Giuseppe Zanda

Medico psichiatra psicoterapeuta

Dr. Giuseppe Zanda, psichiatra psicoterapeuta. Via Consani 80, Lucca.

Sito web che raccoglie pubblicazioni e interventi svolti negli ultimi anni. Gli articoli sono a carattere scientifico e divulgativo.

FREUD, JUNG E OTTO GROSS: ALL’ORIGINE DEL DIFFICILE RAPPORTO TRA PSICOANALISI E DROGA

Giuseppe Zanda


PREMESSA

Nell’Europa della seconda metà del diciannovesimo secolo la psichiatria ebbe un enorme sviluppo, culminato con il nuovo impianto diagnostico delle malattie mentali concepito da Emil Kraepelin. Nello stesso periodo l’abuso di sostanze psicotrope ebbe una grande espansione: oltre all’uso dell’alcol e della nicotina, si diffuse grandemente l’uso tossicomanico di derivati della canapa indiana (soprattutto hashish) e dell’oppio (morfina, laudano) e di farmaci (etere, cloralio).
Fu in questo contesto che prese le mosse la psicoanalisi ad opera di Sigmund Freud (1856-1939). Pertanto è sorprendente, e per certi versi incomprensibile, la sostanziale esclusione dei disturbi psicocomportamentali correlati all’abuso di droghe dalle riflessioni teorico-cliniche della nascente psicoanalisi.
Alcuni studiosi, tuttavia, hanno messo in rapporto con la nascita della psicoanalisi la “relazione amorosa con la cocaina” di Freud, che durò almeno dodici anni (dal 1884 al 1896). Thornton (1984) ha addirittura sostenuto che tutta la psicoanalisi potrebbe essere interpretata come espressione sintomatica dell’addiction alla cocaina di Freud. Su questa stessa linea Dadoun (1983) si è spinto ad affermare che la psicoanalisi stessa fu un sintomo di addiction ed un evidente esempio di ritorno del rimosso. Secondo Wilson la dipendenza di Freud dal tabacco ebbe un analogo significato: «[la dipendenza dal tabacco] fu il supporto e il supplemento, non analizzabili eppure indispensabili, del lavoro quotidiano della psicoanalisi. Si potrebbe invero pensare che la comunità psicoanalitica, quella che formava il circolo di Freud, fosse una famiglia di tossicodipendenti e codipendenti. Freud era irritato dagli amici che non fumavano e, secondo Hans Sachs, in conseguenza di ciò quasi tutti quelli che gli furono più vicini diventarono più o meno appassionati fumatori di sigari» (Wilson, 2002).
Quasi a negare questa impossibile connessione, l’addiction alle droghe fu posta fuori dalla sfera della psicoanalisi. Freud si limitò a sviluppare solo teorie molto rudimentali sull’argomento, sostenendo che la psicoanalisi non poteva curare efficacemente i tossicodipendenti. Di ciò si trova conferma nella lettera a Sándor Ferenczi del 1 giugno 1916, nella quale Freud scrisse, a proposito della cocaina, che l’analisi «è poco adatta al trattamento dell’intossicazione, poiché ogni moto di resistenza sfocia in una ricaduta» (Brabant, Falzeder e Giampieri Deutsch, 1998, p. 144).
Di fronte alle problematiche dell’addiction alle droghe la psicoanalisi, in quanto metodo di indagine della psiche, teoria del funzionamento dei fatti psichici e terapia dei disturbi psicoemotivi, non ha voluto vedere molto al di là degli aspetti tossicologici e socio-culturali. In questo senso sembrerebbe che l’addiction sia stata uno dei “punti ciechi” della psicoanalisi.   
Per quali motivi le cose sono andate in questo modo?
In questo articolo viene avanzata l’ipotesi che il difficile rapporto tra psicoanalisi e droga abbia avuto origine da esperienze personali e professionali, in parte rimosse e non elaborate, di Sigmund Freud e di Carl Gustav Jung, due capi scuola tanto lontani nello sviluppare l’impianto teorico della loro psicologia quanto vicini nel tenersi alla larga dall’affrontare lo scottante tema dell’uso delle sostanze stupefacenti. In particolare in questo articolo verranno presi in considerazione, come fattori importanti nel determinare la resistenza della nascente psicoanalisi nei confronti dei disturbi psicocomportamentali legati alla droga, la complessa relazione di Freud con la cocaina, sottovalutata e per lo più sottaciuta dagli storici della psicoanalisi, ed il breve e sconvolgente rapporto terapeutico tra Jung, allora giovane psichiatra dell’Ospedale Burghölzli di Zurigo, e Otto Gross, cocainomane e morfinomane, il più dimenticato tra i primi sostenitori della neonata dottrina freudiana.


FREUD E L’USO TERAPEUTICO DELLA COCAINA

Dopo la laurea in medicina, Freud rimase a lavorare all’università facendo ricerca e insegnando nel settore della neurologia, in particolare della neurofisiologia e della neuropatologia, e, nello stesso tempo, facendo esperienza clinica nelle malattie nervose e mentali.
Ma neanche allora, nella Vienna fin de siècle, si viveva di sola gloria e Freud, malgrado fosse giunto molto presto ad ottenere la libera docenza, sempre preoccupato della sua situazione finanziaria, pensò che la cocaina fosse un buon tema per procurarsi gloria e denaro anche in previsione del suo matrimonio con Martha Bernays.
Freud aveva letto il saggio di Paolo Mantegazza sulla coca, così nella lettera del 21 aprile 1884 scrisse alla fidanzata: «Si tratta di un esperimento terapeutico. Sto leggendo qualcosa a proposito della cocaina, l’efficace sostanza che si ricava dalle foglie di coca e che certe tribù indiane masticano quando debbono affrontare privazioni e strapazzi. Un tedesco ha sperimentato questo mezzo con dei soldati, e ha potuto notare che rende meravigliosamente forti e produttivi. Voglio procurarmi questo preparato e sperimentarlo, per evidenti considerazioni, nelle malattie di cuore, e anche in stati di debolezza nervosa, in particolare quando si cessa la morfina che determina uno stato di prostrazione (come nel dottor Fleischl)» (Freud, 1990b, p. 94).
Nella lettera del 24 maggio seguente Freud comunicò alla fidanzata il suo progetto, maturato in base alla constatazione che allora nell’ambiente medico la cocaina era poco conosciuta: «Se andrà bene, scriverò un lavoro sulla cocaina, e prevedo che essa conquisterà in terapia un posto pari o anche superiore a quello della morfina. Ma ho anche altre speranze e altre intenzioni: ne prendo regolarmente piccolissime dosi contro la depressione e la cattiva digestione, con il più grande successo […]» (Jones, 1953, I, p. 116).
Freud iniziò a prescrivere la cocaina sia per curare numerosi disturbi fisici che come “ricostituente” e “antidepressivo”, fermamente convinto delle sue proprietà “positive”. Come cura per la morfinomania, la prescrisse all’amico e collega Ernst Fleischl von Marxow, che in seguito divenne cocainomane finendo per morire sei anni dopo per intossicazione acuta da cocaina. «Fleischl divenne così il primo caso in Europa di trattamento della morfinomania mediante la cocaina» (Bernfeld e Cassirer Bernfeld, 1981, 1988,  p. 158). Freud spedì una manciata di cocaina anche alla fidanzata Martha «per darle forza e colorirle le guance» e alle sorelle (Jones, 1953, I, p. 116). Qualche anno dopo, nel 1887, per il fatto di aver sostenuto le proprietà terapeutiche della cocaina, assunta sia per via orale che per iniezione ipodermica (in seguito Freud “volle dimenticare” di aver scritto in favore di questa seconda modalità di impiego), venne accusato dallo psichiatra di Berlino Albrecht Erlenmeyer di aver introdotto la “terza piaga dell’umanità”, essendo l’alcol e la morfina i primi due (Jones, 1953, I, p. 130).
In molte lettere Freud scrisse a Martha del suo ricorso benefico alla cocaina per scopi diversi: 1) per accrescere la potenza sessuale (lettera del 2 giugno 1884): «E se farai la ritrosa vedrai chi è più forte, se una bella bambinetta che non mangia abbastanza o un omaccio con la cocaina in corpo [...]» (Jones, 1953, I, p. 120), 2) per vincere la stanchezza prima di partire per Amburgo per andare a trovarla (lettera del 29 giugno 1884): «Non sarò stanco perché viaggio con la coca per dominare la mia terribile impazienza [...]» (Freud, 1990b, p. 101) e 3) per ridurre l’ansia provata prima di recarsi al ricevimento a casa Charcot assieme al collega Ricchetti (lettera del 20 gennaio 1886 da Parigi): «Lui era terribilmente eccitato, io assolutamente calmo con l’aiuto di una piccola dose di cocaina [...]» (Freud, 1990b, p. 168).
Dopo alcuni mesi di studio Freud scrisse il saggio Über Coca (Sulla coca), pubblicato il 1 luglio 1884 sul Zentralblatt für die gesamte Therapie. In esso leggiamo: «Il trattamento cocainico della morfinomania non risulta esser dunque un semplice viraggio di tossicomania – non trasforma cioè il morfinomane in un coquero; l’uso della coca è solo transitorio. Non credo inoltre che sia l’effetto stenico generale della coca a permettere che il sistema nervoso indebolito dalla morfina sopporti con sintomi quasi insignificanti il ritiro di [l’astinenza da] quest’ultima. Sono più propenso invece a credere che la coca possegga un effetto antagonistico diretto nei confronti della morfina [...]» (Byk, 1979, p. 80).
Nel saggio Sulla coca Freud sottolineò l’azione positiva della cocaina nella morfinomania, nel potenziamento dell’efficienza intellettuale, nell’aumento dell’acutezza mentale, e in una serie di disturbi, quali la depressione, la neurastenia, i disturbi digestivi gastrici, l’asma e altre nevrosi vagali e nella sessualità (per le sue proprietà afrodisiache).
Alla fine del saggio Freud scrisse frettolosamente: «La proprietà della cocaina e dei suoi sali, quando siano applicati in soluzioni concentrate, di anestetizzare le membrane cutanee e mucose, ne suggerisce il possibile impiego futuro, specie in caso di infezioni locali […] Ulteriori usi della cocaina, basati sulle sue proprietà anestetiche, saranno probabilmente sviluppati nel prossimo futuro» (Jones, 1953, I, p. 118).  
Freud suggerì il possibile uso della cocaina come anestetico locale ai colleghi Leopold Königstein, professore di oftalmologia, e Carl Koller, allora giovane oftalmologo.
In merito a questo fatto Freud scrisse molti anni dopo nell’Autobiografia: «Posso raccontare retrospettivamente che a causa della mia promessa sposa non sono diventato celebre già in quegli anni giovanili. Nel 1884, infatti, un collaterale ma profondo interesse mi aveva spinto a commissionare presso Merck una certa quantità di cocaina, alcaloide allora poco noto, per studiarne gli effetti fisiologici. Nel bel mezzo di questo lavoro mi si presentò l’occasione di fare un viaggio durante il quale avrei potuto rivedere la mia fidanzata dopo una separazione che durava da due anni. Posi fine rapidamente alla mia indagine sulla cocaina e nel saggio che pubblicai predissi che di lì a breve sarebbe stata scoperta la possibilità di ulteriori applicazioni dell’alcaloide in questione. Prima di partire da Vienna, raccomandai al mio amico oculista, dottor Leopold Königstein, di verificare in quale misura risultassero applicabili le proprietà anestetiche della cocaina all’occhio malato. Al ritorno dalla vacanza trovai che non Königstein, bensì un altro dei miei amici, Carl Koller (ora residente a New York), al quale pure avevo parlato della cocaina, aveva effettuato gli esperimenti decisivi sull’occhio degli animali, illustrandoli poi al Congresso di oculistica di Heidelberg. Koller è perciò considerato, a ragione, lo scopritore dell’anestesia locale a mezzo della cocaina, così importante nella piccola chirurgia. Per parte mia, non serbai alcun rancore alla mia futura sposa per l’interruzione che allora subì la mia carriera» (Freud, 1924, pp. 82-83).
L’interesse scientifico di Freud per la coca e la cocaina durò ancora per pochi anni, probabilmente non oltre il 1887. Fu un interesse che, in seguito, lo stesso Freud avrebbe minimizzato e in parte occultato. Una prova di ciò è data dalla esclusione dei lavori su questo argomento nella Standard Edition delle sue opere. Vale la pena ricordare che, a distanza di quarant’anni, nella lettera del 15 agosto 1924 a Fritz Wittels, Freud definì la “storia della cocaina” nel modo seguente: «So benissimo come ciò mi accadde. Lo studio della cocaina era un allotrion che ero ansioso di portare a termine» (Jones, 1953, I, p. 119).


FREUD, ABUSATORE DI TABACCO, ALCOL E COCAINA?

Tutti i biografi di Freud concordano sul fatto che fosse un accanito fumatore di sigari. Informazioni meno chiare si hanno, invece, sulle sue abitudini alcoliche, mentre vi sono opinioni discordanti sulla sua dipendenza da cocaina (Romano, 2006), Con specifico riguardo alla controversa dipendenza di Freud dalla cocaina è necessario, tuttavia, tenere presente che fino a non molti anni fa non vi era accordo nel ritenere che l’abuso di cocaina potesse causare dipendenza (addiction) come facevano l’oppio e i suoi derivati. Della cocaina venivano riconosciuti soprattutto gli effetti tossici ed, eventualmente, la proprietà di causare dipendenza psichica (habituation).  
Secondo Max Schur Freud ebbe una forte dipendenza da nicotina, mentre la sua dipendenza da cocaina sarebbe un mito: «Ci si potrebbe domandare perché Freud, che aveva fatto uso di cocaina abbastanza spesso nel corso  degli anni 1890, non ne divenne dipendente, come accadde al suo amico Fleischl, ma rimase attaccato ai sigari. Una risposta probabile è che Freud non aveva bisogno né desiderava il temporaneo effetto della cocaina. Questa infatti eccita ciò che chiamiamo il “processo primario” del pensiero; la nicotina invece stimolava in lui la concentrazione e il “processo secondario” del pensiero. L’inclinazione alle tossicomanie da cocaina, morfina, eroina, eccetera dipende di norma da una costellazione di forze psichiche diverse da quelle a cui è connesso il bisogno della nicotina, e questo anche se a tutte le dipendenze, come Freud aveva asserito nella lettera a Fliess del 22 dicembre 1897, va attribuito un denominatore comune (quel “bisogno primario” che sarebbe costituito dalla masturbazione)» (Schur, 1972, p. 393).
La corrispondenza che dal 1887 al 1904 Freud intrattenne con l’amico Wilhelm Fliess, noto otorinolaringoiatra di Berlino, costituisce una ricca fonte di informazioni sul rapporto di Freud con il fumo, l’alcol e la cocaina durante quegli anni.
Freud ebbe un profondo rapporto di amicizia con Fliess e, nelle sue lettere, lo metteva al corrente dell’evoluzione delle sue idee innovative sulla psicologia, sicuro di essere capito da una persona altrettanto innovativa e controcorrente quale era il collega berlinese. Nello stesso tempo Freud faceva riferimento a Fliess come medico curante dei suoi problemi di salute, in particolare i disturbi cardiaci, le riniti croniche, gli attacchi di emicrania, i sintomi gastrointestinali e la dipendenza da nicotina.
Fliess fu l’ideatore della “Teoria della nevrosi nasale riflessa”, secondo la quale vari sintomi somatici potevano essere la conseguenza riflessa di una patologia irritativa della mucosa nasale. La validità di questa teoria e, soprattutto, la sua applicazione nella pratica clinica costituirono un importante e ricorrente tema dei confronti epistolari tra i due colleghi amici. Freud, poi, aveva un personale interesse per la “teoria nasale” di Fliess perché gli sembrava che fosse in grado di spiegare e curare molti dei suoi disturbi.
Vediamo, dunque, alcuni passaggi epistolari nei quali Freud affrontò questi problemi.
Freud scrisse nella lettera del 18 ottobre 1893: «Non ho alcuna intenzione di affliggerti con il mio stato cardiaco. Al momento va molto meglio, anche se non per merito mio, perché sto fumando accanitamente per via delle inquietudini degli ultimi tempi, che ne hanno arrecate con dovizia. Credo che le mie condizioni torneranno presto a peggiorare. Quanto al fumare, mi atterrò scrupolosamente alla tua prescrizione come ho già fatto una volta quando tu esprimesti la tua opinione a questo riguardo (mentre stavamo aspettando alla stazione). Evidentemente ne ho sentito molto la mancanza. Un acuto raffreddore non ha peggiorato le cose. Ho osservato la sindrome in alcuni pazienti affetti da gastrite, ma non sono ancora convinto della sua natura nasale» (Freud, 1990a, p. 83).
Scrisse poi nella lettera del 27 novembre 1893: «l’ultima lettera che ho stilato per te si è subito “volatilizzata”, come si dice a Vienna, ed è stata seguita da un periodo di naso intasato e di stanchezza nello scrivere, in cui non avevo testa per questo. Mi sono fatto fare da poco tempo una bruciatura e mi è tornata la voglia di lavorare, d’altro canto però non sono gran che soddisfatto dell’esito della terapia locale. Non sto ubbidendo alla tua proibizione di fumare; consideri proprio una gran fortuna vivere molti anni infelicemente?» (Freud, 1990a, p. 84).
Scrisse ancora nella lettera dell’11 dicembre 1893: «Il mio naso è stato intasato dal catarro, ma finalmente è guarito e ora ho la testa molto sgombra e sono di buon umore. Ho incominciato oggi a limitare il fumo, vale a dire a passare dal continuo al discontinuo e a diminuire la quantità. Ho davvero l’impressione che si tratti di una questione organica e cardiaca, poiché un atteggiamento nevrotico si riduce con maggiore difficoltà; tanto indifferenti si è soltanto di fronte ai fatti organici. E inoltre il divieto di fumare non si accorda con la diagnosi nasale. Io credo che tu adempi al tuo dovere di medico; non parlarmene più, e ti ubbidirò almeno in parte (ma non saggiamente). Due sigari al giorno: da questo si riconosce il buon fumatore!» (Freud, 1990a, p. 87).
Freud era abituato a trattare i suoi sintomi nasali con applicazioni locali di cocaina, la quale risolveva non solo la congestione nasale, ma migliorava anche il suo umore e la sua capacità di affrontare il lavoro intellettuale.
Qualche tempo dopo Freud scrisse nella lettera del 24 gennaio 1895: «devo affrettarmi a scriverti di un fatto che mi colma di stupore, perché altrimenti sarei un vero ingrato. Da qualche giorno infatti mi sento così bene da non crederci, come se tutto fosse stato cancellato con un colpo di spugna, una sensazione che, malgrado i vari periodi di miglioramento, non conoscevo più da una decina di mesi. L’ultima volta ti scrissi, dopo un buon periodo immediatamente seguente alla reazione, che sarebbero seguiti giorni tremendi, in cui però mi ha sorprendentemente giovato il trattamento con cocaina della parte sinistra del naso. Ora proseguo nel resoconto. Il giorno seguente tenni il naso sotto cocaina, cosa che veramente non si dovrebbe fare, ossia lo spennellai più volte, affinché non tornasse il gonfiore; in questo periodo rimossi una quantità di pus solidificato, per il mio solito abbondante, e da allora sto così bene come se non avessi avuto mai nulla. Ho ancora un po’ di aritmia, ma di rado e in forma non grave; la sensibilità esterna alla pressione è ridotta [...]» (Freud, 1990a, p. 130).
Da queste lettere si capisce che Freud era ben lontano dal conoscere gli effetti collaterali della cocaina a livello delle mucose nasali (raffreddori, naso che cola, eccetera) nonché gli effetti della cocaina sull’apparato cardiocircolatorio.
Sappiamo che Freud usò la cocaina regolarmente fino al 1896. Non tutti sono d’accordo, però, che si debba prendere per vera la comunicazione a Fliess di aver smesso l’uso della cocaina in seguito alla morte del padre nella lettera del 26 ottobre 1896: «ho messo da parte del tutto il pennello per la cocaina […]» (Freud, 1990a, p. 231).
Infine l’alcol. Per quanto riguarda l’interesse di Freud per l’alcol non disponiamo di notizie chiare di un abuso né di un bere eccessivo. Tuttavia qualche perplessità è giustificata da quanto egli scrisse all’amico Fliess nella lettera dell’8 luglio 1899: «di giorno non riesco a lasciar passare più di due ore senza chiamare in soccorso l’amico marsala, che per magia mi fa apparire il mondo non così desolato come sembra a chi è serio» (Freud, 1990a, p. 397).
    Forse Freud abusava di alcol con finalità autoterapiche in determinate occasioni. Certamente Freud amava il buon bere e spesso, quando viaggiava, era solito pregustare i vini tipici delle località nelle quali era diretto. Nella lettera a Fliess del 14 settembre 1900 scrisse, per esempio: «Da Trento effettuammo una gita allo stupendo Castel Toblino, dove cresce il delizioso vin santo che si vendemmia solo a Natale [...]» (Freud, 1990a, p. 458).
Per Freud il bere aveva anche un valore simbolico, quasi una prova di fedeltà e di appartenenza. In questo senso è significativo il famoso episodio del 20 Agosto 1909: Freud, Jung e Ferenczi, in partenza per l’America, si trovarono a Brema. Nel corso della cena Jung venne convinto a bere un bicchiere di vino: emancipazione simbolica dall’astinenza così cara a August Forel e Eugen Bleuler e imposta a tutti i medici del Burghölzli (Kerr, 1993).

OTTO GROSS: LA VITA

… rispunterà presto, qua e là, come il Golem
S. FERENCZI (lettera a Freud del 5-9 febbraio 1918 ).
 
Come ha scritto Heuer, «Oggi la maggior parte degli analisti non ha mai sentito parlare di Otto Gross e, quando ciò è accaduto, la loro conoscenza spesso si è limitata a “Non è quello che diventò schizofrenico?” Questo è il risultato di quell’approccio alla storia della psicoanalisi che, secondo Erich Fromm, si potrebbe definire “stalinista”» (Heuer, 2001, p. 657).
    Gross appartiene alla lunga schiera di coloro che, per varie ragioni, ma soprattutto per il fatto di avere idee che si discostavano dal fondatore della psicoanalisi, furono espulsi dal circolo di Freud e poi dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale. Tra di essi basti ricordare Alfred Adler, Carl Gustav Jung e Wilhelm Reich. Otto Gross fu il primo psicoanalista ad essere espulso (nel 1909) e fu di certo il più dimenticato.
La sua vita fu breve (morì a 43 anni), ma così intensa e, nello stesso tempo, così caotica, che molte notizie della sua biografia ci sono giunte in modo impreciso (Le Rider, 1988).
Otto Hans Adolf Gross nacque il 17 marzo 1877 a Gniebing, presso Feldbach in Stiria, Austria. Il padre, Hans Gross, professore di criminologia, fu una delle massime autorità mondiali in questo campo (tra l’altro fu l’ideatore della dattiloscopia, la scienza dell’interpretazione e dell’utilizzo delle impronte digitali).
Nel 1899, a soli 22 anni, si laureò in Medicina a Graz (Austria). Appena dopo la laurea si imbarcò per il Sud America come medico di bordo: sembra che fu allora che fece il primo incontro con le sostanze stupefacenti (cocaina, morfina, oppio). Negli anni 1901-1902 lavorò a Monaco nella Clinica Psichiatrica diretta da Emil Kraepelin, il più eminente psichiatra accademico dell’epoca, e a Graz nel Servizio di Psichiatria di Gabriel Anton, allievo di Theodor Meynert. In questo periodo Gross scrisse articoli sulla cleptomania, sull’afasia e Die zerebrale Sekundärfunktion (La funzione cerebrale secondaria).
Nel 1902 fu ricoverato per la prima volta nell’Ospedale Psichiatrico Burghölzli di Zurigo, diretto da Eugen Bleuler, per disintossicarsi dalle droghe. Nelle note cliniche dell’ammissione in ospedale si legge: «Non possedeva alcun senso del dovere, non si sottometteva in alcun modo, seguiva esclusivamente le sue idee e perseguiva soltanto obiettivi personali» (Green, 1999, p.62).
Nel 1903 Gross sposò Frieda Schloffer, figlia di un modesto avvocato di Graz. Di lei Freud avrebbe scritto nella lettera a Jung del 19 aprile 1908: «Ho molta simpatia per sua [di Gross] moglie; una delle poche donne germaniche che mai mi siano piaciute» (McGuire, 1974, p. 152).
Nel 1904 fu ricoverato per la seconda volta nell’Ospedale Burghölzli. Nello stesso anno scrisse Zur Differentialdiagnostik negativistischen Phänomene (La diagnostica differenziale dei fenomeni negativisti).
Nel 1906 ottenne la libera docenza in psicopatologia presso l’Università di Graz. Dall’Università di Graz si dimise nel 1908. Verso la fine del 1906 Gross si trasferì con la moglie a Monaco, dove visse fino al 1910. Gross andò ad abitare nello Schwabing, il quartiere bohemien di quella città, e subì una profonda influenza dal mondo anarchico di Erich Mühsam e Gustav Landauer. In quegli anni Gross si recò più volte ad Ascona, in Svizzera, dove aveva cominciato ad andare su invito dello stesso Erich Mühsam.
Nel 1907 ebbe un figlio, Peter, dalla moglie Frieda Schloffer ed un secondo figlio, anch’egli chiamato Peter, da un’amica della moglie, Else von Richthofen Jaffé. Nello stesso anno ebbe una relazione anche con la sorella di Else, Frieda von Richthofen Weekly, che più tardi sposò in seconde nozze lo scrittore D.H. Lawrence. Sempre nel 1907 pubblicò l’articolo Das Freudsche Ideogenitätsmoment und seine Bedeutung im manisch-depressiven Irresein Kraepelins (La tesi ideogenitale freudiana e il suo significato nella follia maniaco-depressiva kraepeliniana), al quale Freud si riferì nella lettera a Jung del 28 giugno del medesimo anno.
Nel 1908, pochi giorni dopo la sua partecipazione al 1° Congresso psicoanalitico di Salisburgo, venne ricoverato coattivamente per la terza volta al Burghölzli con certificato medico di Freud. Nello stesso anno ebbe una terza figlia, Camilla, dalla relazione con Regina Ullmann, una scrittrice svizzera, che in seguito divenne intima amica di Rainer Maria Rilke.
Nel 1910 si trasferì da Monaco ad Ascona, ove divenne una figura molto discussa: conosciuto come Doktor Ascona, divenne fautore di incontri proibiti e orge in collina e fu accompagnatore verso la morte, con dosi di cocaina acquistate presso la Farmacia Maggiorini di Locarno, di due donne della Comunità: Lotte Chatemmer e Sophie Benz, prima sua paziente poi sua amante (Gross venne arrestato con l’accusa di aver favorito il suo suicidio). Nello stesso anno la moglie Frieda ebbe una figlia, Eva Gross (che in seguito si sarebbe fatta chiamare Eva  Schloffer), col pittore anarchico Ernst Frick, con il quale Gross l’aveva spinta a convivere.
Nel 1911 subì un altro ricovero per depressione e tossicomania nell’Ospedale psichiatrico Steinhof di Vienna; le cure vennero finanziate dal padre, con la raccomandazione di prestare al figlio le migliori condizioni di degenza. Dimesso dallo Steinhof andò a vivere prima a Zurigo poi a Vienna. Nella primavera del 1912 soggiornò a Firenze e nel 1913 si trasferì a Berlino, dove frequentò ed ispirò il Movimento Dada. In quegli anni e fino alla sua morte pubblicò un certo numero di articoli, nei quali si rivelava simpatizzante della rivoluzione politica, culturale e sessuale e acceso difensore del sesso, della droga e dell’anarchia.
Alla fine del 1913 a causa delle sue simpatie per il movimento anarchico venne condannato agli arresti domiciliari. Quindi, sempre per l’intervento del padre, venne ricoverato nella clinica psichiatrica privata di Tulln nella bassa Austria, dalla quale, all’inizio del 1914, venne trasferito nell’ospedale psichiatrico di Troppau in Slesia per timore che potesse evadere con l’aiuto dei suoi amici anarchici. Dall’ospedale di Troppau venne dimesso dopo molti mesi, quindi andò in analisi a Bad Ischl da Wilhelm Stekel, già allievo ed attivo collaboratore di Freud. Nel 1914 Gross pubblicò il suo ultimo articolo psicoanalitico Ǜber Destruktionssymbolik (Sul simbolismo della distruzione).
Scoppiata la prima guerra mondiale Gross si arruolò volontario e fu medico militare a Vienna e ad Ungvár, cittadina dell’attuale Ucraina. Nel 1915 morì il padre, che a suo modo lo aveva “protetto”, facendolo internare in ospedale psichiatrico più volte e giungendo infine a farlo interdire. Dallo stesso anno fino al 1918 fece parte della redazione della rivista berlinese Die Freie Strasse, a metà strada tra l’espressionismo e il dadaismo, che secondo i suoi fondatori, tra i quali Franz Jung e il pittore Georg Schrimpf, costituiva un “lavoro preparatorio per la rivoluzione”.     
Tornato alla vita civile nel 1916, lavorò nell’ospedale per malattie infettive Vinkovci in Slavonia. Sempre nel 1916 ebbe una quarta figlia, Sophie, da Marianne Kuh, una delle sorelle dello scrittore austriaco Anton Kuh. Nel 1917 ebbe l’ennesimo ricovero psichiatrico, forse l’ultimo, probabilmente nell’Ospedale di Mendrisio (Canton Ticino). In quel periodo Gross aveva progettato di sposare Marianne Kuh, malgrado avesse una relazione anche con la sorella Nina e quasi sicuramente anche con la terza sorella Margarethe.
Morì a Berlino, nella totale indifferenza della comunità psicoanalitica, il 13 febbraio 1920 per polmonite, dopo essere stato trovato per strada in grave stato di denutrizione e di assideramento.


JUNG E GROSS AL BURGHÖLZLI
 
Lei è l’unico capace che può dare qualcosa di suo; forse
anche O. Gross, che purtroppo non ha abbastanza salute.
S. FREUD (lettera a Jung del 25 febbraio 1908).

Nell’epistolario Freud/Jung il primo riferimento a Gross lo si ritrova nella lettera di Jung a Freud del 28 giugno 1907: «Le cose si stanno muovendo su diversi fronti: avrà ricevuto, penso, anche il lavoro di Otto Gross [La tesi ideogenitale freudiana e il suo significato nella follia maniaco-depressiva kraepeliniana], nel quale c’è comunque una cosa che non vuole entrarmi in testa: l’affermazione che Lei sarebbe, più o meno, niente di più che lo scalpellino che lavora a quel duomo incompiuto che sarebbe il sistema di Wernicke. Comunque è bene che tutte le linee che convergono su di Lei vengano dimostrate. Del resto il lavoro di Gross contiene ogni sorta di stranezze, benché tutto sommato egli abbia un’eccellente capacità di penetrazione. Aspetto con ansia di sentire che cosa ne dirà Lei […]» (McGuire, 1974, p. 72).
Nella lettera di Freud di risposta a Jung del 1° luglio 1907 leggiamo: «Il libro di Gross mi ha interessato soprattutto perché viene dalla clinica del “sommo papa” [Emil Kraepelin], o quantomeno è stato da lui permesso. Gross è una persona estremamente intelligente; per i miei gusti nel suo lavoro c’è troppa teoria, se la si confronta con le magre osservazioni concrete. L’analisi è veramente incompleta, certo senza sua colpa; la cosa principale, il cammino verso il furto, è certamente giusta, ma non sufficiente nella determinazione. Ha notato lo sperpero dei superlativi? L’unico che non viene definito “pioniere”, “rivoluzionario”, ecc. sono proprio io: e questo è un pregio. Qui si rivela la anormale vita affettiva di Gross, di cui Ella mi ha parlato. Un po’ egli ricorda gli antichi egizi, i quali non hanno mai cambiato nulla nel loro pantheon, bensì hanno aggiunto ogni nuovo dio e ogni nuovo concetto ai vecchi, cosa che ha come conseguenza un’incredibile confusione. Così anche Gross fa una sintesi di me e di tutti suoi antichi dei: Wernicke, Anton, ecc. […]» (ibid., p. 74).
Jung incontrò Gross per la prima volta nel settembre del 1907 al Primo Congresso Internazionale di Psichiatria, Neurologia, Psicologia e Assistenza ai Malati di Mente di Amsterdam (non lo aveva, infatti, conosciuto in occasione dei due ricoveri nell’Ospedale Burghölzli, nel 1902 e nel 1904, perché in entrambi i periodi era in ferie).
Nella lettera a Freud dell’11 settembre 1907, scritta subito dopo il ritorno dal Congresso di Amsterdam, Jung fece un nuovo breve accenno a Gross: «Prima però Frank, di Zurigo, si espresse in Suo favore, e così pure Gross, di Graz, il quale inoltre in sede di lezione psicologica ha spiegato in modo approfondito il significato della Sua teoria, nell’ambito in cui tocca la funzione secondaria. Peccato che Gross sia tanto psicopatico: è un cervello di prim’ordine, e con la sua funzione secondaria ha guadagnato influenza sugli psicologi. Ho parlato a lungo con lui e ho visto che è un seguace ardentissimo delle Sue idee […]» (ibid., p. 92).
Nella lettera del 25 settembre 1907, apparentemente in contrasto con quanto affermato nella lettera di due settimane prima, Jung scrisse: «Il dottor Gross mi ha detto che, poiché egli trasforma le persone in immorali sessuali, ha eliminato subito la traslazione sul medico. La traslazione sul medico e la fissazione perdurante che essa comporta non è altro, dice, che un simbolo monogamico, e quindi come sintomo di rimozione fa sintomo. Lo stato veramente sano per il nevrotico è, sempre, a suo parere, l’immoralità sessuale. Perciò egli La associa a Nietzche. A me pare che la rimozione sessuale sia importantissima e ineliminabile come fattore di civiltà, benché patogena per molti minus habentes. Deve pur esserci qualche guaio al mondo. La cultura in particolare non è che il frutto di contrarietà. Mi sembra che Gross vada un po’ troppo oltre con i moderni nella teoria del cortocircuito sessuale, che non è né esaltante né divertente, ma semplicemente comodo, e che perciò è tutto fuorché un elemento produttivo di cultura […]» (ibid., p. 97).
Da queste due ultime lettere sorprende come in un lasso di tempo molto breve Jung avesse modificato notevolmente il giudizio su Gross. Ma Gross, e l’avrebbe dimostrato molte altre volte in seguito, era brillante, geniale, ma anche imprevedibile e inaffidabile. L’inafferrabilità di Gross è, in un certo senso, confermata dal fatto che la Bair, nella sua biografia di Jung, ha collocato la seconda delle lettere precedenti in un periodo corrispondente a due settimane dopo l’11 maggio 1908, data del terzo internamento di Gross nell’Ospedale Burghölzli (Bair, 2003, p. 137).
Il ricovero di Otto Gross nel Burghölzli del 1908 fu organizzato dal padre. Hans Gross avrebbe preferito la Clinica di Kreutzlingen, ma i Binswanger non avevano camere libere (era vero o non fu piuttosto un modo per evitare un caso difficile?). Otto Gross, da parte sua, non voleva essere ricoverato al Burghölzli perché non sopportava Bleuler, che lo aveva curato nei due precedenti ricoveri. Quindi Hans Gross, per sollecitare l’internamento del figlio Otto, si rivolse prima a Bleuler, poi a Freud e, alla fine, direttamente a Jung.    
La questione del ricovero di Otto Gross ricorre più volte nel carteggio Freud/Jung fin dalla già citata lettera di Freud del 19 aprile 1908: «Anche di Otto Gross dovremo certo occuparci: ha urgente bisogno in questo momento del Suo aiuto medico; è un peccato che quest’uomo, pieno di talento e nostro convinto seguace, finisca così male. È pieno di cocaina e probabilmente è alle soglie della paranoia tossica da cocaina […]» (McGuire, 1974, p.  152).
Nella lettera del 24 aprile 1908 Jung scrisse: «C’è solo un fatto che mi preoccupa molto, ed è la storia di Gross. Suo padre mi ha scritto in termini pressanti: secondo lui dovrei prenderlo con me a Zurigo. Sfortunatamente il 28 aprile ho ancora da liquidare delle questioni urgenti con il mio architetto a Monaco. E nel frattempo naturalmente Gross se la dà a gambe. Purtroppo Bleuler non gode della sua fiducia, se no potrebbe prenderlo lui con sé. Gross non si limita a prendere cocaina, ma anche oppio in quantità considerevoli […]» (ibid., p. 153).
Nei giorni 26 e 27 aprile 1908 si svolse a Salisburgo il 1° Congresso psicoanalitico, ma, come Jung aveva previsto, Gross gli sfuggì e, finito il Congresso, tornò di corsa a Monaco per riprendere la sua vita dissipata. Saputolo, Bleuler suggerì al padre di Gross di recarsi subito a Monaco e di fare eventualmente ricorso alla forza pubblica per internare il figlio Otto. Anche la moglie Frieda, che aveva partecipato al Congresso, seguì immediatamente il marito a Monaco per convincerlo a ricoverarsi.
Nella lettera del 3 maggio 1908 Freud si lamentò con Jung: «Jones vuole andare a Monaco per prestare aiuto a Gross. La sua mogliettina, a quanto pare, sta stravedendo per lui. Egli non dovrebbe cedere alla richiesta di Gross di curare la moglie, bensì cercare di esercitare influenza su lui. Tutta la storia sembra mettersi assai male […]» (ibid., p. 157).
Poiché Bleuler si rifiutava di far entrare Otto Gross al Burghölzli senza un certificato medico, il padre coinvolse Freud, che stilò e inviò il certificato di ricovero a Jung nella lettera del 6 maggio 1908: «qui accluso il certificato per Otto Gross. Quando sarà nelle Sue mani, non lo dimetta prima di ottobre, momento in cui potrò prenderlo io […]» (ibid., p. 159).
Alla fine, come già detto, Gross venne ricoverato l’11 maggio, accompagnato solo dalla moglie, ma, stranamente dopo tanta urgenza, Jung comunicò il fatto a Freud solamente dopo tre giorni nella lettera del 14 maggio 1908: «Le scrivo solo poche righe al momento perché attualmente qui da me c’è Gross, che mi costa un tempo incredibile. Sembra soffrire in sostanza di nevrosi ossessiva. La fotocoazione notturna è già scomparsa. Ora ci stiamo occupando dei blocchi infantili di identificazione, di natura specificamente omosessuale. Sono ansioso di vedere fin dove la cosa riuscirà […]» (ibid., p. 163).
Jung raccolse le notizie anamnestiche direttamente da Gross, integrandole con ogni minimo dettaglio che raccolse durante lunghi colloqui con la moglie, la quale, tuttavia, riportò date ed avvenimenti con una certa imprecisione.
Secondo quanto raccontato da Frieda, Gross, fin da giovane e molto prima che iniziasse la sua tossicodipendenza, non era mai stato capace di adattarsi alla vita ordinaria perché si riteneva straordinariamente superiore. La dipendenza da cocaina era iniziata quando era assistente nella Clinica psichiatrica di Kraepelin a Monaco negli anni 1901-1902. Kraepelin godeva di un enorme prestigio e, considerato quasi un profeta, era circondato da un’atmosfera di deferenza e di omaggio totali. Il comportamento bizzarro di Gross, naturalmente, contrastava in modo stridente con quell’ambiente. Così, quando Gross prese a svegliare i pazienti nel mezzo della notte per esaminarli e per obbligarli a fare giochi ed esercizi per il suo divertimento, Kraepelin gli confiscò le chiavi dell’ospedale e lo cacciò. Non prima, però, che Gross riuscisse a sottrarre grandi quantità di farmaci. Secondo Frieda gli anni 1905 e 1906 a Monaco erano stati i più belli della loro vita e l’esperienza del Monte Verità ad Ascona era stata una “emancipazione sessuale” per entrambi: «l’immoralità sessuale rappresentava il più importante passo verso la liberazione dell’essere umano dai vincoli della società» (Heuer, 2001).
Il 19 maggio 1908 Freud rispose alla lettera di Jung del 14 maggio ed espresse il suo parere sul caso Gross: «E ora Gross! Posso immaginarmi quanta fatica Le costi. Dapprincipio credevo che Lei l’avrebbe preso per una cura di disassuefazione, per passarlo poi a me in autunno per il trattamento analitico. Naturalmente è egoismo vergognoso, e confesso che questo è per me più vantaggioso, perché sono costretto a vendere il mio tempo, e ormai non lavoro più nel pieno delle mie energie come anni fa. Ma, a parte gli scherzi, la difficoltà consisterebbe piuttosto nell’inevitabile liquidazione dei confini di proprietà per quanto riguarda la scorta di idee produttive; non ci saremmo più allontanati l’uno dall’altro con la coscienza a posto. Da quando ho avuto in cura il filosofo Swoboda nutro terrore per queste situazioni difficili.
Ritengo che la Sua diagnosi a proposito di Gross sia giusta. Il primo ricordo della sua giovinezza (comunicato a Salisburgo) è che suo padre dice, mettendo in guardia una persona che va a trovarlo: “Stia attento, perché morde!” Mi è venuto in mente a proposito della mia storia dei topi […]» (ibid., p. 164).
Alcuni passaggi di questa lettera di Freud non sono facilmente comprensibili, sembrano almeno ambigui. Partecipazione, delusione, razionalizzazioni (come nella favola della volpe e l’uva) e una certa malcelata critica indicano, a mio avviso, da parte di Freud lo sforzo di vedere in positivo l’indipendenza dell’“amico” Jung.
Nella lettera del 25 maggio 1908 Jung si sforzò di mettere a conoscenza il “permaloso” Freud dell’andamento del trattamento di Gross: «Ho tralasciato tutto dedicando ogni minuto disponibile, giorno e notte, a Gross, per portare avanti quanto più possibile la sua analisi. Si tratta di una tipica nevrosi ossessiva con molti problemi interessanti. Quando non riuscivo più a progredire, è stato lui ad analizzare me. In questo modo ho potuto trarre anch’io vantaggio per la mia salute. Attualmente Gross si sottopone ‘volontariamente’ alla disassuefazione dall’oppio, dopoché, fino a ieri l’altro, gli avevo sempre dato una razione completa per non turbare l’analisi a causa del suo astenersi dalla droga. Ieri Gross è passato spontaneamente da 5,0 a 3,0 al giorno senza risentirne. Dal punto di vista psichico il suo stato è notevolmente migliorato, e il futuro sembra meno fosco. E’ un uomo perbene come pochi, col quale si può subito vivere egregiamente, appena si lasciano correre i propri complessi. Oggi dispongo del mio primo giorno di riposo, perché ieri ho terminato l’analisi. Ormai non si tratterà più, prevedo, che di spigolare su una serie, molto estesa però, di piccole coazioni d’importanza secondaria.
L’analisi ha dato una quantità di buoni risultati dal punto di vista scientifico: cercheremo di formularli presto […]» (ibid., p.  165).
Alla lettera di Jung del 25 maggio, nella quale si evidenziava un superficiale e per certi versi pericoloso approccio ad un caso grave di tossicodipendenza, Freud rispose subito, il 29 maggio: «è vero che ho aspettato a lungo la Sua lettera (azione sintomatica: un grande strappo nell’aprirla), ma mi sono dato anche la spiegazione giusta del Suo silenzio. Del resto non fa nulla; Gross è una persona di tanto valore e uno spirito così acuto, che il Suo lavoro ha il valore di un’impresa a favore della comunità. Sarebbe molto bello se, come residuo di quest’analisi, rimanesse un rapporto di amicizia e di collaborazione tra Loro. Per il resto mi meraviglio del ritmo della gioventù, che liquida compiti del genere in due settimane, da me sarebbe durato più a lungo. Certo il giudizio su di una persona è reso incerto fintantoché essa placa le proprie resistenze con tossine. […] Certo io non ho mai avuto un uomo come Gross; egli dovrebbe far vedere in modo perspicuo l’essenza di tutta la questione […]» (ibid., pp. 166 e 167).
Jung, per inesperienza o per entusiastica curiosità, aveva sottovalutato la gravità della tossicodipendenza di Gross.
Le considerazioni ottimistiche di pochi giorni prima lasciarono il posto a valutazioni cliniche e prognostiche molto severe, che lo stesso Jung si affrettò a comunicare a Freud nella lettera del 19 giugno 1908: «finalmente, dopo parecchio tempo, ritrovo un momento di calma che mi permette di concentrarmi su una lettera. Fino ad oggi la faccenda Gross mi ha letteralmente divorato nel vero senso della parola. Gli ho sacrificato giorni e notti. Sotto analisi egli ha rinunciato volontariamente a tutte le droghe. In queste ultime tre settimane ci siamo limitati a lavorare su del materiale infantile estremamente remoto, e qui sono giunto a poco a poco alla triste constatazione che i complessi infantili erano sì tutti rappresentabili e comprensibili, che anche il paziente li penetrava e realizzava transitoriamente, ma che posseggono una forza straordinaria, ossia che sono stabilmente fissati e che caricano i loro affetti attingendo a fonti inesauribili. Per un momento si riesce a chiudere la falla grazie all’estremo sforzo di penetrazione o di simpateticità compiuto da entrambe le parti. Subito dopo la falla torna ad aprirsi. Tutti questi momenti di profondissima simpateticità non lasciano la minima traccia, e si trasformano presto in ricordi umbratili e inconsistenti. Non c’è evoluzione, non c’è un avvenire psicologico per lui; gli eventi della prima infanzia persistono eternamente nuovi ed attivi, di modo che egli, a dispetto del tempo che gli si dedica e di ogni analisi, continua a far fronte agli eventi d’oggi con la reazione del bambino di 6 anni, per il quale la donna è ancor sempre la madre, ogni amico, ogni uomo che gli dimostri affetto od ostilità è il padre, e il cui mondo è una fantasia infantile di inaudite possibilità.
Purtroppo Lei avrà già letto nelle mie parole la diagnosi alla quale mi ostinavo a non voler credere, ma che ora mi vedo davanti agli occhi con tremenda chiarezza: dementia praecox.
Un’accuratissima anamnesi della moglie e una psicoanalisi parziale condotta su di lei mi hanno fornito inoltre fin troppe conferme della diagnosi. L’abbandono della scena quadra con la diagnosi: ieri l’altro Gross, approfittando di un momento in cui era incustodito, è fuggito dal giardino scavalcando il muro. Senza dubbio ricomparirà presto a Monaco per andare incontro al crepuscolo del suo destino.
Malgrado tutto per me è un amico, perché in fondo è un uomo buono e perbene, dotato di uno spirito fuori del consueto. Ora vive con l’idea fissa che io l’avrei guarito, e mi ha già scritto dalla latitanza una lettera traboccante di ringraziamenti. Nella sua estasi non immagina come la realtà ch’egli non ha mai visto si vendicherà di lui. É un uomo che la vita deve espellere. Perché a lungo andare non potrà mai vivere con gli uomini. Sua moglie regge solo perché Gross rappresenta per lei il tornaconto della propria nevrosi. Adesso capisco anche lei, ma proprio per questo non riesco a perdonarla.
Non so con quali sentimenti accoglierà queste notizie. Per me questa vicenda è una delle più penose della mia vita, perché rivivevo in Gross fin troppi aspetti della mia propria natura, sicché avevo spesso l’impressione di vedere in lui il mio gemello, a parte la dementia praecox. É una cosa tragica. Lei può valutare da tutto questo a quali e quante forze abbia fatto appello in me per guarirlo. Ma nonostante tutta la sofferenza che mi ha causato, non vorrei rinunciare a questa esperienza, perché mi ha dato infine la possibilità di gettare uno sguardo senza precedenti, attraverso un uomo senza uguali, nell’essenza più profonda della dementia praecox. […]
Se Gross dovesse in futuro rivolgersi a Lei, La prego di non far cenno alla mia diagnosi, perché non ho potuto dirgliela. Sua moglie sa tutto […]» (ibid., pp.  167-169).
Ancora per qualche tempo Otto Gross continuò ad essere l’oggetto di uno scambio di opinioni teorico-cliniche tra Freud e Jung. Tuttavia non si può non notare che tra i due serpeggiasse un certo imbarazzo, probabilmente dovuto al timore che potessero nascere contrasti personali e professionali in quel periodo indesiderati.
Scrisse Freud il 21 giugno 1908: «Debbo ringraziarLa, infatti, per la cura di Otto Gross, che avrebbe dovuto toccare a me, e contro cui il mio egoismo si è ribellato, o forse la mia legittima difesa. [...] Le avrei scritto in ogni caso oggi, domenica, perché ieri l’altro ho ricevuto un telegramma di Frieda Gross da Heidelberg, in cui chiede l’indirizzo della clinica di Nassau o di un’altra, perché suo marito vuole lasciare il Burghölzli e recarsi laggiù. Ciò doveva suscitare in me la curiosità di sapere che cosa fosse accaduto costì, ma Lei l’ha soddisfatta. Non so bene come devo intendere la cosa. Il suo comportamento prima della cura era veramente paranoide; mi perdoni questa espressione all’antica, giacché nella paranoia io riconosco un tipo psicologico-clinico, mentre non riesco ancora a rappresentarmi qualcosa di preciso sotto la denominazione di dementia praecox e l’incurabilità e l’esito non riguarda di regola solo la dementia praecox né è in grado di distinguerla dall’isteria e dalla nevrosi ossessiva. Io però davo la colpa alle droghe, in particolare alla cocaina, che, a quanto so, produce una paranoia tossica. Io poi non ho alcun motivo di dubitare della Sua diagnosi: non in sé e per sé, per la Sua grande esperienza in fatto di dementia praecox, e poi anche perché la dementia praecox spesso non è una vera e propria diagnosi. [...]
Per quanto partecipi alla sorte di Otto Gross, non posso certo sottovalutare l’importanza del fatto che Lei ne abbia dovuto fare l’analisi. Lei non avrebbe mai potuto imparare altrettanto in un altro caso; la prima conseguenza positiva è che, a quanto vedo, Lei si è notevolmente riavvicinato a me nelle Sue concezioni [...]» (ibid., pp. 170 e 171).
Rispose Jung il 26 giugno: «Le sono riconoscente di cuore per la Sua ultima lettera. La storia Gross continua. Stando all’ultimo resoconto della signora Gross al mio superiore, il comportamento di Gross è davvero paranoide. [...]
Non che io voglia servire anche a Lei un episodio della storia Gross, ma, a scopo di confronto, mi augurerei che Lei potesse esaminare ancora una volta analiticamente Gross. Sarebbe un guadagno per la scienza, perché risolvendo il problema della dementia praecox sarebbero risolti i nove decimi  dei problemi psichiatrici [...]» (ibid., pp.  173 e 174).
In seguito Freud fece un rapido accenno a Gross in una serie di lettere: «Su Gross ho notizie anche da Jones, che adesso dovrebbe essere da Lei. Purtroppo non c’è nulla da dire: è completamente rovinato e difficilmente potrà nuocere alla nostra causa [...]» (30 giugno 1908 in  McGuire, 1974, p.  175), «spero di trovarLa completamente in forze, perchè non mi manca certo la comprensione dei gravi oneri che Lei si è assunto e so anche che Otto Gross è stato un peso tremendo, che ha fatto crollare la bilancia [...] » (18 luglio 1908 in McGuire, 1974, p.  177)  e «Di Gross non ho più avuto la benché minima notizia [...]» (13 agosto 1908 in McGuire, 1974, p.  182).
Jung tornò a parlare di Gross in termini positivi e ottimistici qualche mese dopo, nella lettera del 9 settembre 1908: «Mi rallegra assai l’idea di poter tornare finalmente a parlare indisturbato con Lei, perché da quando sono stato da Lei a Vienna molte, moltissime cose sono cambiate, e molte cose si sono rinnovate e allargate. Sotto questo aspetto il contrasto “Gross”, difficile da digerire, mi ha fatto molto bene. Nonostante la sua natura pungente, parlare con lui è stata un’esperienza davvero stimolante. E questo mi è mancato molto da allora [...]» (McGuire, 1974, p. 184) e nella lettera del 21 ottobre: «L’ultima novità di Gross è che sua moglie ora torna a non volersi separare da lui, poiché sembra che egli vada bene. E poi, ha letto nella “Zukunft” di Harden che cosa sta elaborando Gross sul piano letterario? Se le cose procedono così, la faccenda può ancora finir bene. La sua famiglia ha ora accettato la mia diagnosi, il che rappresenta un grande sollievo per sua moglie [...]» (ibid., p. 188).
Quasi otto mesi dopo Freud scrisse a Jung nella lettera del 3 giugno 1909: «Un altro avvenimento è il libro di Otto Gross, Über psychopathische Minderwertigkeiten (Sui complessi psicopatici d’inferiorità), arrivato ieri; non l’ho ancora studiato, ma evidentemente si tratta di qualcosa di molto valido, con sintesi ardite e grande ricchezza di idee, purtroppo anche con due tipi di sottolineatura nella stampa (neretto e spaziato), cosa che fa un’impressione squisitamente paranoica. E’ un peccato per un cervello così notevole! Del resto non so se mi riuscirà di capire questo libro.
Più di una cosa mi pare troppo ambiziosa, e in complesso, io penso, egli ritorna indietro da me ai suoi stadi passati (Anton, Wernicke). Questa sarà una regressione sua, come nella nevrosi, o una limitatezza mia? [...]» (ibid., 1974, p.  244).


IL RAPPORTO DI JUNG CON SABINA SPIELREIN E L’ESPULSIONE DI GROSS DAL MOVIMENTO PSICOANALITICO

Nella lettera a Freud del 4 giugno 1909 Jung mise in relazione la “questione Spielrein” con il suo rapporto terapeutico con Otto Gross: «Essa [Sabina Spielrein] è, al pari di Gross, un caso di lotta contro il padre, caso che ho voluto guarire “gratissime” (!) in nome di tre diavoli, impiegando quintali di pazienza, e per farlo ho perfino abusato dell’amicizia. Come se non bastasse, s’è anche aggiunto, si capisce, un complesso che mi ha bellamente gettato un robusto bastone tra le ruote. Come Le ho già accennato una volta, la mia prima visita a Vienna ha avuto un episodio inconscio molto lungo, anzitutto l’innamoramento coatto ad Abbazia, poi l’ebrea riemerse in altra forma, ossia nelle sembianze della mia paziente. Ora naturalmente vedo chiaro in tutto quanto l’incantesimo. In tutta questa faccenda anche le idee di Gross mi hanno occupato un po’ troppo il cervello. D’altra parte Gross non mi ha spedito il suo lavoro. Cercherò comunque di comprarlo. Lei può forse indicarmi chi è l’editore? Gross e la Spielrein sono amare esperienze. Non ho dato tanta amicizia a nessuno dei miei pazienti, e con nessuno ho mietuto tanto dolore [...]» (McGuire, 1974, p.  246).
Nel successivo scambio di lettere tra Freud e Jung la “questione Spielrein” si intrecciò in qualche modo con la “questione Gross”.
Secondo la Corsa «Non possiamo non ipotizzare che, sul piano del coinvolgimento amoroso con Sabina, Jung non fosse stato influenzato dalle idee di Otto sul cortocircuito sessuale, sulla poligamia e sull’immoralità sessuale [...]» (Corsa, 2006).
Freud scrisse nella lettera del 7 giugno 1909: «E ora qualche notizia pratica: Gross, Über psychopatische Minderwertigkeiten (Vienna, Baumüller 1909). Ho ricevuto il libro dal vecchio, per pregarmi di scrivere a Otto quanto mi piaccia il libro e di discutere a voce con lui alcune parti. Poi dovrei scrivere al padre il mio giudizio. Mi sono rifiutato energicamente, richiamandomi ai risultati della Sua visita. Ho troppo rispetto per Otto Gross [...]» (McGuire, 1974, pp.  248 e 249).
Da questa lettera si evince abbastanza chiaramente che l’espulsione di Gross dal movimento psicoanalitico era stata sostanzialmente motivata dalla diagnosi di dementia praecox, risultata dal rapporto terapeutico con Jung.  
Freud fece un altro breve accenno a Gross, in riferimento al caso Spielrein, nella lettera del 30 giugno 1909: «A quanto vedo, Lei oscillava tra Bleuler e Gross come pareri estremi. Se penso che io debbo alla stessa esperienza fatta con Gross il Suo recente soccorso e la Sua profonda convinzione, non posso a mia volta avermene a male, e devo ammirare l’intima connessione di tutte le cose in questo mondo [...]» (ibid., p. 256).
Freud riparlò di Gross nella lettera del 7 aprile 1911: «una notizia che non La rallegrerà di certo in viaggio, o più tardi, se le lettere Le vengono mandate: Otto Gross si è rifatto vivo. Mi scrive dall’ospedale Steinhof presso Vienna una lettera piena di venerazione e mi prega “insistentemente” di far stampare “al più presto possibile” un lavoro che acclude alla lettera stessa. Quest’ultimo, buttato giù assai disordinatamente a matita, ha per titolo In eigener Sache. Über die sogenannte Bleuler-Jungsche Schule (Una questione personale. A proposito della cosiddetta Scuola di Bleuler-Jung) e contiene due accuse: che cioè Bleuler gli ha rubato la denominazione “dementia sejunctiva” per presentarla come schizofrenia e che il suo saggio L’importanza del padre nel destino dell’individuo deriva da comunicazioni che lui Le fatto durante la sua analisi. Per il resto nulla di importante.
Ho risposto negativamente. Dicendo che le liti di priorità mi sono sempre state antipatiche (sintomo di complesso!), che nel primo caso si tratta di una denominazione priva di importanza e nel secondo di un tema che ognuno potrebbe scoprire per conto suo. Ho detto anche che io non ho mai avuto l’abitudine di rivendicare suggerimenti dati in colloquio, che egli non aveva bisogno di fare queste recriminazioni e che la sua originalità è riconosciuta da tutti, anche da ambedue Loro. Non ho avuto ancora altra notizia [...]» (ibid., p. 445).
Freud, poi, scrisse con apparente noncuranza nella lettera dell’11 aprile 1911: «Gross si è infuriato e ha richiesto indietro, e ricevuto, il suo articolo Una questione personale [...]» (ibid., p. 446).
Nell’epistolario Freud-Jung Otto Gross compare per l’ultima volta nella lettera di Jung del 19 aprile 1911: «Gross è un idiota completo, e lo Steinhof è la sinecura che gli ci vuole. Farebbe meglio però a produrre ancora qualcosa anzichè suscitare polemiche. Non è neanche il caso di parlare di lesa priorità, dal momento che nel mio lavoro il passo in cui accenno a Gross contiene la formula convenuta. Inoltre egli disponeva di tutti i diritti di reciprocità, e se non ne fa uso è affar suo. Cerca di fare il parassita dovunque vada [...]» (ibid., p. 447).
Quasi 25 anni dopo Fritz Wittels inviò a Jung una lettera, datata 20 dicembre 1935, nella quale chiedeva informazioni su Gross: «La principale ragione di questa lettera è una richiesta. Il Dr. Brill mi ha detto che Lei conobbe bene il Dr. Otto Gross, che morì circa 14 anni fa. Vorrei sapere: è vero che soffrì per anni di allucinazioni uditive che non nascondeva? Fu più volte internato in istituzioni psichiatriche e venne da Lei curato? In che cosa consistette il suo genio di cui molti di coloro che lo hanno conosciuto parlano? E infine: di che cosa morì? Sembra che avesse degli allievi e che anche praticasse la psicoanalisi nei caffè e nei ristoranti» (Heuer, 2001).
Nella risposta del 4 gennaio 1936 Jung, oltre ad esprimere giudizi molto negativi su colui che nella lettera a Freud del 19 giugno 1908 aveva definito “il mio gemello”, fu piuttosto impreciso nel riportare la datazione degli avvenimenti. Questa imprecisione potrebbe indicare la volontà (inconsapevole) di relegare il rapporto con Gross tra le cose da “dimenticare”. Questo è il testo della lettera di risposta a Wittels: «Effettivamente ho conosciuto bene Otto Gross. Lo incontrai 30 anni fa, nel 1906 [?], quando venne internato nella Clinica di Zurigo per cocainismo e morfinismo. Posso affermare che egli in verità non possedeva le qualità di un genio, ma possedeva piuttosto una geniale instabilità, che ingannava molte persone. Praticava la psicoanalisi nei bar più famosi. Di solito le relazioni amorose transferali finivano con un figlio illeggittimo. Soffriva del più terribile complesso materno, che la madre aveva solidamente allevato in lui. Era affetto da tossicodipendenze senza fine, che alimentava preferibilmente con alcaloidi, che gli causavano episodi psicotici. Dal momento che non ho più rivisto Gross dal 1906, non sono in grado di dire nulla di preciso sugli ultimi tempi della sua vita, che, per inciso, durò solo ancora pochi anni. Ad ogni modo, nel 1906 non presentava allucinazioni uditive. Venne internato due volte nella Clinica di Zurigo, dove entrambe le volte lo curai per cocainismo [?]. Si compiaceva di una megalomania senza limiti ed era sempre convinto di essere lui stesso a curare psichicamente i medici, me compreso [?]. Già da allora era completamente rovinato sul piano sociale. Mai portò a compimento alcun lavoro sistematico nella sua vita a parte l’articolo sulle Funzioni secondarie, che contiene una teoria sulla reintegrazione psicofisica dell’eccitabilità. Io ho incluso la sua idea principale nel mio libro sui tipi. Gli psicologi la hanno adottata qualche volta in paesi diversi come, per esempio, in Olanda e in America. Si tratta senza dubbio di un’idea fortunata, che può essere usata in modo preciso come formula allegorica per certe sequenze di reazione. Non ho osservato nient’altro che indicasse un genio in lui, a meno che non si voglia considerare come un sintomo creativo il suo spiritoso e incessante chiacchierare. Era del tutto rovinato dal punto di vista morale e sociale e anche debilitato dal punto di vista fisico, in conseguenza dei suoi eccessi, così che morì di polmonite già prima della guerra, se la memoria non mi inganna. Almeno, questo ho sentito dire. Egli frequentava soprattutto artisti, scrittori, sognatori politici e degenerati di ogni tipo, e nei bassifondi di Ascona organizzava miserande e crudeli orge.
Tuttavia, per completare la descrizione molto negativa fatta finora devo dire che in mezzo a tutta la confusione morbosa da lui sviluppata di tanto in tanto c’erano come dei lampi di brillantezza, ragione per cui provai a fare del mio meglio per lui durante la sua permanenza nell’istituzione, quantunque senza mai successo alcuno» (Heuer, 2001).  


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Negli ultimi 30 anni in Italia le prospettive teoriche, i modelli e gli strumenti terapeutico-assistenziali nel campo della psichiatria sono profondamente cambiati. I manuali diagnostico-statistici di matrice statunitense e le leggi del nostro paese hanno individuato e definito nuove realtà culturali e operative, in precedenza soltanto in parte acquisite e consolidate, imponendo tassonomie tecnicistiche e dettami ideologici e condizionando notevolmente il modo di pensare e di operare in campo psichiatrico.
    In questo contesto le norme di legge, che hanno riguardato, separatamente, la chiusura degli ospedali psichiatrici e l’assistenza ai tossicodipendenti, hanno favorito l’innalzamento di barriere quasi insuperabili tra i sistemi dei servizi della salute mentale e delle dipendenze patologiche.
Non è facile stabilire se in Italia il disinteresse degli psichiatri per le tossicodipendenze e quello degli operatori delle tossicodipendenze per i disturbi psichiatrici abbiano preceduto o seguito i provvedimenti legislativi, che hanno stabilito la separazione dei rispettivi ambiti di lavoro. Si può, invece, affermare che la psichiatria, in quanto disciplina, non ha mai rinnegato la sua competenza nel campo dell’alcolismo e delle tossicomanie (termini oggi superati) o delle dipendenze patologiche (addictions), se si vuole usare una terminologia più attuale. Al contrario la psicoanalisi, sebbene nata dalla psichiatria, ha mostrato molto presto nel corso del suo sviluppo uno scarso interesse per le condizioni di addiction, in modo del tutto indipendente dai cambiamenti delle leggi, dell’organizzazione dei servizi e dei programmi di formazione universitaria. Si è trattato di un disinteresse che non è facilmente comprensibile, se ci si limita a considerare la questione dal punto di vista della dottrina o della clinica o dal punto di vista delle modifiche legislative.
    Lo scopo di questo studio è stato quello di mettere in evidenza che le radici del difficile rapporto tra psicoanalisi e droga si possono ritrovare anche (se non principalmente) in alcuni fatti personali e professionali emotivamente significativi, non elaborati, accaduti al suo fondatore, Sigmund Freud, e ad uno dei suoi più vicini collaboratori, Carl Gustav Jung, proprio negli anni in cui veniva costruita la cornice teorica della psicoanalisi e ne venivano individuate le indicazioni terapeutiche nella clinica.
    Per quanto riguarda Freud le esperienze personali prese in esame in questo articolo sono numerose. Primo, una certa “benevolenza” nei confronti dell’abuso dell’alcol e della nicotina (le droghe “legali” di oggi) e una chiara ambivalenza nei confronti della cocaina, che egli stesso usò, forse anche abusandone, ma riuscendo a padroneggiarne il consumo. Proprio a proposito del rapporto di Freud con la cocaina è stato scritto, in riferimento alla mancata relazione analitica di Freud con Gross (e, di conseguenza, all’insuccesso terapeutico di Jung): «Si potrebbe pensare che fu la dipendenza di Gross dalla cocaina a causare in Freud la resistenza [ad analizzarlo]» (Loose, 2002). Secondo, il profondo coinvolgimento emotivo, cui seguì un senso di colpa ed un lutto non elaborati, nella tragica vicenda dell’amico Fleishl von Marxow, al quale Freud aveva prescritto la cocaina come cura della dipendenza da morfina. Terzo, il timore di una crisi professionale, causata dalle accuse di aver diffuso l’utilizzo di una droga pericolosa, la cocaina appunto, dopo aver auspicato che proprio da essa gli potessero derivare fama e denaro. Quarto, il disagio a livello clinico di fronte al “caso Gross”, per il quale con eccessiva leggerezza condivise l’inquadramento diagnostico propostogli da Jung (prima nevrosi ossessiva, quindi dementia praecox o paranoia), pur pensando che si trattasse di una psicosi tossica da cocaina, ma non essendo, evidentemente, in grado di attribuire con certezza all’abuso di cocaina il significato di causa o di effetto dei disturbi psico-comportamentali presentati dal giovane e originale adepto.
    Per quanto riguarda Jung sappiamo che il suo rapporto personale diretto con Otto Gross, a parte l’incontro al Congresso di Amsterdam nel 1907, durò in tutto trentotto giorni, dall’internamento coatto dell’11 maggio 1908 alla fuga dall’Ospedale Burghölzli del 17 giugno seguente. Nonostante la breve durata, quel rapporto terapeutico ebbe un’intensità tale da inquietare e destabilizzare il giovane psichiatra svizzero.             
    Jung “sbagliò tutto” fin dall’inizio, a partire da quando, sentitosi narcisisticamente ferito dalla richiesta di Freud di impegnarsi solo nella cura somatica di Gross (la disintossicazione fisica dalla cocaina e dalla morfina) in previsione del trattamento analitico, cui avrebbe provveduto successivamente lo stesso Freud, si gettò anima e corpo sull’impresa di curarlo egli stesso psicoanaliticamente, cercando nello stesso tempo di disintossicarlo dalla droga. L’analisi di Gross, che, in certe fasi, assunse le caratteristiche di una mutual analysis ante litteram, portò Jung a formulare diagnosi sbagliate e a condividere riflessioni teoriche con l’analizzando, che in seguito si sarebbero rivelate per lui dei veri e propri boomerang relazionali. In particolare Gross, molti anni dopo, avrebbe accusato lo stesso Jung di aver scritto l’articolo L’importanza del padre nel destino dell’individuo utilizzando il materiale dei colloqui avvenuti durante il suo ricovero psichiatrico. In effetti Jung utilizzò le idee di Gross anche nei lavori scientifici Tipi psicologici e La psicologia della traslazione e, secondo il parere di alcuni studiosi, vi fu un conflitto di priorità anche tra il padre di Otto Gross e Jung riguardo il metodo associativo (Dehmlow e Heuer, 1999).
    Inoltre siamo autorizzati a ipotizzare che i lunghissimi e faticosi colloqui con il “paziente Gross” ebbero un tale effetto su Jung, in particolare riguardo la liberazione sessuale, da trasformare la sua vita e produrre quel leader spirituale, che avrebbe avuto tanta influenza nel secolo che stava iniziando. Tra l’altro Jung fu persuaso da Gross del valore terapeutico dell’adulterio nella cura di ogni tipo di nevrosi: questa concezione fu motivo di aspro contrasto con Freud. Il significato del matriarcato, come enunciato nelle teorie di Bachofen, la ribellione al padre, la liberazione sessuale e la funzione terapeutica dell’adulterio furono idee, che in Jung ebbero come frutto immediato l’autorizzazione ad avere una relazione amorosa con una sua paziente, Sabina Spielrein, e come conseguenza successiva l’autorizzazione a “fottere” anche il movimento psicoanalitico, fatto di cui sarebbe stato accusato da Freud.
Da quanto esposto si evince che sia Freud che Jung ebbero personali, anche se diversi, motivi per volersi tenere lontani da Otto Gross e per voler tenere lontani assieme a lui i problemi connessi alla droga. Ma, come ha osservato Lagi: «Quello che invece maggiormente colpisce in tutta questa storia è il rapporto tra Gross e la psicoanalisi o, forse meglio, tra la psicoanalisi e Gross; iniziato con un esaltante idillio, proseguito con una sorta di tradimento, culminato nell’abbandono più totale.  
Il primo ed unico caso, in quel periodo, di tossicodipendenza trattato analiticamente e tragicamente fallito, ma non riuscito nemmeno sul piano del recupero del complesso paterno. Freud sottovaluta la fragilità psichica di Gross e lo accoglie nel gruppo degli adepti, di cui aveva bisogno per divulgare le proprie idee; Jung non riesce a definire un setting, non stabilisce una relazione terapeutica, ma si rapporta a Gross come amico [...]» (Lagi, 1994).
Come già ricordato, Gross per la sua brillantezza, originalità e profondità venne considerato da molti psicoanalisti, compreso Freud, un elemento prezioso per il movimento psicoanalitico, all’interno del quale si andavano continuamente formando nuove idee. Eppure tra gli esponenti del nascente movimento psicoanalitico Otto Gross fu il più sorprendentemente Altro di Freud: fu l’analista che ripudiò la rimozione e la sublimazione e abbracciò la perversione e la politica. Ma fu anche l’Altro-Identico di Freud: brillante psicoanalista e cocainomane. E che la posizione personale di Gross nei confronti di Freud fosse questa fin dall’inizio lo dimostra ciò che scrisse alla moglie Frieda in una lettera del 1907: «L’enorme ombra di Freud non si proietta più sul mio cammino» (Michaels, 1983).
Gross proponeva una psichiatria antiautoritaria, che cercava di emancipare il paziente da tutte le strutture gerarchiche come, ad esempio, il patriarcato e auspicava un programma terapeutico nel quale le persone potevano liberamente scegliere pratiche quali l’assunzione di droghe o il suicidio.
Gross rifiutò di separare la sua vita privata dalla sua vita professionale, ma fu così apertamentamente trasgressivo e anticonformista, ribelle e antiautoritario, disinibito e perverso in ambito sessuale, che alla fine venne considerato, mutuando l’espressione di Loose, «il prodotto di scarto del loro [di Freud e di Jung] desiderio e perciò anche il prodotto di scarto dell’organizzazione psicoanalitica» (Loose, 2002, p. 44).
Come conseguenza di tutti questi eventi generali e personali non fu solo Otto Gross ad essere espulso dalla psicoanalisi quando questa stava costituendosi come disciplina, allo stesso modo ne fu espulso anche l’interesse per le tossicodipendenze.
Siamo, quindi, autorizzati a pensare che fu proprio la “questione Gross” a determinare in Freud e Jung e, quindi, nella psicoanalisi una specifica resistenza ad affrontare le questioni di natura teorica e clinica relative alle dipendenze patologiche?

 


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Pubblicato in Psicoanalisi e metodo, 8, 285-326, 2008.

 Kraepelin Emil (1856-1926), psichiatra tedesco, da molti considerato il fondatore della psichiatria scientifica moderna, della psicofarmacologia e della genetica psichiatrica. All’inizio del ventesimo secolo le sue teorie dominarono il campo della psichiatria.
 Sachs Hans (1881-1947) fu il primo non medico ad essere ammesso nel movimento psicoanalitico. Assieme ad Otto  Rank fu editore della rivista di psicoanalisi applicata Imago. A seguito dell’ascesa al potere del nazismo emigrò a Boston negli Stati Uniti.
 Ferenczi Sándor (1873-1933), medico, psichiatra e psicoanalista ungherese, fu allievo e amico di Freud. Nel 1918 ebbe, primo al mondo, una cattedra di Psicoanalisi all’Università di Budapest.
 Jung Carl Gustav (1875-1961), psichiatra e psicologo svizzero, fu sin dall’inizio della sua carriera un fervente sostenitore della psicoanalisi di Freud, tanto da essere da questi designato come suo “principe ereditario”. Da 1910 al 1913 ricoprì la carica di Presidente dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi, fondata durante il Congresso di Norimberga (30-31 marzo 1910), ma nel 1914 abbandonò il movimento psicoanalitico per fondare successivamente una sua dottrina psicologica, che chiamò Psicologia analitica.
 Mantegazza Paolo (1831-1910), fisiologo, antropologo, patriota e scrittore, fu probabilmente il primo a far conoscere la cocaina in Europa, e fu anche uno dei primi divulgatori delle teorie darwiniane in Italia. Fu deputato e senatore del Regno d’Italia. Nel corso della sua lunga permanenza in Perù aveva osservato l’ampio uso che gli indigeni facevano delle foglie di coca e ne descrisse in termini molto positivi gli effetti. Nel 1859 pubblicò il saggio Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale. Viene considerato un pioniere della psicofarmacologia.
 Nel 1860 Albert Niemann (1880-1921) estrasse dalle foglie essiccate della pianta di coca l’alcaloide, cui dette il nome di cocaina e, assuntane una certa quantità per bocca, notò che causava un senso di intorpidimento temporaneo della lingua.
 Nel 1883 Theodor Aschenbrandt pubblicò l’articolo Die physiologische Wirkung und Bedeutung des Kokain. muriat. auf den menschlichen Organismus (L’azione fisiologica e l’influenza della cocaina sull’organismo umano) sulle osservazioni fatte su soldati bavaresi durante un’esercitazione militare.
 Nel 1884 E. Merck, il produttore della cocaina, scrisse che «il futuro più brillante per la cocaina si profila, secondo noi, nel suo impiego contro la morfinomania e le crisi di astinenza degli alcolisti».
 Fleischl von Marxow Ernst (1846-1891), allievo di Brücke e libero docente di fisiologia, «aveva contratto un’infezione durante una ricerca nel campo dell’anatomia patologica. Solo l’amputazione del pollice destro aveva potuto salvargli la vita [...] La vita divenne per lui una sofferenza costante […]» (Bernfeld e Cassirer Bernfeld, 1981, 1988,  p. 157) a causa del riformarsi continuo di neurinomi. Per contrastare i tremendi dolori ricorse alla morfina e ne divenne dipendente.
 Charcot Jean-Martin (1825-1893), neuropatologo e neurologo francese, insegnò Clinica delle Malattie Nervose alla Salpêtrière di Parigi.
 A proposito del saggio Sulla coca E. Jones scrisse: «era scritto nello stile migliore di Freud, con la sua tipica vivacità, semplicità e distinzione, caratteristiche che aveva potuto sfruttare ben poco nella descrizione dei nervi del gambero o delle fibre del midollo. Dovevano passare molti anni prima che gli si presentasse di nuovo l’opportunità di esercitare le sue doti letterarie. In questo saggio si sente inoltre un tono che non sarebbe più ricorso negli scritti di Freud, un pregevole miscuglio di obiettività e di calore personale, come se egli fosse veramente innamorato del contenuto del lavoro. Usava espressioni insolite nella prosa scientifica, come “l’eccitazione più sfrenata” che gli animali mostrano dopo una iniezione di cocaina, e la somministrazione di un’“offerta” di essa, in luogo di “una dose”; respingeva appassionatamente “le calunnie” che erano state pubblicate su questa preziosa sostanza. Questa presentazione artistica dovette contribuire notevolmente all’interesse che il saggio suscitò nell’ambiente medico viennese ed in altri» (Jones, 1953, I, 117).
 In seguito alla scoperta di Koller la cocaina fu ampiamente usata negli interventi oftalmologici fino a quando ne vennero scoperti sia l’azione lesiva sulla cornea che le potenzialità di causare dipendenza. Koller presentò i risultati della sua scoperta al Congresso di Oftalmologia di Heidelberg del 1884. Nello stesso anno l’americano William Halsted introdusse la cocaina come anestetico in chirurgia generale. Halsted divenne professore di chirurgia al Johns Hopkins Hospital di Baltimora. Abile, preciso e innovatore, introdusse tra l’altro l’uso dei guanti di gomma per migliorare la sterilità del campo operatorio e varò un rigoroso programma di formazione per gli specializzandi in chirurgia. Divenuto, purtroppo, molto presto cocainomane e, successivamente, anche morfinomane, Halsted non riuscì a liberarsi dallo stato di tossicodipendenza fino alla morte.
 Wittels Fritz (Siegfried) (1880-1950), medico e psicoanalista austriaco, entrò nella Società Psicologica del Mercoledì nel 1907. A causa dei contrasti con Freud dette le dimissioni da membro della Società nel 1910, ma vi fu riammesso nel 1925. Dopo la riconciliazione con Freud apportò alcune correzioni ed emendamenti alla sua biografia, pubblicata nel 1924 (la biografia di Freud “rivista” fu pubblicata nel 1932).
 Nell’edizione italiana dell’epistolario questa parte della lettera di Freud a Wittels non compare (Freud, 1990b). La parola allotrion era familiare a Freud fin dal tempo della scuola, perché i suoi maestri la usavano, con una sfumatura di condanna, per designare tutto ciò che potesse distrarre dal serio adempimento di un dovere, come per esempio un hobby (Jones, 1962, I, 119). Il termine greco allotrion è equivalente al termine chiave umheimlich, Il perturbante, titolo del più bel saggio di Freud sulla letteratura e sul fantastico.
 Schur Max (1897-1969), medico e psicoanalista austriaco, nel 1928 divenne medico personale di Freud, che seguì a Londra nel 1938. Fece parte della Società psicoanalitica di Vienna e fu presidente dell’American Psychoanalytic Association.
 «Sono giunto alla conclusione che la masturbazione sia l’unica grande abitudine, cioè il “bisogno primario”, e che le altre forme di assuefazione, alcool, morfina, tabacco, eccetera, entrano nella vita solamente come sostituti e in cambio di essa [...]» (Freud, 1990a, p. 324).
 Negli anni 1850-1900 ebbe molto successo la “Teoria dei riflessi” come modello eziologico dei disturbi nervosi. Fliess curava questi disturbi mediante la cauterizzazione della mucosa nasale, l’asportazione dei turbinati e l’applicazione alla mucosa nasale di cocaina.

 Nell’agosto del 1909 Freud e Jung furono invitati da G. Stanley Hall nella Clark University di Worcester, Massachusetts. Ad essi si aggiunse, come accompagnatore, Sandor Ferenczi.
 Forel August (1848-1931), neuropatologo e psichiatra svizzero, fu Professore di Psichiatria e Direttore dell’Ospedale Psichiatrico Burghölzli di Zurigo dal 1879 al 1898. Strenuo sostenitore della Lega anti-alcolica, si interessò di numerosi problemi sociali, tra i quali il controllo delle nascite, la difesa dei diritti dei figli illeggittimi e delle loro madri, la tolleranza dell’omosessualità. Insigne neuroanatomista, descrisse, tra l’altro, il tegmentum mesencefalico. Introdotto alla tecnica dell’ipnotismo da Hippolyte-Marie Bernheim di Nancy, scrisse due libri sulla sua applicazione nella psicoterapia. Mirmecologo di fama internazionale, scrisse la monumentale monografia Les fourmis de la Suisse (1874).
 Bleuler Eugen (1857-1939), psichiatra svizzero, fu Direttore della Clinica Psichiatrica Universitaria e dell’Ospedale Psichiatrico Burghölzli di Zurigo dal 1898 al 1927. Per primo propose il termine schizofrenia (1908-1911) in sostituzione del termine dementia praecox di Kraepelin. Secondo Bleuler la schizofrenia non era una malattia in tutti i casi incurabile e non sempre esitava in un quadro di demenza. Bleuler fu uno dei primi psichiatri ad applicare il metodo psicoanalitico di Freud nella cura delle malattie mentali.
 Golem è una creatura, ma più specificatamente un essere umano creato in un modo magico mediante un’arte magica, in genere nel nome di Dio. Serve il suo padrone. In una leggenda Adamo era chiamato “Golem”, con il significato di corpo e anima. Nella storia ebraica vi sono vari Golem, ma la più famosa e popolare leggenda è legata al Rabbi Judah Loew di Praga. Questo Golem fu creato nella seconda metà del XVIII secolo. Il problema fu che, invece di aiutare il suo creatore, cominciò a sfuggirgli di mano e rese la vita di tutti impossibile. Così che il suo padrone dovette disfarsene.
 Fromm Erich Pinchas (1900-1980), psicoanalista e sociologo tedesco, nel 1940 emigrò negli Stati Uniti dove visse fino al 1950. Dal 1950 visse in Messico fino al 1974, anno in cui si trasferì in Svizzera ove morì pochi giorni prima di compiere ottanta anni. Di formazione marxista, fondò il movimento del Socialismo Umanista. Fu convinto pacifista e oppositore degli armamenti nucleari. Autore prolifico, tra le sue opere principali vanno ricordate: Fuga dalla libertà, Il linguaggio dimenticato, L’arte di amare, Marx e Freud, Avere o essere?
 Adler Alfred (1870-1937), medico oculista e psicologo austriaco, fu il fondatore della Psicologia individuale. Tra i primi sostenitori del movimento psicoanalitico, dal quale si staccò molto presto, nel 1911, assieme a Freud e Jung viene considerato uno dei tre principali rappresentanti della psicologia del profondo.
 Reich Wilhelm (1897-1957), psichiatra e psicoanalista austriaco, fu stimato allievo di Freud fino al 1927, anno in cui si iscrisse al Partito Comunista. Nel 1933 la sua opera Psicologia di massa del fascismo venne messa al bando dai nazisti. Successivamente venne espulso dal movimento psicoanalitico. Nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti, dove a causa delle sue idee venne processato e condannato a due anni di carcere. Morì in carcere per un attacco cardiaco. Tra le sue opere vanno segnalate, oltre quella già citata, L’analisi del carattere, La rivoluzione sessuale, La scoperta dell’orgone, Ascolta piccolo uomo.
 Anton Gabriel (1858-1933), neurologo e psichiatra austriaco, è noto soprattutto per gli studi sulle condizioni patologiche secondarie a lesioni della corteccia cerebrale e dei nuclei della base. Viene ricordato anche come un pioniere della neurochirurgia.
 Meynert Theodor (1833-1892), neuropatologo e psichiatra austriaco, diresse la Clinica Psichiatrica dell’Università di Vienna. Furono suoi allievi August Forel, Carl Wernicke, Arnold Pick e Gabriel Anton. Fece numerosi importanti studi nel campo della neuroanatomia e della struttura del sistema nervoso. Sostenne che le malattie mentali erano malattie del proencefalo. Sigmund Freud, che fu suo allievo, lo definì «il più brillante genio che io abbia mai incontrato». Meynert fu molto critico nei confronti di Freud a causa del suo uso dell’ipnosi e della sua concezione dell’isteria.
 «In psichiatria vi sarebbero due  forme di minorazione: un tipo con coscienza appiattita ed estesa e un tipo con coscienza ristretta e approfondita. Il primo tipo è caratterizzato da una funzione secondaria ridotta, il secondo da una funzione secondaria accentuata [...]» (Gross, 1902). «La funzione “primaria” da luogo al normale funzionamento del cervello, alla produzione dei processi psichici e dell’apparato immaginale che li accompagna; la funzione “secondaria” dovrebbe ricaricare e ricostituire l’energia che la cellula cerebrale ha speso nella sua prima, fondamentale, prestazione. Più forte sarà stato il dispendio di energia nella prima funzione più lungo sarà il processo di ricostituzione da parte della seconda funzione, e viceversa, ed è in questo intervallo che si inseriscono le psicopatie. Le due tipologie corrispondenti alle due funzioni cerebrali sono definite come a) “coscienza appiattita ed estesa” (cui corrisponde una funzione secondaria breve), b) “coscienza ristretta ed appiattita” (cui corrisponde una funzione secondaria lunga)» (Lagi, 1994).
 Il “Circolo Schwabing” di Monaco era frequentato da personaggi come Bruno Walter, Frank Wedekind, Erich Mühsam, scrittore anarchico, Franz Jung, scrittore, Robert Musil e l’anarchico Pëtr Alekseevič Kropotkin.
 Erich Mühsam (1878-1934) scrisse nel 1929: «Intorno al 1907 le prime conoscenze relative alle nuove teorie di Freud erano penetrate nei circoli intellettuali di Monaco e cominciarono a dominare lo Schwabing. Sebbene all’epoca fosse giovane, lo psichiatra Otto Gross  fu il loro apostolo entusiasta e, con il suo ardore fanatico, analizzò tutto il caffè Stefanie e insegnò l’analisi». Mühsam, che fu il primo a proclamare la repubblica durante la Rivoluzione di Monaco del 1919, morì nel 1934 nel campo di concentramento nazista di Orarinenburg.
 Ad Ascona un gruppo di seguaci dell’olandese Henri Oederkoven fondò una specie di comune chiamata Monte Verità, gestita secondo principi anarchici e dedicata alla guarigione naturale, al vegetarianismo e alla liberazione sessuale. Ad Ascona Gross ebbe una grande influenza su molti scrittori e artisti espressionisti, come Karl Otten (1889-1963), scrittore espressionista, e Franz Werfel, e su anarchici e radicali politici, tra i quali lo stesso Erich Mühsam.
 Frieda von Richtofen descrisse in questo modo Otto Gross: «era così bello, come un Dioniso bianco [...]», «Fu quasi il primo psicoanalista, dovete sapere, era anche viennese, ma molto, molto più brillante di Freud».
 Lawrence David H. (1885-1930), scrittore britannico vigoroso e originale, è noto soprattutto per i romanzi Figli e amanti e L’amante di Lady Chatterley.
 Rilke Rainer Maria (1875-1926) fu uno dei più importanti poeti di lingua tedesca del ventesimo secolo. Tra le sue opere in versi vanno ricordati i Sonetti a Orfeo e le Elegie duinesi.
 L’Ospedale Steinhof, oggi Otto Wagner Hospital, fu aperto nel 1907 (Vernon Briggs, 1909).
 Il Dadaismo o Dada,  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Movimento_culturale&action=edit&redlink=1" \o "Movimento culturale (pagina inesistente)" movimento culturale nato a  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Zurigo" \o "Zurigo" Zurigo in  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Svizzera" \o "Svizzera" Svizzera durante la Prima guerra mondiale, si sviluppò tra il  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/1916" \o "1916" 1916 e il  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/1920" \o "1920" 1920. Il movimento Dada si interessò soprattutto di  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Arti_visive" \o "Arti visive" arti visive, letteratura ( HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Poesia" \o "Poesia" poesia,  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Manifesto_artistico&action=edit&redlink=1" \o "Manifesto artistico (pagina inesistente)" manifesti artistici),  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Teatro" \o "Teatro" teatro e  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Grafica" \o "Grafica" grafica, e sviluppò la sua politica antibellica attraverso un rifiuto degli standard artistici e con opere culturali che erano contro l'arte stessa. Il Dadaismo mise in dubbio e stravolse le convenzioni dell'epoca: dall' HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Estetica" \o "Estetica" estetica cinematografica e artistica alle ideologie politiche. Propose inoltre il rifiuto della ragione e della  HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Logica" \o "Logica" logica, enfatizzando la stravaganza, la derisione e l' HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Umorismo" \o "Umorismo" umorismo. Tra i suoi rappresentanti vi furono Paul Chadourne, Tristan Tzara, Philippe Soupault, Serge Charcoune, Man Ray, Paul Eluard, Jackes Rigaut, Mick Soupault, Georges Robémont-Dessaignes.
 Stekel Wilhelm (1868-1940), medico e psicologo austriaco, fu uno dei primi seguaci di Freud. Attivo partecipante alle riunioni della Società psicologica del mercoledì sera, fondò con Alfred Adler il Zentralblatt für Psychoanalyse, di cui divenne direttore. A causa di una serie di contrasti con Freud (tra i quali  l’idea che tra perversioni e nevrosi sussisterebbe un rapporto di analogia e non di antitesi) Stekel si dimise dalla Società psicoanalitica di Vienna nel 1911, ma non lasciò la direzione del Zentralblatt. Stekel praticava un metodo psicoanalitico breve, che implicava una partecipazione attiva del terapeuta.
 Ha scritto Kerr: «L’articolo sullo Zentralblatt di Gross, Sul simbolismo della distruzione, è degno di nota in quanto è il solo saggio mai scritto da un seguace dichiarato di Freud che si occupi seriamente della teoria della Spielrein. In effetti, lo scritto di Gross inizia prendendo esplicitamente atto dell’intento dell’autrice: ella aveva affrontato la logica della rimozione sessuale. Purtroppo, da quel momento in poi, Gross utilizzò le idee della Spielrein come pretesto per sviluppare le sue idee sul patriarcato, sullo stupro e sulla violazione dell’ordine naturale. In Gross la Spielrein aveva trovato un sostenitore del tutto inutile» (Kerr, 1993, p. 564).
 La corrente culturale nota con il nome di Espressionismo, nata nei paesi di lingua tedesca tra il 1900 e il 1910, influenzò le arti figurative, la letteratura, il teatro, il cinema e l’architettura anche in altre nazioni dell’occidente europeo. Fra i principali esponenti dell’Espressionismo vanno ricordati, in Germania, i pittori Ernst Kirchner, Erich Hecke, Emil Nolde, Otto Dix, George Grosz e, in Austria, Oscar Kokoschka e Egon Schiele.
 Kuh Anton, pseudonimo Yorick, (1890-1941), romanziere, saggista, autore di feuilletons, visse a Vienna, Praga e fino al 1933 a Berlino. Nel 1938 si rifugiò negli Stati Uniti. Nel 1921 scrisse di Otto Gross: «Un uomo, il cui nome era conosciuto solo da pochi – a parte alcuni psichiatri e la polizia segreta – e tra quei pochi solo da quelli che strapparono le sue piume per adornare il loro posteriore» (Kuh, 1921, p. 16).

 L’ospedale psichiatrico privato di Kreutzlingen venne fondato nel 1957 da Ludwig Binswanger (1820-1880). Dopo Ludwig Binswanger la Clinica di Kreutzlingen fu diretta dal figlio Robert (1850-1910) e, successivamente, dal nipote Ludwig (1881-1966), noto per aver introdotto il concetto di Deseinanalyse.
 Jones Ernest (1879-1958), medico, neurologo e psicoanalista britannico, fu un pioniere della psicoanalisi e biografo di Sigmund Freud. Fondatore dell’American Psychoanalytic Association e della British Psychoanalytic Association, fu Presidente dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi fino alla sua morte. Nella sua autobiografia Jones scrisse di Gross: «fu il mio primo istruttore nella tecnica della psicoanalisi [...]», «il più vicino all’ideale romantico di genio, che io abbia mai incontrato […]» (Jones, 1959, p. 162).
 Secondo la maggior parte degli studiosi e dei biografi era Ernest Jones ad essere attratto dalla moglie di Gross. Quanto scritto nella lettera di Freud a Jung sarebbe stato un altro esempio del capovolgimento delle circostanze da parte di  Freud per avvantaggiare l’uomo e denigrare la donna (Bair, 2003, p. 695).
 «Certifico che il Dr. Otto Gross, libero docente in neuropatologia, che conosco personalmente da anni, necessita di urgente ricovero in una istituzione chiusa per superare la astinenza da oppio e cocaina con supervisione medica; negli ultimi anni egli ha assunto questi farmaci in modo tale da causare danni alla sua salute fisica e psichica» (Le Rider, 1988, p.  15).
  Dopo il rientro a Monaco nel 1906 Gross riprese a frequentare con una borsa di studio l’Istituto di Kraepelin.
 Swoboda Hermann (1873-1963), filosofo e psicologo viennese, fece una breve analisi con Freud. Durante una seduta Freud gli fece un’interpretazione riferendosi alla “disposizione bisessuale di ogni essere umano”. Swoboda parlò di questa teoria al giovane amico Otto Weininger (1880-1903), che la utilizzò nel suo libro Sesso e carattere. In seguito Wilhelm Fliess accusò l’oramai ex-amico Freud di aver fatto a Swoboda importanti rivelazioni sulla teoria della bisessualità, di cui rivendicava la primogenitura, e accusò pubblicamente Weininger di plagio.  
 Sul Die Zukunft del 10 ottobre 1908 Gross pubblicò una comunicazione, nella quale sosteneva che una sua paziente minorenne era stata fatta rinchiudere in una clinica psichiatrica dal padre, mentre, a suo parere, poteva essere ancora curata con la psicoanalisi.
 Spielrein Sabina (1885-1942), psicoanalista russa, nel 1904 fu ricoverata per “isteria psicotica” nell’O.P. Burghölzli, dove venne curata da Jung, col quale successivamente ebbe una relazione che durò fino al 1911. In quello stesso anno divenne membro della Società di Psicoanalisi di Vienna. Tornata in Russia nel 1923, nel 1942 venne uccisa dai nazisti in una sinagoga di Rostov sul Don, sua città natale, assieme alle due figlie.
  Nel marzo 1907 Jung, accompagnato dalla moglie, si recò in visita da Freud a Vienna. Durante il viaggio di ritorno passò prima per Budapest, quindi si fermò ad Abbazia, località di mare in Croazia, dove avvenne l’episodio dell’“innamoramento coatto” per una donna non identificata.
  L’ebrea alla quale Jung si riferiva era la famosa S.W., descritta nella sua tesi di laurea. S.W. erano le iniziali di una cugina di Jung, Helene Preiswerk, della quale era stato probabilmente innamorato. Nella lettera a Freud del 10 giugno 1909 Sabina Spielrein scrisse: «Poi c’è stata l’analisi ed è risultato che il Dr. Jung, tanti anni fa, aveva amato una ragazza bruna isterica di nome S.W. che si faceva chiamare sempre l’ebrea» (Carotenuto, 1980, p. 161).
 Nel 1904 Gross aveva pubblicato l’articolo Über Bewusstseinszerfall (Sulla disintegrazione della coscienza), nel quale suggeriva di cambiare il termine Dementia praecox in quello di Dementia sejunctiva.
 Ne L’importanza del padre nel destino dell’individuo (1909/1949)  Jung, in una nota in seguito non riportata nelle Opere, scrisse: «Queste esperienze e quelle ricavate dai particolari di un’analisi condotta in collaborazione con il dottor Otto Gross mi hanno profondamente convinto dell’esattezza di questo concetto».

 Negli Archivi Bollingen della Libreria del Congresso americano si legge in un documento senza data e senza autore: «Attraverso le note cliniche su Gross al Burghölzli non si può trovare nulla che possa essere interpretato come schizofrenia nel senso dei sintomi di base di Bleuler, nè che corrisponda alla descrizione di dementia praecox nel senso di Kraepelin. La stessa cosa è vera per le note cliniche di Mendrisio, un altro ospedale psichiatrico nel quale Gross venne internato».
 Quasi 40 anni dopo l’analisi di Gross Jung nel saggio La psicologia della traslazione sottolineò che nel rapporto terapeutico il problema psichico del paziente viene trasferito sul terapeuta, il cui equilibrio, a causa di tale trasferimento, può essere turbato: «La tecnica freudiana induce a distanziarsi quanto più possibile da tale fenomeno, cosa perfettamente comprensibile da un punto di vista umano, ma che a volte pregiudica considerevolmente l’efficacia terapeutica. È inevitabile che il medico subisca una certa influenza e che si verifichi un qualche disturbo o una qualche alterazione della sua salute nervosa. Egli si addossa, letteralmente, il male del paziente, lo condivide con lui. Perciò ne è in linea di principio minacciato, e non può non esserlo. Mi resi conto della grande importanza che Freud attribuiva al fenomeno della traslazione in occasione del nostro primo incontro, nel 1907 [...]
Il medico sa, o almeno dovrebbe sapere, che egli non ha abbracciato la professione per caso; in particolare lo psicoterapeuta deve avere ben chiaro in mente che le infezioni psichiche, per quanto superflue gli possono sembrare, sono in fondo fenomeni che accompagnano necessariamente e fatalmente il suo lavoro e corrispondono quindi alla disposizione istintiva della vita. Capire questo significa al tempo stesso assumere il giusto atteggiamento verso il paziente. In tal caso, infatti, la sorte del paziente lo riguarderà un poco anche personalmente, il che costituisce la premessa più favorevole alla cura» (Jung, 1946, pp. 183 e 188).
 Johan Jacob Bachofen (1815-1887), giurista, storico e antropologo svizzero, noto soprattutto per la sua teoria sul matriarcato.
  In una lettera della Spielrein, scritta a Freud intorno al 1909, viene descritto molto bene il cambiamento repentino e radicale dell’atteggiamento di Jung nei suoi confronti: «Gli raccontai come erano andati gli esami, ma rimasi profondamente depressa, dato che egli non mostrava alcuna gioia per il fatto che io fossi capace di fare qualcosa, e che ora ero laureanda in medicina. Mi vergognai di aver creduto a delle profezie e pensai tra me: non solo non mi ama, ma non sono neanche una buona amica alla quale è interessato. Volle dimostrarmi che eravamo come estranei, e andare da lui significò per me un’umiliazione. Tuttavia decisi di tornare da lui il venerdì successivo, e di comportarmi in modo del tutto formale. Il diavolo mi diceva altre cose, ma non gli credevo più. Lo aspettavo profondamente depressa. Ed ecco che arriva raggiante di gioia e mi racconta con profonda commozione di Gross e della grande conoscenza che ha acquisito (cioè per quanto riguarda la poligamia) e che ora non vuole più reprimere il suo sentimento verso di me; mi ha confessato che io (esclusa naturalmente sua moglie) ero la sua prima e più cara amica, e che ora voleva raccontarmi tutto di sé» (Carotenuto, 1980, p. 164).
 Ad esempio, Sandor Ferenczi scrisse a Freud  nella lettera del 22 marzo 1910, riferendosi a Otto Gross: «Nessun dubbio: egli è il più importante fra coloro che finora L’hanno seguita. Peccato che sia destinato a rovinarsi!» (Brabant, Falzeder e Giampieri Deutsch, 1992, p. 161).
 A proposito del suo interesse per la politica va ricordato che nel 1913 Gross, affermando “La psicologia dell’inconscio è la filosofia della rivoluzione”, anticipò di una generazione Wilhelm Reich nel sottolineare l’interdipendenza dialettica tra il cambiamento interno dell’individuo e il cambiamento politico collettivo dell’altra.

Giuseppe Zanda - Medico psichiatra e psicoterapeuta - Via Consani 80 - 55100 Lucca