizzera ne verrebbero certo parecchie» (McGuire, 1974, p. 109). Così Jung, sentito Freud, prese la decisione di organizzare il 1° Convegno di Psicoanalisi, che, nonostante il parere contrario di Jones, venne chiamato Incontro di Psicologia Freudiana.
È immaginabile che, dopo Monaco e Zurigo, il giovane Jones si sentisse più vicino alle spiegazioni psicoanalitiche che ai modelli eziopatogenetici della medicina ufficiale delle malattie “nervose” e che, dato il suo temperamento impulsivo e presuntuoso, non ne facesse mistero in ospedale. Così, nel febbraio 1908 Harry Campbell, suo superiore al West End Hospital for Nervous Diseases lo “sfidò” a scoprire l’origine sessuale della paralisi isterica del braccio sinistro di una bambina di dieci anni ivi ricoverata. Jones la interrogò e ritenne di aver individuato la causa nel fatto che la bambina si era difesa col braccio paralizzato dalle avances sessuali di un compagno di scuola più grande. Successivamente la bambina raccontò ai suoi compagni che il dottore aveva parlato con lei di temi scabrosi. Il padre lo venne a sapere e protestò ufficialmente. Poiché nell’ospedale vigeva il divieto assoluto di parlare di argomenti sessuali, Jones fu costretto a dimettersi (Jones, 1959, p. 140).
«A Londra la sua carriera era finita. Nessuno l’avrebbe più assunto, ora» (Maddox, 2006, p. 60). Fortuna volle che in quei giorni si trovasse a Londra Charles Clarke, professore di psichiatria in Canada e sovrintendente del Toronto Hospital for the Insane, che «era stato in giro per tutte le cliniche psichiatriche d’Europa» (Jones, 1959, p. 141) a cercare una persona idonea a coprire incarichi di responsabilità nel suo ospedale. La posizione a Toronto comportava anche qualche prospettiva universitaria. Jones venne raccomandato e Clarke gli offrì il posto. Jones accettò di buon grado e ottenne di poter prendere servizio a Toronto dopo l’estate («eravamo in marzo, e non volevo lasciarmi sfuggire la rara occasione di passare sei mesi a svolgere studi e compiere una ricerca nel continente», in Jones, 1959, p. 142).  
Però c’era un problema: Loë Kann non voleva andare a Toronto, non aveva nessuna  intenzione di allontanarsi dalla sua famiglia, che poteva raggiungere facilmente da Londra, né aveva voglia di trasferire la sua vita sociale e i suoi problemi di salute in Canada. Come ha osservato la Maddox: «Il fatto che alla fine disse di sì e accettò di accompagnare Jones a Toronto testimonia, malgrado disponiamo di ben poche informazioni sulla loro relazione, il grande attaccamento esistente tra i due» (Maddox, 2006, p. 60).


JONES: DA LONDRA A TORONTO

Da piccolo una volta sbalordii mia madre dicendole che sapevo quale dote più ambivo possedere. Invece di quella spirituale, che ella sperava di udire, dissi: “l’energia”.
                              E. JONES, 1959.

Jones organizzò meticolosamente il semestre di viaggi di studio. Loë non lo accompagnò, ma sicuramente gli fornì il denaro necessario, di cui Jones non disponeva avendo nei mesi precedenti lavorato saltuariamente. Nell’Autobiografia Jones ricordò l’inizio del semestre nel modo seguente: «La prima metà doveva essere trascorsa in Germania, la seconda in Francia, in parte a scopi linguistici. Dapprima visitai Jung, col quale ero stato in regolare corrispondenza, e discussi con lui i nostri progetti per organizzare il 1° Convegno Psicoanalitico. Ricordo vane proteste contro il suo desiderio di chiamarlo Congresso di Psicologia Freudiana, termine che offendeva le mie idee di obiettività nel lavoro scientifico. Jung, Brill ed io andammo allora a Salisburgo, dove doveva aver luogo il Convegno il 26 e il 27 aprile 1908, e lì incontrai per la prima volta Freud» (Jones, 1959, p. 155).
Dopo Salisburgo Jones andò a Vienna a trovare Freud assieme a Brill. Freud informò immediatamente l’amico Jung (lettera del 3 maggio 1908): «Jones e Brill sono stati qui miei ospiti per la seconda volta [...] Jones è certamente un uomo assai interessante e prezioso, ma verso di lui ho un sentimento che quasi vorrei definire di estraneità razziale. È un fanatico che mangia troppo poco. “Intorno a me voglio solo uomini ben pasciuti ecc.”, dice Cesare. Quasi mi ricorda la magrezza di Cassio. Egli nega qualsiasi fattore ereditario; per lui sono già un reazionario. Come ha fatto Lei a intendersi con lui, data la Sua moderazione? [...] Jones vuole andare a Monaco per prestare aiuto a Gross. La sua mogliettina, a quanto pare, sta stravedendo per lui. Egli non dovrebbe cedere alla richiesta di Gross di curare la moglie, bensì cercare di esercitare influenza su lui. Tutta la storia sembra mettersi male.
Mercoledì  prossimo vedrò ancora tutti e due, Jones e Brill, alla seduta della Società psicoanalitica di Vienna» (McGuire, 1974, p. 157).
Dopo Vienna Jones andò a Budapest assieme a Brill su invito di Ferenczi, e ci rimase solo due giorni perché Brill doveva ritornare negli Stati Uniti. Quindi, come programmato, si recò da solo a Monaco, dove frequentò la Clinica di Kraepelin e lavorò sull’istologia corticale sotto la guida di Alzheimer e sulla psicologia sperimentale sotto la guida di Lipps. Chissà se, scegliendo questi settori di studio, Jones non volesse, in qualche modo, rispettare l’impegno morale – cioè, interessarsi di neurologia e non di psicoanalisi – preso con Loë, la sua finanziatrice?
A Monaco incontrò Otto Gross, ma per breve tempo perché in quei giorni il brillante seguace di Freud originario di Graz venne internato coattivamente nel Burghölzli di Zurigo con un certificato di ricovero stilato dallo stesso Freud (Zanda, 2008). Nella lettera del 13 maggio 1908, la prima delle lettere scritte a Freud, Jones parlò proprio di Gross e colse l’occasione per esprimere una critica non troppo velata nei confronti del suo futuro antagonista: «Ho saputo che Jung lo curerà dal punto di vista psichico, e ciò naturalmente mi preoccupa un po’ visto che Jung non sa nascondere i suoi sentimenti e ha un’antipatia piuttosto forte per Gross; inoltre tra loro ci sono fondamentali differenze di opinione su questioni morali […] I miei rapporti con sua moglie sono difficili […] al momento ho soltanto alcuni colloqui con la moglie relativamente ai loro rapporti» (Paskauskas, 1993, p. 71).
A Salisburgo Gross aveva chiesto a Jones di prendere in analisi la moglie Frieda e Jones, nonostante che Freud l’avesse messo in guardia, ebbe con lei non solo “difficili colloqui” terapeutici. Come c’era da aspettarsi Jones non seppe resistere al suo fascino. L’idillio di Jones con Frieda Gross Schlosser, che era rimasta a Monaco da sola, durò solo un mese perché il 17 giugno Gross scappò dal Burghölzli e fece ritorno a casa. Nell’Autobiografia naturalmente il fatto non venne riportato, ma, come ha notato la Maddox (2006, pp. 64 e 65),  una frase di Jones non lascia molto spazio al dubbio: «Non ho mai visto una città con femmine così poco attraenti, benché per fortuna ci fossero alcune straniere; ad una di esse, una signora originaria della Stiria, lasciai in dono un volumetto di poesie dopo il mio soggiorno a Monaco, con una dedica appropriata alle circostanze: “E maggio e giugno”» (Jones, 1959, p. 164). Una dedica misteriosa, maliziosa, il cui significato dovette essere chiaro solo a Jones e a Frieda Gross.
 Dopo Monaco, alla fine di giugno, Jones ritornò per pochi giorni a Zurigo da Jung. Non conosciamo il motivo di questa ennesima tappa. Sembrerebbe quasi che Jones volesse tenere sotto controllo i centri nevralgici della psicoanalisi (a Vienna Freud, a Budapest Ferenczi, a Monaco Gross, a Zurigo Jung). Di certo la visita di Jones a Jung fu il pretesto per un successivo scambio di impressioni riguardanti il collega gallese tra Freud e il suo “principe ereditario”. Nella lettera del 12 luglio 1908 Jung scrisse a Freud: «Una persona che mi riesce enigmatica è Jones. Lo trovo stranamente incomprensibile. Nasconde molte cose o troppo poche? In ogni modo non è un uomo semplice; è un bugiardo sul piano intellettuale (lungi da me alcun giudizio morale!), premuto e sfaccettato da cose e situazioni disparate. Ma qual è la risultante? Troppo ammiratore da un lato, troppo opportunista dall’altro?» (McGuire, 1974, p. 177). La risposta di Freud del 18 luglio fu di un’ambiguità sconcertante: «Credevo che Lei sapesse su Jones qualcosa più di me. A me è sembrato un fanatico che sorride delle mie esitazioni e che dimostra un’affettuosa indulgenza verso Lei per le Sue oscillazioni. Non so fino a che punto il suo comportamento si accordi con questa idea. Direi che egli mente agli altri, non a noi. Molto interessante è per me la mescolanza delle razze nella nostra schiera; egli è celta, e perciò non del tutto accessibile a noi due, che siamo rispettivamente un germanico e un mediterraneo» (ibid., p. 178).
Dopo Zurigo Jones si recò per una settimana a Londra e all’inizio di luglio partì per Parigi assieme a Loë. Nell’Autobiografia Jones sintetizzò l’esperienza lavorativa parigina nel modo seguente: «Svolsi più lavoro a Parigi che a Monaco. Avevo sperato intensamente di essere in grado di lavorare sotto Janet alla Salpêtrière, ma benché mi ricevesse cortesemente mi spiegò che lavorava sempre da solo e non aveva assistenti di studio. Così decisi di continuare le mie ricerche neurologiche sulle emiplegie e sulle deviazioni della lingua e a questo scopo il Professor Pierre Marie fu così buono da mettere a mia disposizione il suo ampio materiale nell’ospedale di Bicêtre» (Jones, 1959, pp. 163-164). Anche in questa occasione fu determinante il desiderio di Loë che Jones lavorasse nel campo della neurologia piuttosto che in quello della psicoanalisi?
A Parigi Jones non si trovò bene, mise molto tempo ad ambientarsi e ad apprezzarne tutto il fascino. «Il mio cuore era ancora in Baviera – scrisse nell’Autobiografia – frequentavo la società austriaca e tedesca a Parigi, ed una volta feci addirittura un viaggio a Speyer, sul Reno, per incontrare un amico di Monaco» (ibid., p. 163). È troppo azzardato ipotizzare che quell’“amico” non fosse altri che Frieda Gross?  
Nelle settimane parigine, poi, avvenne un fatto drammatico: Loë subì quella che anni dopo, nella lettera del 3 giugno 1913 a Freud, Jones avrebbe chiamato in modo vago “l’operazione di Parigi”. Si trattò di un aborto. Non siamo sicuri che si trattò un aborto “volontario”, di certo in quel periodo una gravidanza di Loë avrebbe costituito un enorme ostacolo per il programmato trasferimento lavorativo a Toronto.
Finalmente, verso la metà di agosto Jones lasciò Parigi assieme a Loë e partì per il Galles per fare una visita veloce ai suoi a Gowerton («Fu l’ultima volta che avrei visto mia madre», in Jones, 1959, p. 164). Loë piaceva molto alla famiglia Jones, che la considerava a tutti gli effetti moglie di Ernest. I Jones decisero – non sappiamo per quale ragione – che anche le due sorelle di Ernest si trasferissero in Canada assieme ai due “sposini”. Così il 28 agosto 1908 Ernest Jones partì dal porto di Liverpool per l’America assieme alla sorella più piccola Sybil e Loë lo raggiunse qualche tempo dopo con l’altra sorella, Elizabeth.
 

LOË E JONES A TORONTO

I quattro anni che passai in Canada furono i più prolifici della mia vita quanto a produzione letteraria. […] Ero infelice nella mia vita personale, e così il lavoro era un benefico rifugio.
E. JONES, 1959.

Sbarcato sul territorio americano, Jones trascorse alcuni giorni a Montreal nel Quebec per prendere gradualmente contatto con il Nuovo Mondo, quindi verso la metà di settembre del 1908 raggiunse la sua destinazione finale. «Arrivando a Toronto avevo preso in affitto una piccola casa per aspettare l’arrivo dall’Inghilterra di Loë e della mia sorella maggiore, che dovevano dividersi le responsabilità domestiche. Poco dopo andammo in cerca di case e ne scegliemmo un’altra a Brunswick Avenue, che a quell’epoca era in periferia» (Jones, 1959, p. 169).
Loë arrivò a Toronto dopo qualche settimana. Jones, intanto, aveva cominciato a scrivere regolarmente a Freud fornendogli dettagliate notizie sul suo inserimento lavorativo e sui suoi programmi scientifici. Nella lettera del 10 dicembre 1908, rispondendo alla domanda di Freud di come fosse la vita lì, Jones non usò mezzi termini: «Toronto è una graziosa città, benché l’architettura sia estremamente mista. La musica è rara qui, e non c’è una galleria d’arte in tutto il Paese. La gente è per diciannove parti americana e per una parte coloniale e quindi si offendono molto se li si chiama americani. Ho sempre notato che più è difficile distinguere le persone (ad esempio, norvegesi e svedesi, fiamminghi e olandesi, spagnoli e portoghesi), più esse si sentono offese di essere confuse tra loro. Sono una razza spregevole, estremamente borghese, piuttosto incolta, molto sgarbata. Sono ingenui, infantili, e hanno le opinioni più semplici sui problemi della vita. Non gli importa niente tranne il far soldi e lo sport, masticano gomma invece di fumare e bere, e i loro incontri pubblici sono monumenti alle banalità sentimentali. Hanno orrore di me perché non conosco la data del compleanno del re, poiché prendono la loro lealtà, come tutto il resto, estremamente sul serio e non hanno alcun senso dell’umorismo»  (Paskauskas, 1993, p. 82). Nelle ultime righe di questa lettera, finalmente, Jones fece un accenno – il primo di tutta la corrispondenza con Freud – a Loë: «Attualmente sono tutto preso dalla ricerca di una casa per il mio harem, che consiste di una moglie, due sorelle e due cameriere, e al momento abitiamo in un alloggio ammobiliato in affitto» (ibid., p. 82).  
L’“harem” di Jones non durò a lungo: nella primavera del 1909 la sorella Sybil tornò in Galles per aiutare il padre, rimasto solo dopo la prematura morte della madre, e l’anno seguente la sorella Elizabeth, in occasione di una vacanza a casa, rivide Wilfred Trotter, il vecchio amico del fratello, col quale si sposò nel luglio del 1910. Dopo la partenza delle “cognate” le condizioni di salute di Loë peggiorarono. Nell’Autobiografia Jones ricordò quel periodo in questo modo: «Più grave di tutto il resto era lo stato di salute di Loë. Oltre ad un peggioramento di una pericolosa malattia fisica, anche la sua nevrosi era molto peggiorata, e dalla partenza di mia sorella [Elizabeth] raramente lasciò il letto» (Jones, 1959, p. 185).
In realtà abbiamo pochi elementi per immaginare che negli anni canadesi la vita della coppia  Jones-Kann fosse armonica e felice. Molto di quello che accadde in quel periodo riguardò il lavoro, l’attività scientifica e le graduali ed efficaci mosse di Jones per acquistare, attraverso la costruzione di un rapporto privilegiato con Freud, credibilità e prestigio nel movimento psicoanalitico. Invece, le notizie di cui disponiamo ci danno un’immagine di Loë come di una giovane donna nel fiore degli anni (quando avvenne il trasferimento in Canada era appena ventiseienne), con problemi di salute, lontana dal suo ambiente, in un paese che la condannava apertamente per il fatto di vivere assieme a un uomo non essendo sposata. Purtroppo – anche se nell’Autobiografia Jones ci tenne a puntualizzare che «in un anno o due, con i miei stipendi, fu possibile condurre una esistenza molto confortevole» (ibid., p. 169) – siamo portati a pensare che nella coppia una delle principali funzioni di Loë, se non la principale, fosse quella di finanziare le ambizioni di carriera del “marito”.
Durante gli anni canadesi Jones viaggiò molto, spesso andava negli Stati Uniti per seguire l’attività di associazioni scientifiche o per presentare comunicazioni in vari congressi. Tutto questo comportava un grande impegno economico e, a questo riguardo, la Maddox ha così commentato: «In quale misura questa nuova vita col suo costante viaggiare possa essere stata finanziata dalla sua ricca amante non si sa. Si deve, tuttavia, riconoscere che dei molti difetti personali noti di Jones – la licenziosità sessuale, la trasgressività, l’arroganza e l’autocrazia – non vi fu mai l’avarizia. Non era un taccagno. Lavorava molto, gli piaceva guadagnare denaro e, quando ne aveva, era generoso. […]
Durante gli anni in cui visse in Canada Jones attraversò l’Atlantico ogni estate, di solito per partecipare a congressi. Loë sicuramente lo accompagnava perché aveva paura di essere lasciata sola ed era poco probabile che si lasciasse scappare l’occasione di andare a trovare la sua famiglia e di lasciare il Canada» (Maddox, 2006, p. 75-76).
 Vediamo, dunque, quali furono i principali eventi scientifici ai quali l’intraprendente Jones partecipò in quegli anni.
Nel maggio 1909 prese parte al congresso dell’American Therapeutic Society a New Haven nel Connecticut, nel quale presentò il nuovo trattamento freudiano ai medici di medicina generale. Nel mese di agosto partecipò a Ginevra al 6° Congresso Internazionale di Psicologia, nel quale presentò una relazione “Sulle differenze sessuali dello sviluppo del linguaggio”, l’argomento che nel 1906 gli aveva procurato tanti guai a Depford, Londra. Nella lettera del 9 agosto Freud informò Jung: «Jones scrive da Ginevra di aver incontrato al Congresso vari seguaci che ci sono ancora sconosciuti, invita tutti e due a Toronto; il 4 settembre sarà di nuovo a New York e ci accompagnerà a Worcester ecc.» (McGuire, 1974, p. 263).
 Nel settembre 1909 Freud e Jung furono invitati da Stanley Hall a tenere un ciclo di conferenze alla Clark University di Worcester, Boston. All’arrivo in America furono accolti da Brill e Jones li raggiunse subito dopo. Era presente anche Ferenczi, dal quale Freud si era fatto accompagnare. Esula dagli scopi di quest’articolo esporre in dettaglio quanto accadde durante questa importante tappa della storia del movimento psicoanalitico. Basti ricordare che fu in quell’occasione che i cinque analisti decisero di organizzare l’anno successivo il secondo convegno psicoanalitico con lo scopo di istituire un’Associazione Psicoanalitica Internazionale. A proposito di questo convegno Jones riportò nell’Autobiografia: «La riunione fu tenuta a Norimberga nell’aprile del 1910, un’epoca dell’anno in cui non mi fu possibile lasciare i miei obblighi in Canada. Fu l’unico Congresso Psicoanalitico Internazionale al quale sia mancato» (Jones, 1959, p. 201).     
 Malgrado l’impegno di Jones i tempi non erano ancora maturi per la fondazione di un’associazione psicoanalitica in America, anche se varie personalità mostravano interesse per la dottrina freudiana. Intanto, nel maggio del 1910 a Washington D.C venne fondata. la American Psychopathological Association, che riuniva medici e psicologi interessati alla psicopatologia e alla psicoterapia. Morton Prince venne eletto presidente e James Putnam e Jones vennero eletti consiglieri. Il Journal of Abnormal Psychology diventò l’organo ufficiale dell’Associazione. Nella lettera del 17 maggio 1910 Freud scrisse a Jung: «Oggi ho trovato una lunga lettera di Jones, scritta da Washington, in cui egli riferisce degli avvenimenti interessanti, tutto sommato soddisfacenti, all’American Psychopathological Association, il 2 maggio. […] É una cosa che fa molto piacere. Per il momento egli ritiene difficile o possibile soltanto formalmente la fondazione di una sezione americana. Ma queste sono preoccupazioni di governo, che riguardano Lei» (McGuire, 1974,  pp. 341-342).
Nell’agosto 1910 Jones attraversò l’oceano assieme a Loë per partecipare a Bruxelles al Congresso Internazionale di Psicologia Medica e colse l’occasione per andare a trovare Freud, che si trovava in villeggiatura in Olanda. Freud lo comunicò prima a Ferenczi il 3 agosto – «Avevo quasi dimenticato di informarLa che mi aspetta  una visita del tutto inattesa verso la metà del mese. Jones partecipa al congresso di Bruxelles e arriva qui il 10 VIII, perché sua cognata ha una villa in questi luoghi. Piccolo è il mondo!» (Brabant, Falzeder, Giampieri Deutsch, 1993, p. 202) – e poi a Jung il 10 agosto – «Domani dovrebbe venire proprio qui a Noordwijk quello dei nostri amici che sta più lontano, perché un suo parente ha qui una villa: Jones da Toronto. Quest’anno egli è molto cresciuto nel mio affetto» (McGuire, 1974, p. 369).
Così Jones, che non aveva potuto partecipare al Convegno di Norimberga, dopo più di due anni di rapporto epistolare riuscì, con l’aiuto determinante di Loë, a incontrare di nuovo Freud di persona.
Nel gennaio dell’anno successivo Jones ebbe un nuovo incidente professionale di natura sessuale. Una paziente, vista per quattro volte nel settembre 1910, lo accusò di violenza sessuale e lo denunciò al Presidente dell’Università di Toronto, Sir Alexander Falconer. Jones incaricò della difesa un rinomato avvocato, assunse una guardia del corpo e, inoltre, pagò 500 dollari per tacitare la donna. Nonostante tutto questo la donna tentò di sparargli e venne ricoverata in un sanatorio. Jones venne creduto e difeso da Falconer […]. Questo episodio, molto increscioso, non ebbe conseguenze legali, ma spaventò Loë, da tempo stanca di vivere a Toronto e desiderosa di ritornare in Europa. Non  é superfluo sottolineare che anche in questa occasione gran parte delle ingenti spese affrontate per avvocato, “risarcimento” e difesa personale furono sostenute da Loë (Maddox, 2006, p. 91).
Nella lettera dell’8 febbraio Jones informò Freud dell’accaduto: «Tutto questo ha allarmato mia moglie – forse anche per qualche motivo inconscio, di cui Lei non avrà alcuna difficoltà a discernere la natura – e ha insistito affinché la casa e io fossimo protetti da detective» (Paskauskas, 1993, p. 164). Un mese dopo, l’8 marzo, Jones comunicò a Freud che la situazione stava peggiorando: «Mia moglie è molto sconvolta e preme, come ha fatto per tanto tempo, perché mi ritiri dalla pratica privata che è “un lavoro così pericoloso”. Se non lo faccio, penso che mi lascerà, sebbene siamo devoti l’uno all’altra. Ha dei complessi terribilmente forti contro il lavoro, e non ho mai avuto occasione di rompere la sua resistenza, a causa del grave stato della sua salute generale. Se rinuncio dovrei andare a Londra e dedicarmi per alcuni anni alla ricerca in mitologia, antropologia, religione ecc.» (ibid., p. 171).
Ma Jones sentiva di avere un compito da svolgere. Con disappunto aveva appreso la notizia che in febbraio Brill, senza informare né lui né Putnam, aveva fondato la New York Psychoanalytic  Society, così il 9 maggio 1911, anche per difendersi dagli attacchi di Boris Sidis e Morton Prince, che pure inizialmente erano stati estimatori delle idee freudiane, fondò con Putnam a Baltimora la American Psychoanalytic Society.
Jones era andato a Baltimora assieme a Loë anche con l’intenzione di chiedere ad Adolf Meyer di essere assunto alla Johns Hopkins Medical School. Meyer aveva avuto buone referenze su di lui ed era propenso ad accoglierlo nel suo prestigioso Istituto di psichiatria, ma, quando incontrò la coppia e si rese conto della grave addiction alla morfina di Loë, non ritenne opportuno assumerlo.
Intanto l’avversione di Loë per il Canada (e per la psicoanalisi) cresceva e le prospettive di carriera di Jones si andavano notevolmente affievolendo. Nella lettera del 13 luglio Jones espose a Freud i problemi lavorativi che stava affrontando e approfittò per dilungarsi sulla sua difficile situazione “coniugale”: «Ma, come Lei sa, l’intera questione è stata enormemente complicata dai sentimenti di mia moglie. È invalida cronica, a causa di una pielonefrite, una calcolosi e altre complicazioni, e soffre di dolori forti e quasi costanti per i quali deve assumere dosi massicce di morfina, che hanno notevolmente deteriorato le sue condizioni fisiche e mentali. La sua vita qui è triste e, a parte me, molto solitaria, poiché è lontana dai suoi amici e dai parenti, e, come me, detesta cordialmente i canadesi. Nel passato si è sacrificata per me in molti modi, benché non creda nel mio lavoro e abbia molta paura dei pericoli che esso può comportare per la mia reputazione. Ha fatto del suo meglio per sopportare la tensione qui ed era pronta a sopportare un altro anno ancora in vista del mio titolo di professore. Date le circostanze sarebbe inumano da parte mia chiederle di rimanere ancora, e presumo che sarebbe inutile. L’unica mia possibilità, quindi, è tornare con lei a Londra oppure separarci, il che è impensabile» (ibid., p. 187).
Invece, per una serie di circostanze favorevoli, nelle settimane successive a quest’ultima lettera, Jones ottenne l’incarico di professore associato di Psichiatria e, contemporaneamente, fu chiamato a dirigere il Reparto Neurologico del General Hospital di Toronto, di cui era diventato sovrintendente Charles Clarke, il suo vecchio capo all’Ontario Asylum for the Insane. A quel punto l’infelice Loë accettò di rimanere a Toronto sino alla primavera dell’anno successivo.  
Il 21 e 22 settembre 1911 si tenne a Weimar il 3° Congresso Internazionale di Psicoanalisi. In quella occasione Jones ebbe un colloquio privato con Freud, nel quale gli parlò dell’addiction alla morfina e dell’infelicità di Loë. Freud disse che, a suo parere, Loë poteva trarre beneficio da un trattamento analitico – anche per quanto concerneva l’addiction – e si dichiarò disposto a prenderla in analisi.
Sorprendentemente Loë in un primo momento si mostrò molto contenta del progetto di fare una cura analitica, che l’avrebbe fatta guarire, ma, come risulta dalle lettere di Jones a Freud, nei mesi successivi in molte occasioni tornò a manifestare la sua ostilità nei confronti della psicoanalisi. Questa instabilità, questi atteggiamenti contraddittori e questi repentini cambiamenti di atteggiamento e di umore, assieme alla paura di essere costretta “ad avere idee contro la sua volontà” e, soprattutto, alla condizione tossicomanica, sono, a mio parere, elementi che oggi orienterebbero verso una diagnosi di disturbo borderline di personalità.
I mesi che precedettero il rientro di Jones e Loë in Europa, programmato per la metà di giugno 1912, videro Jones alle prese con le difficili e rischiose dinamiche transferali, che si presentavano nelle donne che aveva in analisi, ma, per quanto è dato sapere, non accaddero fatti gravi come quello del gennaio 1911. Invece un fatto importante contribuì a minare il rapporto tra Jones e Loë: la relazione “non analitica”, che Jones aveva instaurato con Lina, la giovane cameriera, dama di compagnia e infermiera di Loë. Jones aveva cominciato ad andare a letto con quella giovane donna, esercitando una sorta di droit du seigneur. Per Jones fu uno sfogo, ma anche una vendetta nei confronti della prolungata invalidità e della “anestesia sessuale” di Loë (Maddox, 2006, p. 98). Non sappiamo se Lina avesse fatto parte dell’“harem”, cui Jones si era riferito nella lettera a Freud del 10 dicembre 1908, né sappiamo se Loë fosse a conoscenza della tresca del “marito” e, in qualche modo, la tollerasse.

LOË IN ANALISI CON FREUD

Non so ancora come Jones sopporterà la scoperta che, in seguito all’analisi, sua moglie non resterà più sua moglie. Risulterà forse che le donne sono più accorte di noi e quindi a ragion veduta ci costringono a sottostare alla loro volontà.
S. FREUD (lettera a Ferenczi del 4 maggio 1913).


Nelle lettere, che Jones e Freud si scrissero nei mesi tra il Congresso di Weimar e la partenza di Jones dal Canada (ottobre 1911-maggio 1912), vi furono numerosi riferimenti allo stato di salute di Loë e alla sua progettata analisi con Freud. Il brano seguente, tratto dalla lettera di Jones del 15 marzo 1912, vale come esempio di come si stesse svolgendo la faccenda: «Innanzitutto mi consenta di parlarLe un po’ di mia moglie. Sono contento di poter dire che sta meglio in tutti i sensi, tranne ovviamente che la morfina è la stessa di prima. Questo inverno siamo stati più felici di quanto non siamo mai stati prima, e siamo stati molto, molto vicini, insieme. Mia moglie ha anche più speranze riguardo a sé stessa, e il suo atteggiamento verso la psicoanalisi sembra essere in qualche misura cambiato, benché certo non si possa essere sicuri che tale mutamento sia profondo; le resistenze devono esserci ancora. […] Come può immaginare, i suoi pensieri riguardo a Lei sono stati molto influenzati dal mio atteggiamento verso di Lei, e ultimamente il desiderio che Lei, e nessun altro, possa curarla è divenuto sempre più forte. Non so se ciò sarà possibile, ma temo che se non lo fosse lei si sentirà molto delusa e scoraggiata. […] faremmo tutto il possibile dal punto di vista economico, compreso per esempio il prendere una suite adatta di stanze a Vienna, con un’infermiera, e un medico che la visiti con la frequenza necessaria quando la morfina verrà ridotta. Credo che si possa fidare tranquillamente della sua onestà rispetto alla morfina, e ho le migliori ragioni per dirlo. Partiremo di qui verso la metà di maggio e arriveremo a Vienna probabilmente per il 14 giugno, che mi rendo conto è il periodo in cui Lei è più impegnato e affaticato» (Paskauskas, 1993, pp. 213-214).
Nel giugno 1912 Jones e Loë arrivarono a Vienna da Toronto e vi rimasero per tre settimane. A Vienna Loë ebbe uno o più colloqui con Freud per accordarsi sull’analisi, che sarebbe iniziata nell’ottobre seguente. In quei giorni Jones si incontrò con Ferenczi e Rank per affrontare i problemi del movimento psicoanalitico (le dimissioni di Adler, le imminenti dimissioni di Stekel, i contrasti con Jung e il gruppo di Zurigo) e a Ferenczi venne l’idea di formare un gruppo non ufficiale di persone analizzate “profondamente” da Freud per «poter rappresentare la pura teoria non adulterata da complessi personali» (lettera di Jones a Freud del 30 luglio 1912, in Paskauskas, 1993, p. 226).
A metà luglio Jones e Loë partirono per Londra passando per Bonn, dove Loë si fermò dalla sorella per poi raggiungere Jones a Londra alla fine di luglio. Dopo una settimana di permanenza a Londra Loë si recò in Olanda dai suoi per un mese e ritornò a Londra all’inizio di settembre. Nel frattempo Jones non rimase fermo (come avrebbe potuto?): andò in Galles a trovare il padre, poi andò a Partenkirchen in Austria da Leonhard Seif, col quale proseguì per Zurigo per partecipare al 3° Congresso annuale della International Society for Medical Psychology and Psychotherapy. Jones tornò a Londra il 10 settembre dove lo aspettava Loë. Freud, che aveva programmato di andarli a trovare proprio in quei giorni, dovette rinunciare al viaggio all’ultimo momento perché preoccupato per la  figlia maggiore Mathilde, gravemente malata. Finalmente, il 27 settembre Jones e Loë partirono da Londra e, passando dall’Olanda, giunsero a Vienna giusto in tempo per la prima seduta di analisi di Loë, fissata con Freud per il 1° ottobre.
Jones scrisse nell’Autobiografia: «Tornando nel settembre del 1912 da una sua vacanza, Freud espresse l’opinione che non mi conveniva restare a Vienna durante l’analisi di Loë. Non avevo bisogno di tornare a Toronto prima della metà di gennaio [per tenere il corso di Psichiatria di sei settimane all’Università], e decisi di passare l’intervallo di tempo in Italia» (Jones, 1959, pp. 185-186). La Maddox ha sottolineato che, molto probabilmente, fu Loë a provvedere ancora una volta alle spese del soggiorno italiano di Jones (Maddox, 1906, p. 103).
Mentre Jones era in viaggio per l’Italia l’analisi di Loë fu un argomento ampiamente trattato nelle lettere tra Freud e il giovane amico gallese. Nella prima di queste lettere (22 ottobre 1912) Freud scrisse: «Sua moglie si rivela, come prevedevo, una creatura preziosa del più alto valore. Si sente davvero molto bene, anzi molto meglio di quanto sia compatibile con la nostra cura. La prima metà della sua dose quotidiana di morfina – o quasi – è stata ridotta con leggerissima sofferenza. Sicuramente la seconda metà costerà più cara. Sua moglie è tanto gentile da lasciarmi leggere le Sue lettere e sto godendo della precisione delle Sue descrizioni, la vivacità delle Sue impressioni, e il tono elevato del Suo rapporto con Sua moglie» (Paskauskas, 1993, p. 245).
Anche Loë tenne al corrente Jones dell’andamento delle prime settimane di analisi, come risulta dalla lettera di Jones a Freud del 30 ottobre 1912: «I resoconti di mia moglie sembrano soddisfacenti, a volte troppo, sospetto, come se stesse mascherando le sue resistenze. Mi dice che con l’analisi sta facendo dei veri progressi, comprende meglio i principi e si sente abbastanza bene. É molto riconoscente per la gentilezza che Lei le dimostra, ed è impaziente di sapere da me se Lei dice che sta progredendo in modo soddisfacente. Anch’io naturalmente sono impaziente di avere qualche parola da Lei. Anche se non può dire molto al momento, qualcosa significherebbe molto per me» (ibid., p. 249).
 Ma vediamo in sintesi i punti più salienti dell’analisi di Loë fino al rientro di Jones dall’Italia, come vennero riportati con dovizia di particolari nello scambio epistolare tra Freud e Jones.
Il primo e più importante obiettivo di Freud sembrò essere quello di puntare alla totale cessazione della assunzione di morfina da parte di Loë mediante un graduale scalaggio. Un secondo punto fu la comprensione dei dolori in sede addominale, comparsi in modo imprevisto e inspiegabile il sesto o settimo giorno di analisi, la cui natura organica Freud non voleva riconoscere. Erano state raccolte le urine che, a detta della cameriera-infermiera (Lina, che comparirà spesso nelle lettere di Freud), contenevano tracce evidenti di sangue, ma non furono esaminabili perché erano state inopinatamente gettate via. La comparsa, durante l’analisi, di sintomi organici ridimensionò gli ambiziosi obiettivi terapeutici di Freud, che nella lettera dell’8 novembre scrisse subito a Jones: «Oggi [Loë] era molto delusa ed era chiaro che aveva adattato le sue aspettative a un aut-aut e non aveva voglia di adeguarsi alle esigenze della vita e di essere grata per un sollievo, là dove una completa guarigione è impossibile. Ma spero di persuaderla che il compito della cura non è toccato dall’elemento di qualche dolorosa necessità organica di dolore e che si può fare molto in un caso e nell’altro, il che risulterà in un miglioramento» (ibid., p. 252). Jones rispose pochi giorni dopo nel modo seguente (lettera del 13 novembre 1912): «Vorrei ringraziarLa molto sentitamente per i particolari che mi dà su mia moglie, che sono proprio quelli che desideravo sapere. Mi hanno procurato grande sollievo. Sono d’accordo con Lei che il risultato della cura sarebbe comunque buono anche se dovesse permanere qualche elemento organico, ma quello che Lei ha definito un carattere “fanatico” vuole “tutto o niente”; per lei è difficile accettare dei mezzi risultati in qualsiasi cosa. Mi ha dato buone notizie sui progressi, ma oggi ho ricevuto una lettera, scritta due giorni dopo la Sua, che mostra l’altra faccia della medaglia, senza dubbio a causa del suo attacco e di altre cose. Si lamenta amaramente di Lei, perché non ha fiducia in lei, non crede a quanto afferma, rimescola ogni cosa fino a confonderle la mente. Suppongo che in precedenza la resistenza venisse celata nel modo ingannevole delle donne, e che mia moglie fingesse di essere d’accordo con conclusioni che in cuor suo non accettava. […] Loë comincia a percepire la cura come un attacco alla sua personalità; ripete che se le fosse consentito di condurla lei stessa, alla sua velocità, ecc., sarebbe brava e farebbe del suo meglio (si tratta, evidentemente, di un complesso anale) ma essere “forzata, comandata e presa in giro” contro la sua volontà la fa sentire distrutta, disperata e priva del desiderio di abbandonarsi alla cura. E ciò di cui si lamenta è soprattutto la Sua mancanza di fiducia in lei, i Suoi dubbi, il fatto che Lei non crede in ciò che Le dice» (ibid., p. 254).
In questo scambio di informazioni e di commenti non si capisce bene se prevalesse il bisogno di Freud di condividere la responsabilità del trattamento di un caso che, forse, sarebbe stato meglio non avesse preso in cura o se, invece, prevalesse l’intrusività un po’ saccente di Jones, che, parlando dei problemi della “moglie”, sembrava soprattutto voler fare bella figura col “maestro”. Quest’ultima impressione viene confermata nella lettera del 17 novembre, nella quale Jones riferì a Freud della sua personale esperienza durante gli “attacchi” di Loë (cioè le crisi dolorose, che in molti casi erano state probabilmente crisi astinenziali): «Ho visto molti attacchi del genere, ed è tremendo assistervi. Da nessun paziente come da mia moglie ho ricevuto un’impressione più vivida delle terribili forze compresse nell’inconscio. É come se improvvisamente ti si aprisse davanti un orrendo abisso di disperazione nera, immota e senza scampo, e si resta paralizzati e atterriti davanti a un mostruoso abisso. Poi si richiude di nuovo e appare una superficie sorridente per aiutare a dimenticare ciò che si è desiderosi di dimenticare. Confido che Lei guarderà dentro questo vulcano di emozioni, e le insegnerà come utilizzare meglio i suoi fuochi» (ibid., p. 259).
Un terzo punto saliente dell’analisi di Loë fu, all’inizio di dicembre, lo spostamento dell’attenzione di Freud dalla dipendenza da morfina (una battaglia, secondo lui, quasi vinta) all’anestesia sessuale della giovane paziente olandese. Tra Jones e Loë c’erano, dunque, anche seri problemi sessuali e, secondo Freud, le difficoltà sessuali di Loë rappresentavano forse l’ostacolo più grande ad ulteriori progressi terapeutici. Ma c’era dell’altro. Freud era al corrente che Loë si stava innamorando di un giovane tranquillo e educato poeta americano, che, per ironia della sorte, si chiamava Jones, Herbert Jones. «Quanto a Sua moglie sono felice di darLe notizie complete prima che Lei venga qui, dato che potrà trovarla in condizioni diverse da quelle in cui è stata in tutte queste settimane. Ho l’impressione che Lei non si renda conto pienamente di quanto stia bene», Freud scrisse a Jones nella lettera del 26 dicembre, pochi giorni prima del suo rientro dall’Italia (ibid., p. 267).
Infine vanno sottolineati altri particolari della prima fase di questa analisi eterodossa. Per San Nicola Loë regalò a Freud una “stupenda composizione floreale” e Freud prontamente ricambiò il dono regalandole dei fiori. Per di più Freud la invitò a casa sua il giorno prima di Natale. Nella lettera a Jones del 26 dicembre Freud scrisse di Loë: «Posso dire che sta godendo molto il soggiorno a Vienna. Non ho potuto evitare di farla venire un momento a casa mia martedì sera. Quanto ai complessi ho avuto persino motivo di essere soddisfatto, più volte, con il lavoro ψα, anche se lei preferisce toccarli in superficie anziché tuffarsi in profondità, ma sembra fare molto da sé, essendo una natura indipendente che spesso ha solo bisogno di un accenno» (ibid., p. 268).
Il 9 gennaio del 1913 Jones tornò a Vienna dal viaggio in Italia e ritrovò Lina disponibile a diventare la sua amante. A quel punto Loë  non potè più non vedere che Jones andava a letto con la sua cameriera e lo comunicò a Freud, che tuttavia non condannò Jones anche perché sapeva che Loë era coinvolta con un altro uomo. Dopo un paio di settimane, durante le quali non sappiamo quali furono i suoi rapporti con Loë, Jones andò a Londra da dove sarebbe partito per Toronto per assolvere ai suoi impegni accademici. Il 30 gennaio Jones finalmente si confessò, a modo suo, a Freud: «La relazione con Lina era un vecchio problema (che spiega l’identificazione dietro i suoi attacchi isterici), e in Italia ero ben deciso a interromperla. Ma qualche diavolo di desiderio mi ha indotto in tentazione. Non mi sento molto colpevole della mia relazione con lei, né essa era segno di una mia anormalità, ma qualcosa dentro di me mi dice che il proseguimento di questa relazione a Vienna era dettato da un sentimento rimosso di ostilità contro la mia cara moglie, come punizione per la sua anestesia e Lei può immaginare il rimorso straziante che mi sta causando. Questo è il segreto di una sconsideratezza e spensieratezza altrimenti inesplicabili. Aver fatto qualcosa che l’ha ferita, lei che amo appassionatamente e per la quale farei qualsiasi cosa per salvarla, è quasi al di là delle mie possibilità di sopportazione» (ibid., p. 273). É veramente sorprendente leggere con quale disinvoltura Jones, in questa lettera, usò termini come “rimorso” e “amore” riferiti a un rapporto  logorato da molto tempo e così palesemente deteriorato.
Nella lettera di risposta del 10 febbraio, severa ma oltremodo comprensiva, che Jones lesse quando era già a Toronto, Freud scrisse che la questione “Lina” era stata uno shock per Loë e aveva anche causato un aumento delle dosi quotidiane di morfina: «Le sono venuti i vecchi dolori, anche se non molto forti, ha portato la morfina immediatamente a 4 da 1,2 e ha rinunciato alla cura. Lei ricorda, identificava la ΨΑ, la Sua e la mia persona e quindi ha dovuto rompere con tutti e tre. Eppure c’era un filo rimasto intatto tra lei e me. L’ho afferrato e l’ho persuasa a proseguire non per Lei ma nel suo stesso interesse. Si è trovata d’accordo e sembra che sia stato giusto. […] Quindi Lei si dedichi al Suo lavoro, non interrompa la comunicazione con lei e si tenga saldo, fino a quando io potrò uscire di scena. Sta accadendo di più di quanto io possa farLe sapere, ma questo è inevitabile.
[…] Ora Si metta di buon animo per il lavoro, stia attento con quelle donne cattive e scriva il più presto possibile» (ibid., p. 274).
Nei tre mesi seguenti in Jones crebbe la speranza di poter riaggiustare tutto con Loë e gli sembrò che anche Freud fosse dello stesso avviso. D’altra parte Freud gli scrisse nella lettera del 9 aprile: «Non è stato un compito facile per me, stare in questo modo in mezzo a due miei amici; la mia unica consolazione è che entrambi saranno più felici e più sani d’ora in poi, ma se saranno insieme non dipende dalla mia volontà, Lei conosce le regole della cura. Eppure, come Lei, io spero, in ogni caso prevedo un esito favorevole delle cose tra voi» (ibid., p. 280).
    Pochi giorni prima di lasciare Toronto Jones tornò a parlare di Loë, ma in modo diverso e, per certi versi, non del tutto comprensibile (lettera del 25 aprile 1913): «Mi ha detto poco del suo atteggiamento nei miei confronti, ma tra le righe colgo che Lei spera in una riconciliazione, che è ciò che desidero di più. Sono divenuto un po’ più libero e ho meglio analizzato il mio atteggiamento e i miei sentimenti verso di lei. Le devo e le porgerò coraggiosamente le mie scuse sincere e sentite, ma la mia tendenza a umiliarmi davanti a lei è molto minore di prima. E dopo tutto nessuna donna può chiedere questo a un uomo, nonostante l’amico Adler» (ibid., p. 281).  


LOË SPOSA JONES II

É incantevole, è un gioiello come Lei la definisce nella Sua nobile lettera ed è troppo straordinariamente anormale da poter rendere felice la vita di un uomo che fa il nostro lavoro. Deve essere giudicata per se stessa, misurata con criteri adatti solo a lei.
S. FREUD (lettera a Jones del 2 giugno 1914).  

Verso la metà di maggio del 1913, quando Jones tornò a Vienna dopo i mesi trascorsi in Canada, Loë era ancora in analisi con Freud, non riusciva a cessare l’uso di morfina e non aveva nessuna intenzione di lasciare Herbert Jones. Però, se dobbiamo credere a quanto Freud scrisse all’amico Ferenczi il 24 maggio – «Lei sa che Jones è qui e che sta alla Pensione Washington presso la sua moglie» (Brabant, Falzeder, Giampieri Deutsch, 1993, p. 508) – il rapporto tra Loë e Jones presentava ancora molte ambiguità e molte altre ne avrebbe presentate nel futuro. Inoltre non sappiamo se, in quei giorni, Lina stesse da Loë né dove si trovasse Jones II (Herbert Jones). Su questi punti le biografie di Jones sono incomplete e reticenti. Invece nell’Autobiografia Jones riportò quanto gli accadde nel modo seguente: «Quando rientrai a Vienna a maggio progettavo di rimettermi a lavorare a Londra, ma in conseguenza di una conversazione con Freud decisi di sfruttare la mia mancanza di impegni immediati per intraprendere una analisi didattica con Ferenczi a Budapest. Ero il primo analista che facesse questo» (Jones, 1959, p. 187).
L’analisi intensiva (due ore al giorno), che Jones fece a Budapest durò circa due mesi e finì il 1° agosto 1913.
Appena arrivato a Budapest Jones scrisse a Freud di Loë (lettera del 3 giugno 1913): «L’idea di perdere mia moglie non è ancora penetrata pienamente nella mia mente. Ho difficoltà ad “accettarla”. Ha significato così tanto per me per tanti anni, e mi sono aggrappato così stretto inconsciamente alla incondizionalità del suo amore, che mi costerà una depressione piuttosto grave superare il colpo di vedere il suo amore dato a un altro, specialmente il suo amore totale, che avevo sempre sognato di conquistare» (Paskauskas, 1993, p. 283).  
L’8 giugno Freud rispose a questa lettera cercando di salvare “capra e cavoli”: espresse giudizi psichiatrici e valutazioni prognostiche su Loë, auspicò che il rapporto tra lei e Jones rimanesse buono, senza dimenticare di ricondurre il giovane gallese ai suoi impegni lavorativi a sostegno della causa psicoanalitica: «Sono certamente dell’opinione che Lei abbia perso Sua moglie più completamente di quanto non si renda conto. É un tesoro di donna, ma è una persona profondamente anormale e non sono privo di timori riguardo alla sua salute fisica e al suo destino, quando questa storia con Jones II giungerà a una conclusione negativa, come facilmente potrebbe accadere. Lei vede come un uomo intelligente e perspicace può ingannarsi sul prossimo. Sua moglie si è sempre rivoltata contro di Lei e ancora adesso non può esprimerlo in modo adatto per l’analisi.
Lei si riprenderà presto, sono sicuro, e troverà una compensazione nel lavoro che La aspetta e nell’interesse dei Suoi amici sinceramente affezionati. Quanto a Sua moglie, veglieremo su di lei se la vita non corrisponderà ai suoi desideri più forti, e Lei conserverà l’amicizia che nasce da una così lunga comunanza di vita» (ibid., p. 284).
L’analisi con Ferenczi, le lettere di Freud, le notizie dirette da parte di Loë furono fattori che aiutarono Jones – e, di riflesso, anche Loë – a liberarsi da una situazione affettiva e esistenziale infelice e dannosa. Ne abbiamo una prova nella lettera a Freud del 17 giugno 1913: «Però adesso le ferite si stanno rapidamente rimarginando, e mi sto rendendo conto che questa rottura è la cosa migliore non solo per Loë, ma anche per me. È dubbio che avremmo mai potuto avere una vita soddisfacente, anche a prescindere dall’esistenza di Jones [Herbert]. Ciascuno di noi si è liberato della propria sessualità infantile a spese dell’altro, e ora dobbiamo entrambi affrontare una forma di vita più adulta. Al momento il futuro è oscuro per tutti e due, ma è aperto alla possibilità di essere felici o almeno non infelici. Ora che l’amo di meno, posso permettermi di essere più gentile e amichevole, e farò tutto quanto è in mio potere per accrescere la sua felicità» (ibid., p. 287).
É veramente strano che nello scambio epistolare sia Jones che Freud si riferirono sempre a Loë come alla “moglie” di Jones. È impossibile che Freud non fosse a conoscenza del fatto che i due non si erano mai sposati. Imbarazzo? Ipocrisia? Espressione simbolica di un rapporto di convenienza tra i due uomini sostanzialmente falso?
L’incontro conviviale, che si svolse a Vienna alla fine di giugno ed è riportato dalla Grosskurth nel libro The Secret Ring, rende ancora più difficile la comprensione del rapporto triangolare “Loë Kann-Jones-Freud”: «Un vero pasto celebrativo fu consumato il 30 giugno quando Jones e Ferenczi, che avevano viaggiato insieme, si unirono a Sachs e Rank per festeggiare Freud offrendogli un pranzo “totemico” al Kostantinhügel al Prater. La giornata fu coronata dal dono da  parte di Loë Kann di una figurina egizia, che Freud adottò come suo totem ufficiale» (Grosskurth, 1991, p. 60). L’evento che si festeggiava era il completamento della stesura del saggio Totem e tabù, che secondo Freud era importante come L’interpretazione dei sogni. Questo episodio ci dà anche un’idea del clima particolare, nel quale si sviluppò il movimento psicoanalitico. Basti pensare al fatto che si trovarono a mangiare festosamente allo stesso tavolo due coppie di analisti-analizzandi (Freud con Loë Kann e Ferenczi con Jones) e una coppia di “finti coniugi” in piena rottura (Loë Kann e Jones).
In quel “clima particolare” Loë programmò di andare a trovare Jones a Budapest, ma Freud cercò di dissuaderla adducendo ragioni, che fornì a Jones nella lettera del 10 luglio 1913: «Purtroppo ora mi sta dando motivi di preoccupazione, non rispetto a una condizione nervosa ma a una condizione organica. Dato che il gonfiore alle gambe non cessava, le ho fatto consultare finalmente uno dei nostri più giovani internisti, il dott. Kaufmann, che considero molto bravo. Egli ha diagnosticato che la condizione febbrile di maggio, che Hitschmann e Fleishmann attribuirono a un avvelenamento delle urine causato dal piegamento di un uretere, era dovuta o aveva portato a una trombosi di una vena nella profondità dell’addome. […]
Non capisco molto bene e quindi forse sono un po’ più angosciato del necessario, ma tutti questi problemi addominali non mi piacciono. Le chiedo quindi di lasciar perdere il viaggio di Loë a Budapest e di usare la Sua influenza affinché non lasci Vienna prima della fine di questo mese. Potrà vederla prima di andare a Londra e forse fare il viaggio con lei» (Paskauskas, 1993, p. 294).
Nonostante il parere contrario di Freud dopo qualche giorno Loë andò a Budapest.
Terminata l’analisi con Ferenczi, Jones tornò a Vienna e il 2 agosto partì subito per Londra assieme a Loë. Probabilmente andarono a vivere nello stesso appartamento. In quel periodo a Londra c’era anche Jones II con la famiglia e, quindi, Loë poté vedersi tutti i giorni col fidanzato americano. Jones trovò presto un appartamento in affitto e comunicò per lettera a Freud un altro fatto, che ci lascia allibiti: «Loë si è generosamente offerta di pagare le mie spese per i primi tre anni, fino a quando sarò “su terreno sicuro”, ma probabilmente non sarà necessario» (lettera del 18 agosto 1913, in Paskauskas, 1993, p. 304).  
Il 7 e l’8 settembre, mentre Loë “si gettava vigorosamente nell’arredamento” del nuovo appartamento, Jones andò a Monaco per partecipare al IV Congresso psicoanalitico.
In base agli accordi presi con Freud prima dell’interruzione estiva Loë avrebbe dovuto riprendere l’analisi all’inizio di ottobre, invece rimandò il rientro a Vienna dapprima al 21 ottobre, poi al 18 novembre e poi ancora ai primi di dicembre. Questi continui rinvii irritarono Freud, che giunse a scriverle che non poteva più conservarle le ore necessarie per proseguire l’analisi come prima dell’estate, e, naturalmente, Loë, intollerante a quella frustrazione, rispose che non c’era ragione di continuare la cura, visto che Freud non voleva (non avendole conservato le ore).
Intanto il rapporto tra Loë e Jones, come lo stesso Jones scrisse a Freud nella lettera del 27 ottobre, era diventato molto difficile: «L’appartamento è ora praticamente finito malgrado tutti i ritardi, e la sua unica scusa è che desidera avere del tempo libero per sé stessa, per fare acquisti a Londra, per riposare ecc. Indubbiamente c’è una mescolanza di motivazioni, il desiderio di infastidirmi, cosa che le riesce benissimo, l’odio per Lina, che è molto forte, ma penso che la motivazione principale sia la resistenza a proseguire l’analisi. […] Fisicamente sta abbastanza bene, e assume morfina raramente, tranne durante il ciclo mestruale. A tutti esprime una totale sfiducia nella ψα, ha verso di essa la più forte resistenza, e si irrita quando incontra anche la più indiretta connessione con essa. Sono molto preoccupato per la sua futura felicità, soprattutto in riferimento al matrimonio, e temo che Lei non avrà un compito facile nel fare qualcosa con lei» (Paskauskas, 1993, p. 316). In quel periodo Lina era rimasta a Vienna con Trottie, il cagnolino di Loë, ma, dopo la partenza di Loë da Londra, andò a vivere con Jones nell’appartamento arredato e decorato dalla generosa olandese. La convivenza di Jones e Lina durò tre anni.
Da parte sua Jones procedeva senza tentennamenti nel progetto di gettare solide basi per lo sviluppo della psicoanalisi in Gran Bretagna e il 30 ottobre 1913 fondò insieme a David Eder la Società Psicoanalitica di Londra, alla quale aderirono in breve tempo una decina di membri.
Finalmente all’inizio di dicembre Loë ritornò a Vienna per riprendere l’analisi con Freud, che dopo pochi giorni, il 14 dicembre, scrisse a Jones: «Ho visto Loë tre volte dopo il suo arrivo e l’ho trovata in condizioni deplorevoli che mi rattristano. È quasi inaccessibile, non sa come trarre profitto dalle sue sofferenze, non capisce che cosa vogliamo che lei faccia o trovi. Sono molto incline a pensare che non sposerà Herbert Jones, ma si ammalerà prima e non si libererà dalla morfina. È un peccato che sia così anormale e così difficile  da aiutare. Tuttavia non ho rinunciato al tentativo» (ibid., p. 335).
Subito dopo Natale Jones andò a Vienna alcuni giorni per decidere con Freud e altri membri del Comitato la strategia da adottare nei confronti di Jung, che, pur essendosi dimesso da redattore dello Jahrbuch, era, a tutti gli effetti, ancora presidente della Società Psicoanalitica Internazionale. Loë si preoccupò di prenotargli una camera nella “loro” pensione, ma poi non gli scrisse per molti mesi.
Freud, invece, continuò ad aggiornare sull’andamento dell’analisi di Loë un Jones sempre più ansioso di avere notizie. Le condizioni psichiche e fisiche di Loë permanevano cattive: alla fine il vero demone da combattere risultò essere la morfina e su di esso la cura aveva fatto registrare solo modesti e transitori miglioramenti. Invece la situazione cominciò a migliorare in modo evidente con il rientro a Londra di Herbert Jones. Questo fu l’aggiornamento di Freud: «É divenuta più ragionevole e accessibile alla ΨΑ dopo l’arrivo di Davy. Si può organizzare il loro matrimonio. Contemporaneamente si è chiarito il problema del suo caso. Kaufmann ha trovato una grande quantità di pus nelle urine e ha diagnostico una pielite sinistra. A volte ha la febbre. Quindi si rivela un caso misto; consolata dalla concessione di una malattia organica, non nega più l’isteria aggiuntiva. Poiché si trova in una brutta fase, non fa alcun progresso nel rinunciare alla morfina» (lettera a Jones dell’8 febbraio 1914, in Paskauskas, 1993, p. 346).
Il rapporto di Loë con Jones II procedeva molto bene, i preparativi del matrimonio andavano avanti, la coppia si era anche recata a Parigi per due settimane per incontrare il fratello minore di Davy proveniente da Chicago. Però Loë aveva ripresentato i soliti problemi urologici, che richiedevano ulteriori accertamenti. Il 19 marzo Freud scrisse a Jones: «Quanto a Loë, siamo in ottimi rapporti, sto cominciando a capire di più della sua storia, che è molto interessante e confesso di essere un grande ammiratore della sua caparbietà ed energia, parte della quale è ancora diretta a scopi irrazionali. Si è dimostrata un caso misto, come Lei sa, ed é difficile stabilire quali siano le proporzioni all’interno della miscela» (Paskauskas, 1993, p. 356). E scrisse ancora il 25 marzo seguente: «L’esame ha rivelato un certo grado di pielite (non grave) da entrambi i lati, una presenza imprevista di cistite (nessun sintomo), buona funzione del rene sinistro (dolente), cattiva funzione dell’organo destro; non ha offerto alcuna spiegazione per il costante dolore del lato sinistro (torsione, tessuto cicatriziale, isteria?) e non ha chiarito le condizioni dell’uretere sinistro, che si presume dilatato per la presenza di calcoli. Pare che le immagini Röntgen abbiano mostrato del materiale scuro in un punto corrispondente alla parte in causa di quell’uretere, anche se ovviamente io non ho saputo individuare niente nella fotografia. Non è stata bene successivamente all’esame, la mia impressione è che ora si tuffi nella nevrosi che potrebbe rivelarsi utile nell’eventualità di posticipare il matrimonio.
Ora ha un interesse teorico per la ΨΑ e si presta gentilmente all’analisi, pur restando fermamente convinta (vale a dire: decisa) che non cambierà nulla» (ibid., p. 358).
L’8 aprile, nel tentativo un po’ goffo di confermare l’idea di Freud che la sintomatologia di Loë era in larga misura psicogena, Jones scrisse: «Il dolore al lato sinistro deve essere isterico. […] É una lezione istruttiva sugli effetti organici indiretti di una nevrosi» (ibid., 1993, pp. 359-360).
La data del matrimonio si avvicinava e Jones, in un rigurgito di ostilità e malizia tutto sommato fine a se stesso, non perse l’occasione per mettere in cattiva luce agli occhi di Freud la “moglie” ormai definitivamente “ex”: «Naturalmente non mi sorprende la Sua scoperta che Loë può essere stancante, poiché posso ampiamente testimoniarlo. Temo che non abbandonerà la morfina, neppure per Lei e per Herbert Jones. So da Lina che l’estate scorsa ci ha ingannati tutti su questo punto, anche se non conosco i particolari, poiché quando Lina (a cui nascondeva le cose) l’ha scoperta, le ha fatto promettere di non rivelarlo mai. La prego di non parlare di questo, anche se sono certo che sia vero. È stato un colpo per me scoprire fino a che punto l’insincerità e l’esagerazione di Loë hanno proceduto in altre direzioni (specialmente rispetto a me), anche se mi piace pensare che si tratti soprattutto di distorsione inconscia (ibid., p. 371).
Loë alla fine si sposò e Freud ne dette subito notizia a Jones nella lettera del 2 giugno: «sono tornato ieri notte da Budapest, dove noi – Rank e io, e Ferenczi come interprete – abbiamo aiutato Loë a diventare Mrs. Herbert Jones. […] Quanto a lei, valuto correttamente ciò che Lei mi ha detto come prima descrizione della sua persona. É incantevole, è un gioiello come Lei la definisce nella Sua nobile lettera ed è troppo straordinariamente anormale da poter rendere felice la vita di un uomo che fa il nostro lavoro. Deve essere giudicata per se stessa, misurata con criteri adatti solo a lei » (ibid., p. 372).
Al ritorno dal viaggio di nozze Loë riprese l’analisi. I brani seguenti, contenuti nelle due ultime lettere di Freud a Jones di ragguaglio sull’analisi della novella sposa, testimoniano che con la cura freudiana Loë non era guarita dalla tossicodipendenza e che, forse anche per questo, era sempre convinta che la psicoanalisi fosse solo una scienza e non una terapia: «Quanto a Loë, la lotta  contro la morfina è perduta; nel tentativo di liberarsene ha sviluppato una tale tristezza che non avrebbe potuto essere seguita nel poco tempo che ci rimane. Aveva cominciato troppo tardi, si era procurata consciamente molta sofferenza, ma la resistenza interna è ancora troppo forte. Quanto al successo degli anni passati, è facile capire che l’abbia nascosto perché non era seriamente motivata. Questa volta lo era, e ha dovuto imparare quali erano le difficoltà. […] L’incertezza sulla vera natura dei suoi dolori è stata di grande ostacolo a un trattamento adeguato. Dopo aver studiato le sue reazioni più recenti propendo fortemente per l’ipotesi che la parte principale sia sicuramente isterica» (lettera del 7 luglio 1914, in Paskauskas, 1993, p. 377); «Domani mi congederò da Loë. Si è ripresa immediatamente dopo aver preso altra morfina e al momento non vedo alcun modo di togliergliela. Non crede ancora nella ΨΑ, ma è affascinante malgrado tutti i suoi difetti, che sono più che compensati dalle sue eccellenti qualità. Ci sono luci e ombre» (lettera del 10 luglio 1914, in Paskauskas, 1993, p. 380).  
 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Quello che mi scrive di Jones mi fa molto piacere. Ora mi sento molto meno corresponsabile dell’esito che ha avuto il processo analitico in sua moglie, poiché la vedo rifiorire nella libertà. Ho uno straordinario affetto per questa Loë e ho sviluppato per lei un sentimento molto caldo con una totale inibizione sessuale come raramente mi è riuscito prima (probabilmente grazie all’età).
S. FREUD (lettera a Ferenczi del 9 luglio 1913).


1. Quando, all’inizio dell’estate del 1906, si conobbero, Loë aveva ventiquattro anni e Jones ne aveva ventisette. Loë era bella, ricca, ben inserita nell’ambiente ebraico londinese che contava, ma era nevrotica e morfinomane. Jones era un medico giovane, molto brillante, ma era impulsivo, anticonformista e dichiaratamente ambizioso, caratteristiche che gli stavano impedendo di raggiungere una stabile e ben remunerata sistemazione nella comunità scientifica e professionale londinese.
La loro storia d’amore durò sette anni e si svolse a Londra, Toronto e Vienna, ma è difficile considerarla una bella storia d’amore perché fu ben presto rovinata da contrasti, egoismi, tradimenti e differenti prospettive di vita.
Loë non avrebbe voluto lasciare Londra, ma a Londra Jones aveva scarsissime prospettive di carriera e, senza pensarci troppo, decise di andare a lavorare a Toronto, in Canada. Quando prese questa decisione Jones aveva già aderito alla dottrina freudiana e iniziava ad avere una buona posizione nella cerchia dei seguaci di Freud. Aveva conosciuto, tra gli altri, Jung, Gross, Brill, Ferenczi e nell’aprile del 1908, in occasione del 1° Congresso di Psicoanalisi a Salisburgo, aveva incontrato personalmente Freud.
Jones fu agevolato nel progetto di conoscere i protagonisti del movimento psicoanalitico dal fatto che Loë era in grado di finanziare i suoi viaggi di studio nel continente: ad Amsterdam nel settembre 1907, a Monaco nel novembre dello stesso anno, e ancora a Zurigo, Salisburgo, Vienna, Budapest, Monaco, Parigi nei sei mesi precedenti il trasferimento a Toronto.
Le disponibilità economiche di Loë permisero a Jones di conoscere molti dei primi psicoanalisti e di entrare nel movimento guidato da Freud, ma a Loë quel “giro” non piaceva e avrebbe desiderato che i suoi finanziamenti fossero utilizzati da Jones per avanzare nella carriera di neurologo. Invece le cose andarono molto diversamente. La capacità di convincimento di Jones fu, evidentemente, notevole come fu notevole anche la sua capacità di mentire. Ma – è lecito domandarsi – cosa ricevette Loë da Jones in cambio di tanta generosità? Sarebbe difficile dire “l’amore”. Forse, più probabilmente, furono la sicurezza data dallo status pseudo-coniugale e il sentirsi accettata malgrado avesse una malattia renale cronica e fosse una morfinomane. Per non parlare della questione sessuale: Loë era frigida e Jones non era certo una persona sessualmente inibita. Che cosa ci fosse alla base del loro legame e che cosa contribuì a farlo durare tanti anni sono domande, alle quali è difficile dare una risposta.   
Sappiamo anche che Loë fu tradita da Jones molte volte. La libertà sessuale fu strenuamente propugnata da Otto Gross, il primo psicoanalista dal quale Jones apprese l’arte di condurre un’analisi quando alla fine del 1907 andò a Monaco a seguire un corso di psichiatria da Kraepelin. Nel giugno 1908 Gross venne internato nell’ospedale psichiatrico Burghölzli di Zurigo. Durante quel ricovero relativamente breve si verificò una coincidenza davvero strana. A Monaco Jones tradì Loë con Frieda, la moglie di Gross, che quest’ultimo gli aveva chiesto di analizzare, e a Zurigo Jung tradì la moglie Emma con Sabina Spielrein, convinto a quel passo dai lunghi colloqui analitici con lo stesso Gross, suo paziente nell’ospedale zurighese (Zanda, 2008). Successe così che, anche a causa del geniale e tragico psichiatra di Graz, i due futuri avversari formarono con Freud due analoghi “triangoli analitici”: Jones - Loë Kann - Freud e Jung - Sabina Spielrein - Freud (Appignanesi e Forrester, 1992, pp. 117 e segg.).
Il secondo importante tradimento subito dall’infelice Loë da parte di Jones fu quello con la sua cameriera e infermiera Lina. Nelle loro lettere Jones e Freud parlarono apertamente di quel tradimento. La relazione extraconiugale di Jones probabilmente iniziò a Toronto nel 1911, proseguì a Vienna, dove nel giugno 1912 Jones e Loë si trasferirono affinché Loë potesse essere analizzata da Freud, e riprese sempre a Vienna quando Jones tornò dal lungo giro turistico in Italia. Il tradimento con Lina fu la goccia che fece traboccare il vaso e mise Loë nella condizione di guardarsi intorno e di innamorarsi di Jones II.
La figura di Lina richiede un commento particolare. In nessuno dei documenti di cui disponiamo (lettere, biografie, ecc.) si fa mai riferimento al suo cognome. Di Lina non conosciamo il cognome, come se non lo avesse avuto. Fa un certo effetto vedere che nelle lettere tra Jones e Freud Lina fu trattata quasi alla stessa stregua di Trottie, il cagnolino di Loë. É forse questo un esempio di come le donne – in particolare, quelle di livello sociale inferiore – venivano considerate dai maschi del tempo di Freud e da Freud stesso?
La relazione sessuale-amorosa tra Loë e Jones rimanda a un’ultima questione: i rapporti sessuali tra i primi analisti e le loro pazienti. Non rientra nello scopo di questo articolo soffermarmi su questo argomento, ma vale la pena sottolineare che, mentre Freud, nella sua carriera di analista, quasi certamente rispettò  la regola dell’astinenza sessuale con le sue pazienti, la stessa cosa non accadde a molti dei suoi seguaci. L’elenco di costoro è lungo: Gross, Stekel, Jung, Jones, Ferenczi, Rank, ecc, solo per citare alcuni dei più noti. Questo comportamento così diffuso nella pratica dei pionieri della psicoanalisi ci induce a riflettere sul relativismo storico e culturale dell’etica professionale (Baur, 1997).

2. Quando nel settembre del 1911 durante il Congresso di Weimar Jones chiese a Freud di prendere in analisi Loë, il maestro viennese era già a conoscenza della grave morfinomania della “moglie” del giovane amico, che tanto bene stava facendo oltreoceano per la causa psicoanalitica. Freud si dichiarò sostanzialmente disponibile, sicuro che con l’analisi la compagna del suo protetto sarebbe guarita… L’impegnativo programma terapeutico fu progettato senza che Loë ne fosse a conoscenza e già questo è un fatto che lascia perplessi. Ci sono, poi, altre due osservazioni da fare. La prima è che Jones sapeva che Loë aveva molte riserve nei confronti del metodo analitico, lo considerava pericoloso e, soprattutto, non voleva assolutamente mettere in discussione la sua personalità. Il secondo punto riguarda la inspiegabile disponibilità di Freud e il suo ottimismo: Freud, infatti, aveva una pessima opinione dei tossicodipendenti e li considerava non adatti all’analisi. Per la verità Freud aveva messo in conto di iniziare il lavoro analitico con Loë dopo la sua disintossicazione e aveva anche pensato a un suo eventuale ricovero: «È un peccato che non ci sia alcun posto come un Sanatorium qui a Vienna, in cui una paziente del genere potrebbe essere curata con la ΨΑ» (lettera del 5 novembre 1911, in Paskauskas, 1993, p. 196). Ma né il ricovero né la disintossicazione ebbero luogo e Freud iniziò l’analisi di Loë ugualmente.
Quali furono, allora, i fattori che resero possibile l’analisi di Loë?
Loë non voleva più vivere a Toronto. Dopo la partenza delle sorelle di Jones (Sybil nel 1909 e Elizabeth nel 1910) si era sentita sempre più sola e passava quasi tutto il tempo a letto. In seguito all’incidente occorso a Jones all’inizio del 1911 (la denuncia di violenza sessuale da parte di una paziente), puntò i piedi adducendo una serie di buoni motivi per lasciare l’America e tornare in Europa: le prospettive di carriera universitaria di Jones sembravano svanite, il lavoro privato di Jones come analista si era rivelato troppo pericoloso e l’emarginazione da parte dei benpensanti canadesi per la sua condizione di concubina le era diventata intollerabile. La prospettiva dell’analisi con Freud fu per lei come un’ancora di salvezza: era il mezzo migliore per lasciare definitivamente il Canada e trasferirsi in Europa, intanto a Vienna.
Per Jones la decisione di lasciare il Canada per le necessità terapeutiche di Loë costituì un ottimo motivo per sentirsi in credito nei suoi confronti… e Loë, infatti, una volta rientrati in Europa, lo ripagò con gli interessi finanziando il lungo viaggio in Italia, la permanenza a Vienna, forse l’analisi con Ferenczi a Budapest e, sicuramente, il trasferimento a Londra nell’agosto del 1913.  
E Freud? É probabile che Freud intendesse veramente aiutare Jones in un momento così difficile della sua vita. Tuttavia non voleva certo rinunciare a una paziente in grado di pagare ed era molto interessato a rinsaldare il rapporto con Jones, che gli aveva dimostrato di essere in grado di far sì che la psicoanalisi penetrasse nel mondo di lingua inglese. La Maddox ha commentato la  posizione di Freud nel modo seguente: «Non sorprende che Freud fu conquistato da Loë. Gli piacevano le belle donne, preferiva le donne ebree alle tedesche e teneva in particolare considerazione i pazienti ricchi – e Loë gli regalava fiori magnifici. Inoltre Loë aveva il merito di essere la compagna del sempre più indispensabile Jones» (Maddox, 2006, p. 103).

3. L’analisi di Loë durò dall’ottobre 1912 al luglio 1914. Nell’Autobiografia Jones ne fece un accenno molto conciso: «Così nel 1912 essa decise di andare a Vienna e di mettersi nelle mani del professor Freud. Posso aggiungere che come risultato del suo trattamento decidemmo di separarci, dopo di che entrambi ci sposammo felicemente» (Jones, 1953, p. 185). Le lettere tra Freud e Jones, invece, sono una fonte ricca di informazioni sul suo svolgimento e, in base ad esse, è possibile fare alcune osservazioni.
La prima osservazione è che l’analisi di Loë fu un’analisi in gran parte “condivisa” da più persone. Non solo Freud teneva informato Jones – e, in più di un’occasione, anche il suo allievo prediletto, Ferenczi – dell’andamento della terapia, delle condizioni di salute psichica e fisica di Loë, ma anche quest’ultima teneva al corrente Jones, che, a sua volta, riferiva tutto a Freud.
Per un certo periodo l’analisi di Loë si concentrò sulla sua dipendenza dalla morfina – questo fatto non sorprende –, poi, quando Freud si illuse che quel problema fosse stato superato, l’obiettivo centrale dell’analisi divenne la sua frigidità sessuale (che né Freud né Jones pensarono potesse essere dovuta, almeno in parte, all’effetto della morfina), infine il ripetersi di crisi dolorose in sede addominale, la cui origine, grazie a esami strumentali e di laboratorio, venne ricondotta a una calcolosi renale complicata, costrinse il grande viennese ad ammettere che si trattava di un caso anche organico. La natura organica di molti sintomi di Loë fu anche uno dei motivi per cui fu impossibile per Freud mantenere la distanza analitica. Loë divenne un “caso misto”, organico e funzionale, di fronte al quale l’armamentario psicoanalitico risultava inadatto e insufficiente.
La seconda osservazione è che più volte nel corso dell’analisi Loë fece dei regali a Freud, in particolare magnifici mazzi di fiori, che Freud accettava con naturalezza e, in qualche caso, ricambiò con il dono di altri fiori. Come è stato già ricordato, Loë fece dono a Freud anche di una statuina egizia in occasione del pranzo in suo onore al Prater nel 1913. Sono portato a pensare che questi, di cui abbiamo notizia, non furono i soli regali di Loë al suo analista. E poi una vigilia di Natale Freud la invitò a casa sua! Ancora una volta è illuminante a questo proposito il commento della Maddox: «Freud stava infrangendo le regole della psicoanalisi nel momento stesso in cui le stava stabilendo. La miscela di amicizia e di relazione analitica, che più avanti sarebbe stata considerata un tabù, nei primi tempi dell’analisi era una pratica comune» (Maddox, 2006, p. 104).
L’analisi di Loë finì l’11 luglio del 1914. Meno di due settimane dopo scoppiò la Prima Guerra Mondiale. Quante cose sarebbero cambiate per Loë, per Jones, per Freud e per il movimento psicoanalitico dopo la Prima Guerra Mondiale!

4. Nota finale.
    La mia prima principale intenzione nello scrivere questo articolo era quella di presentare in un’ottica storica “oggettiva” Loë Kann, la donna che passò molti anni della sua vita accanto a Ernest Jones, favorendogli con notevoli finanziamenti il percorso personale e professionale, che lo avrebbe portato a diventare uno dei più importanti rappresentanti del movimento psicoanalitico, e che conobbe Freud come paziente, si legò affettivamente a lui in modo particolare, lo colmò di regali e lo aiutò materialmente nei difficili anni della Prima Guerra Mondiale: una donna che ebbe, quindi, un ruolo molto importante sia per Jones che per Freud, ma alla quale la storiografia psicoanalitica ha riservato uno spazio relativamente modesto, destino comune a molti di coloro che incrociarono sia la vita di Freud, il fondatore della psicoanalisi che quella di Jones, il futuro rappresentante ufficiale della dottrina psicoanalitica a livello internazionale.
    Spero di essere riuscito, almeno in parte, a dar seguito alle intenzioni che hanno inizialmente ispirato questo articolo, perché, poi, nello scriverlo mi sono ineluttabilmente soffermato sulla vita e la personalità di Jones e soprattutto sulle contraddizioni e le ambivalenze che sia Jones che Freud misero in campo rispetto ai problemi di Loë Kann.
    La narrazione storica della complessa relazione tra Loë Kann, Jones e Freud mi ha forse portato a indulgere in modo eccessivo su passaggi che potrebbero sembrare più gossip che un’analisi critica dei fatti accaduti. A questa possibile critica credo di poter rispondere con le seguenti considerazioni di Lydia Flem: «Oggi, rievocare i fatti di tutti i giorni e le vicende di Sigmund Freud e dei suoi visitatori della Berggasse non significa solo dipingere l’atmosfera – discreta e appassionata – di un piccolo circolo di viennesi e di stranieri di passaggio nella Vienna dell’inizio del secolo scorso. Perché proprio dalla loro vita quotidiana, dai loro sogni, dai loro amori, dalle loro angosce è nata la psicoanalisi. Ormai da più di un secolo un incredibile medico ha fatto della vita privata il nucleo centrale di una ricerca che egli voleva scientifica e del potere delle parole uno strumento di guarigione. Un gesto involontario, una parola troppo rapida, un accostamento inatteso, un pensiero irragionevole: l’inconscio si legge là dove di solito non si vedeva che il caso, l’insuccesso, lo stordimento, l’incompiutezza. Ormai non sono più aneddoti, storie senza importanza, ma espressioni di un sapere nuovo, nato dal quotidiano» (Flem, 1986, pp. 33-34).


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Pubblicato in Psicoanalisi e metodo, 12, 331-384, 2013.

 

Giuseppe Zanda - Medico psichiatra e psicoterapeuta - Via Consani 80 - 55100 Lucca