Giuseppe Zanda

Medico psichiatra psicoterapeuta

Dr. Giuseppe Zanda, psichiatra psicoterapeuta. Via Consani 80, Lucca.

Sito web che raccoglie pubblicazioni e interventi svolti negli ultimi anni. Gli articoli sono a carattere scientifico e divulgativo.

NOTA SULLA GRANDE GUERRA E LA PSICOANALISI Giuseppe ZANDA

L’anno scorso, come spunto per recensire il libro di Rita Corsa su Edoardo Weiss, scelsi il tema delle nevrosi di guerra nella Prima Guerra Mondiale Nella recensione feci un sintetico excursus storico della nascita dei concetti di nevrosi traumatica e di shell shock (shock da granata o da esplosione), feci riferimento ai “classici” contributi psicoanalitici sulle nevrosi di guerra e, infine, parlai del Disturbo da stress post-traumatico, fresco della lettura della sua nuova concettualizzazione contenuta nel DSM-5, pubblicato per l’appunto solo pochi mesi prima (APA, 2013).
In precedenza non mi ero mai soffermato a riflettere su quale ruolo avesse avuto la Prima Guerra Mondiale nella storia della psicoanalisi. In effetti, lo studio della storia della psicoanalisi, sia come studio di una disciplina scientifica che come studio dei suoi protagonisti, non dovrebbe prescindere dalla sua contestualizzazione negli eventi sociali, economici, politici e, ovviamente, anche scientifici che ne costituirono lo sfondo e l’impalcatura. A questo proposito, vorrei ricordare e raccomandare un libro che considero prezioso: I misteri dell’anima. Una storia sociale e culturale della psicoanalisi di Eli Zaretsky, pubblicato negli USA nel 2004 e in Italia nel 2006.
La mia impressione, invece, è che, a parte qualche eccezione, la storiografia psicoanalitica non abbia sufficientemente preso in esame in quale modo e in quale misura i quattro anni e mezzo della Grande Guerra – dal luglio del 1914 alla fine di novembre del 1918 – abbiano influito sullo sviluppo della psicoanalisi, soprattutto per quanto riguarda il suo processo di internazionalizzazione. Ad esempio, l’articolo di Harold Blum dedicato proprio all’internazionalizzazione della psicoanalisi – si tratta di un articolo del 1998 – termina con le dimissioni di Jung da Presidente dell’International Psychoanalytic Association nell’aprile del 1914, cioè appena pochi mesi prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale (Blum, 1998). Per quanto so mi pare che una delle poche eccezioni a questa pecca generale sia il capitolo della biografia di Freud di Ronald W. Clark, che appunto si intitola “Consensi per la psicoanalisi durante la guerra” (Clark, 1980). In esso sono descritte le alternanti fortune della psicoanalisi, che, soprattutto all’inizio della guerra, nei paesi anglofoni furono molto negative in quanto veniva considerata una teoria “germanica” (si badi bene, l’ostracismo non dipendeva dal fatto che fosse una teoria “ebrea”), ma, col tempo, in alcuni contesti della medicina e della psicologia di quei paesi divennero positive a causa dell’evidenza che molti pazienti affetti da nevrosi di guerra miglioravano o guarivano se trattati con una psicoterapia a orientamento psicoanalitico.
A proposito del rapporto tra la psicoanalisi e la guerra, vorrei anche ricordare che, fin dall’inizio della sua avventura intellettuale, Freud si era sentito in guerra con il mondo medico e scientifico del suo tempo. Espressioni, immagini e scenari, che caratterizzarono molte fasi della vicenda freudiana rimandano all’idea di una continua guerra in difesa della “causa”. E non fu solo una guerra difensiva, fu anche una guerra d’attacco se pensiamo a ciò che Freud disse a Jung durante il viaggio per gli Stati Uniti del 1909: «… non sanno [gli americani, ovviamente] che portiamo la peste ...». Anche la decisione risalente al 1912 di formare un Comitato segreto, costituito dai più fedeli seguaci di Freud per difendere la “causa”, rimanda alla metafora bellica. E si potrebbero fare molti altri esempi di questo genere. Nella sua personale guerra scientifica Freud aveva nemici dappertutto, sia nella sua città, Vienna, sia nei paesi di lingua tedesca (Impero Austro-Ungarico e Germania) che nei paesi di lingua inglese (Gran Bretagna e Stati Uniti). Quando nel 1914 scoppiò la vera guerra, che vide tra i principali avversari contrapposti i paesi di lingua tedesca e i paesi di lingua inglese, Freud e la cerchia dei suoi allievi più fedeli si trovarono a dover prendere una posizione chiara: i veri nemici erano, ovviamente, coloro che non parlavano tedesco a prescindere dalla loro maggiore o minore adesione alla dottrina psicoanalitica. Unica eccezione a questo quadro schematico fu la posizione di Ernest Jones, che, pur essendo cittadino britannico, non venne mai considerato né da Freud né dai suoi “paladini” come un nemico.
Riprendiamo, ora, il discorso sulle nevrosi di guerra. Per nevrosi di guerra si intesero quei quadri clinici, caratterizzati principalmente da sintomi quali stanchezza, tremore, confusione, incubi e disturbi della vista e dell’udito, che si presentarono fin dai primi mesi di guerra soprattutto nei soldati e negli ufficiali, che combattevano la guerra di posizione e di trincea al fronte. Nel maggio 1915 William A. Turner, epilettologo londinese di chiara fama, incaricato dal Ministero della Guerra della Gran Bretagna di indagare su questo “nuovo disturbo”, descrisse lo shell shock nel modo seguente: «… tipo di “esaurimento nervoso” passeggero che non giustifica il nome di nevrastenia, che sembrerebbe essere caratteristico di questa guerra … attribuito ad una causa improvvisa o spaventosa quale essere testimoni di una visione orribile o di una esperienza opprimente … il paziente diventa “nervoso”, ingiustificatamente emotivo e malsicuro, e – fatto più tipico di tutto – il suo sonno è disturbato da brutti sogni … di esperienze avute. Anche le ore di veglia possono essere tormentate dal ricordo di questi eventi. Le probabilità di guarire sono buone, soprattutto se il paziente è rimandato a casa per un periodo di completo riposo» (Turner, 1915). All’inizio del 1915 fu lo psicologo medico inglese Charles S. Myers (1873-1946), consulente della British Expeditionary Force in Francia, a descrivere per primo questi casi sulla rivista medica The Lancet suggerendo il termine di shell shock (Myers, 1915, 1916a, 1916b).
Nel 1917 un altro inglese, M. David Eder (1865-1936), che nel 1913 era stato uno dei fondatori della Società Psicoanalitica di Londra, pubblicò il libro War-Shock: the Psycho-Neuroses in War. Psychology and Treatment (Shock da guerra: le psiconevrosi di guerra. Psicologia e trattamento), nel quale presentò i primi cento casi di psiconevrosi, giunti alla sua osservazione nel War Hospital di Malta, con il duplice scopo di fornire una comprensione psicologica dei loro sintomi e di mostrare «che i soldati affetti da shock da guerra rispondevano particolarmente bene al trattamento psicoterapeutico» (Eder, 1917). Il termine war-shock sarà, in seguito, preferito a quello di shell shock perché quest’ultimo rimandava riduttivamente a un solo specifico agente eziologico. Nel 1918 il canadese John T. MacCurdy (1886-1947), che aveva visitato molti ospedali militari britannici, tra i quali il Maghull presso Liverpool e il Craiglockhart presso Edimburgo, pubblicò il libro War Neuroses (Nevrosi di guerra) con la prefazione di un altro psicologo medico inglese, William H.R. Rivers (1864-1922), che nel febbraio dello stesso anno aveva a sua volta pubblicato su The Lancet un articolo intitolato The Repression of War Experience (La rimozione dell’esperienza della guerra), basato sulla sua esperienza con i militari shellshocked nell’Ospedale militare Craiglockhart (Rivers, 1918). Tutti questi contributi supportavano e confermavano l’ipotesi della natura funzionale, psicogena dei casi affetti da nevrosi di guerra (lo shell shock di Myers o lo war shock di Eder) e facevano riferimento alla teoria freudiana dell’inconscio e della rimozione. A questo proposito, vorrei riportare due brani particolarmente significativi della lezione tenuta da Rivers al Pathological Club di Edimburgo nel marzo 1917, quando ancora lavorava nel Craiglockhart (Rivers, 1917). Nel primo brano vennero esposte le conseguenze della guerra sulla psicoanalisi: «É stato un evento carico di destino questo che ha sottoposto la teoria freudiana dell’inconscio e il metodo della psicoanalisi a tanta prova, così da farne oggetto di discussioni estremamente accese; e che la guerra abbia provocato un’enorme quantità di paralisi, di contrazioni muscolari, di fobie, di ossessioni, pertinenti proprio alle terapie psicoanalitiche. Insomma il destino ha voluto che oggi la teoria freudiana dell’inconscio venisse messa alla prova dall’incalzare degli eventi a un livello che non ha precedenti quanto a malattie mentali e a disturbi nervosi delle stesse funzioni organiche» (Rivers, 1917, in Clark, 1980, p. 399). Nel secondo brano, conclusivo dell’articolo, Rivers si dichiarò d’accordo con chi riteneva che i disturbi mentali, non solo quelli legati ai traumi bellici, si dovessero attribuire «sia all’esperienza individuale del paziente sia al patrimonio ancestrale che definiamo ereditario. Qualsiasi terapeuta vuol conoscere anche quanto – sia nel campo della tradizione ereditaria sia nel campo dell’esperienza privata – non è giunto alla coscienza del paziente e quindi non può esser appreso con gli strumenti abituali con i quali si ricostruiva la storia del paziente e l’anamnesi delle sue malattie. Il grande merito di Freud è di averci dato una teoria dei meccanismi attraverso i quali queste esperienze che non accedono prontamente e direttamente nella coscienza producono i loro effetti, e poi di averci, egli con i suoi collaboratori, proposto dei metodi clinici con i quali queste cause celate di malattia possono essere svelate. Al medico, che non si accontenta di percorrere le vecchie strade quando deve affrontare le più gravi afflizioni che possono tormentare gli uomini, Freud ha offerto uno schema di lavoro sia a livello di diagnosi sia a livello di terapia per aiutare i suoi sforzi nello scoprire le cause dei disordini mentali e trovare i mezzi per guarirli» (ibid.). Con queste affermazioni Rivers dimostrò grande coraggio intellettuale e grande fiducia in sé, in un paese nel quale in quegli anni di guerra l’opposizione alla pericolosa dottrina centroeuropea era rafforzata da una netta xenofobia. Va, tuttavia, anche sottolineato che in quello stesso articolo Rivers affermò che Freud aveva sbagliato nel dare la massima importanza alle origini sessuali dei problemi psichici, perché la sua esperienza gli aveva mostrato che nelle nevrosi di guerra ciò non era vero. Nel 1919, a guerra ormai finita, venne pubblicato a Vienna Zur Psychoanalyse der Kriegsneurosen (Psicoanalisi delle nevrosi di guerra), il primo libro edito dalla neonata Internationaler Psychoanalytischer Verlag. In questo libro, che, a ragione, si può dire conteneva la summa del pensiero psicoanalitico di quegli anni sulle nevrosi di guerra, vennero riportati i testi delle relazioni di Ernst Simmel, Karl Abraham e Sandor Ferenczi, presentate al Congresso svoltosi a Budapest alla fine di settembre dell’anno precedente, cioè poco più di un mese prima della fine delle ostilità. In quelle relazioni le diverse tematiche attinenti alle nevrosi e alle psicosi di guerra furono affrontate alla luce della teoria freudiana della libido. Il libro era completato da una introduzione di Freud e da un capitolo di Jones (Ferenczi et al., 1919). Il capitolo di Jones era la traduzione della relazione War Shock and Freud’s theory of neuroses (Lo shock di guerra e la teoria di Freud delle nevrosi), letta di fronte alla Royal Society of Medicine di Londra il 9 aprile 1918. L’aggiunta del contributo di Jones venne decisa personalmente da Freud, come risulta chiaramente dalla sua lettera del 18 febbraio 1919 allo stesso Jones: «… il saggio sui traumi di guerra è stato inviato al traduttore, come preziosa aggiunta alla Discussion über Kriegsneurosen, che uscirà come prima pubblicazione della nuova Inter. Ψα Verlag. Mi sono assunto la responsabilità di decidere in questo modo poiché non abbiamo tempo per aspettare il ritorno delle lettere» (Paskauskas, 1993, p. 423). Da parte mia sono propenso a credere che con quella decisione Freud intendesse confermare, anche simbolicamente, il ruolo di leader nel campo editoriale psicoanalitico assegnato a Jones, considerato anche che proprio in quei mesi lo stesso Jones gli aveva comunicato l’intenzione di fondare un giornale di psicoanalisi in lingua inglese, progetto, che incontrò subito l’approvazione e il plauso del maestro viennese. Può anche darsi che Freud avesse pensato al capitolo di Jones come a una sorta di ponte tra la lingua tedesca e la lingua inglese, che, come egli giustamente prevedeva, sarebbe stata la lingua della psicoanalisi del futuro. Per l’appunto, due anni dopo, il libro venne pubblicato tradotto in inglese dalla International Psycho-Analytical Press di Londra con il titolo Psycho-Analysis and the War Neuroses. Ad ogni modo, ciò che oggi vorrei mettere in evidenza è soprattutto il fatto che nei contributi degli analisti di lingua tedesca e nell’introduzione di Freud non si ritrova nemmeno una citazione dei numerosi lavori sulle nevrosi di guerra pubblicati in precedenza in inglese. Ora, siccome non è pensabile che tutti questi studiosi non conoscessero quello che era stato pubblicato in precedenza dagli autori anglofoni sulla psicopatologia dei militari al fronte, nonostante contenessero numerosi riferimenti alla teoria freudiana, sembrerebbe che tale omissione sia stata il frutto di una scelta intenzionale, un sorta di atto ostile contro il nemico britannico. Come a dire che lo stato di guerra aveva portato come conseguenza anche il fatto che, per amor di patria, gli psicoanalisti di cultura e di lingua tedesca avevano censurato, omettendoli totalmente, i contributi scientifici degli odiati nemici. La mia idea di partenza nello scrivere queste note era quella di mettere a confronto la posizione “ortodossa” degli psicoanalisti continentali riguardo le nevrosi di guerra – alla quale ho solo accennato per cui rimando al libro di Rita Corsa per un resoconto più dettagliato (Corsa, 2013) – con quella degli autori di lingua inglese, avendo avuto, in un primo tempo, l’impressione che quest’ultima fosse sostanzialmente omogenea. In realtà le cose stavano in un modo molto diverso. Myers, Eder, Rivers, MacCurdy e molti altri che andrebbero menzionati ebbero idee differenti tra loro, pur facendo tutti riferimento alla dottrina di Freud nell’approccio psicoterapeutico, di ascolto e di comprensione psicodinamica, alle nevrosi di guerra. Tra costoro William Rivers fu forse colui che influenzò maggiormente l’opinione dei medici britannici in favore della teoria e della pratica psicoanalitiche. Rivers fu un freudiano sui generis, ma dobbiamo considerarlo sicuramente freudiano se nel 1919 Jones lo volle come membro associato della neonata British Psychoanalytic Association. Nella sua analisi delle nevrosi di guerra Rivers criticò Freud principalmente riguardo due punti: l’interpretazione del sogno come appagamento di un desiderio e, soprattutto, la centralità del fattore sesso nella genesi delle nevrosi. Fu proprio l’affermazione di Rivers che alla base delle nevrosi di guerra non era riscontrabile nessun conflitto di natura sessuale a rendere la psicoanalisi più accetta al mondo anglosassone, ancora intriso dei pregiudizi dell’era vittoriana. Non dobbiamo dimenticarci, a questo proposito, che nell’establishment psichiatrico britannico di allora, sia a livello accademico che ospedaliero (degli asylums), la psicoanalisi era fortemente osteggiata e, financo, dileggiata. Solo a titolo di esempio, vorrei riferire un episodio. Nel 1920, in una riunione della Medico-Psychological Society, Sir Robert Armstrong-Jones (1857-1943), che aveva assunto il ruolo, che era stato di Charles A. Mercier (1851-1919), di più agguerrito avversario della psicoanalisi, dichiarò: «Oggi il freudismo è morto in Inghilterra» e aggiunse «la psicoanalisi probabilmente era applicabile al popolo che viveva entro le frontiere dell’Austria e della Germania, ma non a un popolo virile, sportivo, amante dell’aria aperta come quello britannico», mostrando che nei circoli psichiatrici lo spirito di patria era ancora molto vivo (Stone, 1985). Avviandomi alla conclusione di queste note, vorrei fare un rapido accenno al Disturbo da stress post-traumatico (PTSD), la categoria diagnostica le cui caratteristiche sono state oggetto di parziale revisione nel DSM-5 (APA, 2013). La diagnosi di PTSD, pur essendo considerata “erede” delle diverse diagnosi psichiatriche che, a partire da quasi cento anni fa, furono proposte per indicare il multiforme gruppo di disturbi correlati ai traumi bellici, negli ultimi decenni è utilizzata per indicare i quadri clinici, la cui causa è attribuibile a eventi traumatici anche di natura non bellica. Nella nostra epoca i disturbi psichici legati a eventi traumatici esterni hanno assunto una rilevanza sempre maggiore anche a causa del verificarsi, con puntuale e terribile periodicità, di catastrofi naturali, di conflitti bellici in molte parti del mondo e di violenze familiari e sociali. Per questo motivo il PTSD è stato oggetto di un grandissimo numero di studi e indagini sperimentali riguardanti le sue basi neurobiologiche, gli strumenti diagnostici, i disturbi psichiatrici concomitanti e i trattamenti sia psicologici che farmacologici. Il PTSD è diventato una categoria diagnostica “complessa”, strettamente correlata alle veloci trasformazioni sociali e politiche del nostro tempo, mentre la diagnosi di nevrosi di guerra ha mantenuto soltanto un valore storico. Infine, vorrei fare un accenno a Edoardo Weiss (1889-1970), il riconosciuto fondatore della psicoanalisi italiana, al quale è dedicato il libro di Rita Corsa. Edoardo Weiss combatté la Prima Guerra Mondiale come ufficiale medico nell’esercito austro-ungarico, ma, malgrado fosse uno psichiatra attento e preciso, non scrisse niente sulle nevrosi e sulle psicosi di guerra. Possiamo fare la fantasia che Weiss, come psicoanalista, non fosse convinto dell’interpretazione di quei drammatici quadri morbosi alla luce della teoria freudiana della libido allora disponibile? E che, quindi, come giovanissimo seguace del grande viennese, non ritenesse opportuno assumere ufficialmente una posizione non ortodossa? D’altra parte anche il suo maestro, Paul Federn (1871-1950), rese pubblici i punti di notevole divergenza da Freud solo dopo la sua morte. Vorrei concludere queste note, preliminari e quindi incomplete, con una breve considerazione, che per me vale anche come progetto di un ulteriore approfondimento di una fase cruciale della storia della psicoanalisi: la Grande Guerra non solo portò, attraverso lutti, devastazioni e tragedie di ogni tipo, le nazioni del mondo a un nuovo ordine, anche se precario, ma rappresentò anche un fattore di grande rilevanza sia nell’evoluzione della teoria e della pratica della psicoanalisi freudiana che nello sviluppo della sua politica.

BIBLIOGRAFIA AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION (2013), Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.), Washington, DC. BLUM H.P. (1998), Freud and Jung: the Internationalization of Psychoanalysis, Psychoanalysis and History, 1, 44-55. CLARK R.W. (1980), Freud, the Man and the Cause, Jonathan Cape, London, ed. it. Freud (traduzione di Ettore Mazzali), Rizzoli, Milano 1983. CORSA R. (2013), Edoardo Weiss a Trieste con Freud. Alle origini della psicoanalisi italiana, Alpes Italia Srl, Roma. EDER M.D. (1917), War-Shock: The Psycho-neuroses in War. Psychology and Treatment, W. Heinemann, London. FERENCZI S., ABRAHAM K., SIMMEL E., JONES E. (1919), Zur Psychoanalyse der Kriegsneurosen, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig und Wien, ed. ingl. Psycho-Analysis and the War Neuroses, International Psycho-Analytical Press, London 1921. MAC CURDY J.T. (1918), War Neuroses, Cambridge University Press, Cambridge, MA. MYERS C.S. (1915), Contributions to the study of shell shock, I, The Lancet, Feb 13th, 316. MYERS C.S. (1916a), Contributions to the study of shell shock, II, The Lancet, Jan 8th, 68. MYERS C.S. (1916b), Contributions to the study of shell shock, III, The Lancet, Mar 18th, 608. PASKAUSKAS R.A., ed. (1993), The Complete Correspondence of Sigmund Freud and Ernest Jones, Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, MA., ed. it. Sigmund Freud e Ernest Jones. Corrispondenza 1908-1939 (traduzione di Caterina Ranchetti), Bollati Boringhieri, Torino 2001. RIVERS W.H.R. (1917), Freud's Psychology of the Unconscious. Paper read at the Edinburgh Pathological Club, 7 Mar. 1917, The Lancet, XCV, 912-914. RIVERS W.H.R. (1918), An Address on the Repression of War Experience, The Lancet, Feb 2nd, 173-177. STONE M. (1985), Shellshock and the psychologists, in W.F. BYNUM, R. PORTER e M. SHEPHERD (eds.), The Anatomy of Madness. Essays in the History of Psychiatry, Vol. II, Tavistock Publications, London and New York. TURNER W.A. (1915), Remarks on cases of nervous and mental shock, British Medical Journal, I, 833-835. ZARETSKY E. (2004), Secrets of the Soul. A Social and Cultural History of Psychoanalysis, Alfred A. Knopf, New York, ed. it. I misteri dell’anima. Una storia sociale culturale della psicoanalisi (traduzione di Adriana Bottini), Feltrinelli, Milano 2006.

Testo in parte modificato della conferenza tenuta a Pisa il 19 settembre 2014

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