Giuseppe Zanda

Medico psichiatra psicoterapeuta

Dr. Giuseppe Zanda, psichiatra psicoterapeuta. Via Consani 80, Lucca.

Sito web che raccoglie pubblicazioni e interventi svolti negli ultimi anni. Gli articoli sono a carattere scientifico e divulgativo.

Revisione del 20.02.2014

DAVID EDER, UOMO BUONO, FORTE E GENEROSO, PROTAGONISTA DELLA NASCITA E DELLO SVILUPPO DELLA PSICOANALISI IN GRAN BRETAGNA

GIUSEPPE ZANDA


INTRODUZIONE

M.D. Eder era uno di quegli uomini che si distinguevano per la rara combinazione di un assoluto amore per la verità e di un impavido coraggio, assieme alla tolleranza e a una grande capacità di amare. Credo che furono queste qualità a suscitare in lui l’interesse per la psico-analisi nascente, così che fu il primo e per un certo periodo l’unico medico a praticare questa nuova terapia in Inghilterra. Quando lo conobbi, fui orgoglioso di annoverarlo tra i miei allievi.
S. FREUD in HOBMAN, 1945.


Le nuove idee della nascente psicoanalisi, che, alle soglie del ventesimo secolo, si dovettero confrontare nei paesi dell’Impero Austro-Ungarico con la mentalità conservatrice, puritana e ipocrita del tempo, in Gran Bretagna ebbero un’accoglienza analoga da parte della stragrande maggioranza dei rappresentanti dell’età vittoriana.  
Tuttavia, «la psicoanalisi arrivò nella cultura britannica in un momento di particolare fermento, le cui caratteristiche determinarono notevolmente i punti che ne favorirono l’accesso. La rivoluzione industriale era arrivata prima in Gran Bretagna, ma, a partire dagli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, il lungo primato che la Gran Bretagna aveva stabilito nell’attività industriale aveva cominciato ad essere intaccato specialmente dalla Germania e dall’America  (Hobsbawm, 1968). L’applicazione della scienza aveva portato all’attesa fiduciosa e all’ineluttabilità del progresso. Alla fine del secolo la sicurezza e la fiducia in se stessi dei vittoriani, sedotti dal proprio successo, stavano iniziando ad incrinarsi così come stavano diventando sempre più insicuri molti dei presupposti consolidati da tempo, che erano alla base della cultura europea (Hughes, 1967). Quando intervenne la Grande Guerra gli edoardiani, ai quali era stato in qualche modo affidato il compito di rifare la società britannica, stavano ancora sforzandosi in tal senso (Shannon, 1974; Thompson, 1975). Lo status sociale delle donne era cominciato a cambiare; gli atteggiamenti nei confronti della sessualità e della famiglia vennero improvvisamente messi apertamente in discussione; si costituirono le professioni; le arti furono attraversate da stati di inquietudine. Lo sfruttamento delle classi più povere (Thompson, 1963) era stato regolamentato da misure politiche ideate per alleviare la povertà, la malnutrizione, l’analfabetismo e la mancanza di diritti mediante leggi, che abolivano la schiavitù e prendevano in considerazione i diritti dei poveri, le condizioni nelle fabbriche, il ruolo dei sindacati che si stavano sviluppando e l’istruzione universale. All’estero, le rivoluzioni politiche – in particolare in Russia e in Germania – stavano ricominciando a scatenarsi dopo essere state contenute per un secolo» (Hinshelwood, 1995).  
Questo fu, a grandi linee, il contesto storico nel quale nacque e crebbe Montague David Eder, pioniere della psicoanalisi inglese, la cui figura attirò la mia attenzione per la prima volta leggendo l’autobiografia di Ernest Jones.  
Quale fu, invece, in Gran Bretagna il contesto psicoanalitico, nel quale si sviluppò l’interesse di Eder per la “nuova psicologia” di Freud? Il seguente brano di Edward Glover ne fornisce una sintetica descrizione: «La situazione a Londra era diversa da quella della Vienna di Freud; mentre Freud aveva lavorato per quasi dieci anni da solo e senza alcun supporto, per alcuni anni prima della formazione della London Psycho-Analytical Society (Società Psicoanalitica di Londra) nel 1913 un piccolo gruppo di psichiatri e psicologi britannici aveva manifestato un crescente interesse nella “nuova psicologia”, come [la psicoanalisi] talvolta veniva chiamata. É difficile dire se David Eder, David Forsyth o Bernard Hart ebbero una significativa influenza a sostegno della teoria freudiana nel periodo in cui Ernest Jones era in Canada (settembre 1908 - settembre 1913). Eder fu il più entusiasta ed  instancabile dei tre (nel 1911 lesse la prima comunicazione sulla psicoanalisi durante la riunione annuale della Associazione Medica Britannica a Edinburgo). Bernard Hart possedeva la mente più acuta; nonostante una certa quota di innata cautela, fece più degli altri per introdurre la psicoanalisi nell’ambiente universitario. Forsyth sostenne il peso maggiore tra gli specialisti di Harley Street e di Wimpole Street. In Inghilterra la psichiatria non ha mai avuto un ruolo attivo nello sviluppo della psicoanalisi come lo ha negli Stati Uniti. Invece, in Inghilterra è stata di gran lunga maggiore l’influenza dei gruppi culturali; dai primi anni Venti furono pochi gli studenti di Cambridge, che presumevano di essere aggiornati, che non dichiarassero il loro interesse per la psicologia freudiana.
La storia del primo gruppo londinese fu particolarmente breve e senza gloria e fornisce una chiara dimostrazione delle forze ambivalenti attivate dalla nuova scienza. Scrivendo della deludente impressione, che aveva subito avuto della qualità del primo gruppo viennese, Ernest Jones sottolineò che, in un periodo di opposizione alla psicoanalisi come era quello di allora, Freud aveva dovuto accettare come membri più o meno tutti quelli che riusciva ad arruolare. La stessa cosa si potrebbe dire degli inizi della Società di Londra. Il gruppo originale consisteva di nove membri, dei quali solo quattro – Jones, Eder, Bryan e Forsyth – praticavano l’analisi. Bernard Hart, un altro dei primi membri, si limitò alla pratica psichiatrica. Due membri vivevano in India, uno in Irlanda, uno in Canada e uno in Siria, portando il totale a quattordici.  
Jones ebbe subito motivo di pentirsi della precipitosa formazione della Società di Londra. Nell’autobiografia parlò delle gelosie che indebolirono il gruppo e in particolare dell’abitudine del segretario Eder di presentare membri, che, dubitando della validità della teoria freudiana, divennero ardenti junghiani. Tra questi vi furono Constance Long e Maurice Nicoll. Dopo un anno o due lo stesso Eder cominciò a manifestare apertamente simpatie junghiane. (Fu solo nel 1920 che Eder, insoddisfatto della teoria junghiana e a seguito di un’analisi con Ferenczi, recuperò la sua fedeltà a Freud.) In breve, la società divenne un focolaio di dissensi e dopo i primi due anni gli incontri furono sospesi – ad ogni modo, la maggior parte dei membri erano sotto le armi per la guerra.
Nel febbraio del 1919 Jones fece il passo successivo. Su suo invito si incontrarono nella sua casa di Great Portland Street 69 i dottori Bryan, Henry Devine, Forsyth, Stanford Read, W.H.B. Stoddart, il signor Eric Hiller e Barbara Low. Essi decisero di chiudere la London Psycho-Analytical Society e di formare al suo posto la British Psycho-Analytical Society (Società Psicoanalitica Britannica), che si sarebbe dovuta affiliare all’International Psycho-Analytical Association (Associazione Psicoanalitica Internazionale). Ernest Jones fu eletto presidente, Bryan segretario e Stoddart tesoriere. Come misura cautelativa si decise di limitare il numero di membri. Da principio l’elenco dei membri includeva i presenti al primo incontro più il Professor J.C. Flugel. A questa lista furono presto aggiunti, tra gli altri, il dottor O. Berkeley-Hill, Cyril Burt (ora Sir Cyril Burt), il dottor R.M. Ringall e Joan Riviere. Il gruppo dei membri associati includeva i dottori W.A. Brend e Bernard Hart, il Professor Percy Nunn, il dottor T.W. Mitchell e il dottor W.H.R. Rivers. A partire da metà dell’estate furono tenuti regolari incontri nei quali vennero discussi vari argomenti psicoanalitici di scarso rilievo.
Il periodo della formazione della Società durò sino alla fine del 1922. Tra i membri, ordinari o associati, di questo periodo vi furono i dottori Maurice Wright, Millais Culpin, John Rickman, James Glover, Miss Ella Sharpe, Mrs. Susan Isaacs, il dottor Edward Glover, la dottoressa Sylvia Payne e James e Alix Strachey. Alla fine del 1922 la società consisteva di diciassette membri e di trenta associati; la frequenza media crebbe da dieci presenze nel primo anno a diciassette nel 1922» (Glover, 1966, pp. 535-537).
Tornando al mio incontro con Eder, dall’autobiografia di Jones appresi che questi grazie a Eder nel 1906 aveva conosciuto Loë Kann, la giovane olandese con cui l’esuberante gallese  condivise molti anni della sua vita a Londra e a Toronto prima di ritornare, definitivamente, nella capitale inglese nel 1913 e diventare, con pervicace abilità, il leader indiscusso della psicoanalisi inglese e internazionale (Zanda, 2013). Appresi anche che Eder aveva fatto da testimone di nozze a Jones quando questi, nel 1917, si sposò con la sfortunata Morfydd Owen, che morì l’anno  successivo in circostanze tragiche. Ma ciò che mi colpì maggiormente qualche tempo dopo fu leggere – questa volta non nell’autobiografia di Jones! – che Eder era stato giudicato da Freud come «il primo e per un certo periodo l’unico medico a praticare questa nuova terapia [la psicoanalisi] in Inghilterra» (Hobman, 1945, p. 9).
Non mi sorprese, invece, il fatto che Jones aveva reagito rabbiosamente a quest’ultima inequivocabile affermazione di Freud, pubblicata nel 1945 a distanza di sei anni dalla sua morte. Jones, per chiarire come erano andate le cose, scrisse prontamente un breve articolo per l’International Journal of Psycho-Analysis, nel quale riportò sinteticamente i tempi e i modi in cui la psicoanalisi era penetrata nei paesi anglofoni (Gran Bretagna e Stati Uniti) con la chiara finalità di dimostrare che i meriti della priorità erano tutti suoi (Jones, 1945).
Chi era, dunque, David Eder, annoverato quasi di sfuggita negli scritti di storia della psicoanalisi tra i primi protagonisti della psicoanalisi inglese?  
La curiosità di conoscere meglio questo pioniere della psicoanalisi, che era stato considerato tanto importante da Freud quanto poco importante dalla storiografia psicoanalitica, e l’interesse per il contesto sociale, culturale e psicoanalitico in cui era vissuto hanno costituito per me lo stimolo e la principale motivazione a scrivere questo lavoro.


STUDENTE A LONDRA, MEDICO IN SUDAFRICA E IN SUDAMERICA (1865-1905)

Non ho affatto intenzione di fare il medico in Inghilterra; se potessi fare un’altra cosa, di certo abbandonerei la medicina.
D. EDER (lettera dell’11 luglio 1897 a Israel Zangwill)


Dalla nascita alla laurea in medicina

Montague David Eder nacque a Londra il 12 agosto 1865 da una famiglia borghese benestante di ebrei assimilati, primo dei tre figli del commerciante di diamanti David Martin Eder e della sua seconda moglie, Esther Solomon. Nonostante la madre avesse una personalità piuttosto autoritaria, Eder trascorse una giovinezza felice senza particolari restrizioni né di tipo religioso né di tipo genitoriale. Una delle due sorellastre, frutto di un precedente matrimonio del padre, descrisse David «come “un ragazzo timido, impulsivo, cordiale con un grande senso dell’umorismo che lo aveva aiutato nei momenti più bui” e come un allegro compagno nelle passeggiate giovanili al Regent Park» (Hobman, 1945, p. 33). Dopo aver frequentato i primi anni scolastici privatamente a Londra, Eder frequentò le scuole superiori in Belgio e in Germania e i corsi universitari all’University College di Londra.
Grazie all’eredità paterna – il padre morì quando Eder aveva ventuno anni, mentre la madre era morta qualche anno prima – Eder potè scegliere di non proseguire l’attività commerciale di famiglia e si iscrisse a medicina.   
Però, più che agli studi universitari Eder era interessato alla vita sociale, culturale e politica e solo nel 1895, all’età di trent’anni, riuscì a superare l’esame di laurea dopo quattro tentativi. Qualche anno prima, nel 1891, aveva ottenuto un diploma in psicologia (Mannin, 1931, p. 221; Hobman, 1945, p. 41). Durante gli studi di medicina, Eder venne particolarmente colpito dalla lettura dell’articolo Psychology, scritto da James Ward per la IX edizione (1875) dell’Encyclopaedia Britannica (Hobman, 1945, p. 43).    
Per un certo periodo durante l’università Eder condivise a Bloomsbury una camera in affitto con il cugino Israel Zangwill, del quale restò amico per tutta la vita. Ai due si unì, a formare un formidabile e gaudente trio di amici, Joseph Cowen, che, in seguito, sposò Dora, la sorella di Eder. La vita a Bloomsbury offrì al giovane Eder anche l’opportunità di entrare nel mondo letterario, che gravitava intorno a quel quartiere.
Da studente universitario Eder si impegnò molto in politica come attivista radicale e socialista. L’episodio più grave nel quale venne coinvolto fu la famosa Bloody Sunday Riot (sommossa della domenica di sangue). La dimostrazione, che si svolse il 13 novembre 1887 in Trafalgar Square, era stata organizzata dalla Social Democratic Federation (Federazione Democratica Sociale) e dalla Irish National League (Lega Nazionale Irlandese) contro la disoccupazione, contro l’applicazione del Coercion Act in Irlanda e in favore della liberazione del  giornalista William O’Brien. Tra la polizia e i dimostranti vi furono violenti scontri con molti feriti e numerosi arresti. Nel corso della dimostrazione Eder subì una ferita alla testa, di cui per tutta la vita mostrò con orgoglio la cicatrice. Nel 1889 divenne Segretario della Bloomsbury Socialist Society (Società Socialista di Bloomsbury), ramo della Socialist League (Lega Socialista) di William Morris. In quegli anni si iscrisse anche alla Fabian Society (Fabianesimo), movimento politico fondato poco tempo prima della Lega Socialista.  
Ma ciò che più di tutto in quegli anni lo influenzò profondamente fu la lettura del saggio An Appeal to the Young (Ai giovani) di Kropotkin, comparso per la prima volta in un giornale francese nel 1880 e conosciuto in Inghilterra nella traduzione di H.M. Hyndman. L’appello di Kropotkin era rivolto in particolare agli studenti di medicina, che stavano per iniziare  la carriera: «Non basta – scriveva Kropotkin – curare le malattie. Dobbiamo prevenirle. […] Gettate le medicine ai cani. L’aria, una buona dieta e un lavoro meno usurante – da lì si deve cominciare. Senza di questo l’intera professione non è altro che imbroglio e falsità. […] Proprio quel giorno capirete il Socialismo. […] Voi avete il cuore pieno di entusiasmo, per questo vi parlo» (Hobman, 1945, p. 40).
È stato sottolineato che «Il cuore di Eder era il terreno più adatto a questa missione sociale della medicina, e in lui non si separarono mai le sue due finalità, la propaganda socialista e il lavoro come servizio» (ibid., p. 40).  Influenzato dalle idee di Kropotkin, Eder aderì alla concezione di un socialismo formato dalla «trinità benedetta: collettivismo per la nazione,  comunismo per la casa e anarchia per l’individuo» (ibid., p. 41).    
Il 3 novembre 1894, mentre era ancora alle prese con l’esame di laurea, Eder si sposò con Florence Mary Murray. Come già ricordato, Eder si laureò in medicina  l’anno successivo.
Sulle ragioni delle ripetute bocciature di Eder all’esame di laurea, che di regola costituisce –  e, per quanto si può immaginare, costituiva anche allora – poco più di una semplice formalità, è possibile azzardare solo qualche congettura. Tuttavia è ragionevole ipotizzare che Eder avesse aderito in modo talmente convinto alle critiche di Kropotkin alla pratica medica del suo tempo da non riuscire, a causa del suo temperamento schietto e coerente, a mascherare il suo pensiero nemmeno di fronte alle commissioni d’esame. La piena adesione di Eder al pensiero dell’anarchico principe russo potrebbe aver costituito anche una delle motivazioni alla base delle sue scelte successive che, come si vedrà più avanti, lo portarono a lavorare come medico in situazioni, nelle quali, secondo il suo modo di vedere, la medicina “ufficiale” non aveva senso.
 

Medico in Sudafrica e in Sudamerica

Una volta sposato e laureato, nel 1896 Eder decise di andare a lavorare lontano dalla Gran Bretagna e, accompagnato dalla moglie Florence, si imbarcò per il Sudafrica, destinazione Johannesburg, a quel tempo nel pieno boom delle miniere d’oro. Questa decisione venne probabilmente influenzata anche da alcuni fatti spiacevoli accadutigli alla fine del 1895. L’ex marito di Florence era stato accusato di frode nei confronti di una società di assicurazione, alla quale aveva chiesto un risarcimento eccessivo per uno yacht, che aveva deliberatamente distrutto. Eder fu accusato non solo di complicità in quel reato, ma anche di frode per questioni riguardanti l’appartamento che condivideva con la moglie. Le accuse non furono provate, ma per molti giorni la vita privata di Eder fu messa in piazza dalla stampa (Thomson, 2011).
L’avventura sudafricana durò più di un anno, sino alla fine del 1897. Nelle lettere al cugino Israel Zangwill Eder parlò di sé come di un uomo deluso dai suoi ideali politici giovanili e dalla medicina, buona solo a fargli fare soldi. «Eccomi – scrisse una volta Eder – nella città che fa diventare più ricchi di tutto il mondo. […] Si trovano tutte le razze che conosciamo: neri, cinesi, giapponesi, malesi ed ebrei – soprattutto ebrei. Finora qui le cose mi vanno bene. Riesco a mantenermi, ed è un fatto molto positivo dal momento che mi trovo in un posto sconosciuto e all’inizio di quello che è il più dannato di tutti i commerci, di tutte le professioni e di tutte le occupazioni. […] Qui tutto è tremendamente caro, compreso il mio onorario» (Hobman, 1945, p. 43).
É interessante notare che nelle loro lettere Eder e Zangwill mostrarono stati d’animo del tutto diversi: da una parte Eder, disilluso, cinico, disgustato dalla medicina e desideroso di tornare in Inghilterra a fare il signore – «lauti pasti, donne prosperose, teatro, gite a Brighton, grandi dormite e mezze corone ai mendicanti» (ibid., p. 44) –, dall’altra Zangwill, spiritoso, brillante ed entusiasta sostenitore della nascente causa sionista, con il sogno che gli ebrei ricchi avrebbero acquistato in qualche parte del mondo un territorio dove si potesse stabilire la nazione del popolo ebraico.    
Nella città del Gold Reef City Eder esercitò per la prima e unica volta la professione medica secondo i principi approvati dalla società borghese e aristocratica del suo tempo, in base ai quali fare il medico significava guadagnare molto e utilizzare sistemi diagnostici e strumenti terapeutici scarsamente efficaci. Quello era il tempo in cui a Vienna, il più prestigioso centro della medicina accademica del diciannovesimo secolo, nella classe medica dominava, quasi incontrastato, l’atteggiamento che sarebbe diventato noto come “nichilismo terapeutico”. Alla fine Eder – superato l’impatto psicologico destabilizzante della vita a Johannesburg – uscì dall’esperienza sudafricana ancor più convinto di dover seguire l’appello kropotkiniano, dal quale era stato folgorato negli anni dell’università.    
Eder tornò a Londra alla fine del 1897 e l’anno successivo prese la decisione di trasferirsi, assieme alla moglie, dall’altra parte del mondo, in Colombia, dove uno zio possedeva vaste piantagioni di gomma e di caffè. La destinazione fu Palmira, una cittadina nella Valle del Cauca tra la Cordigliera Occidentale e la Cordigliera Centrale. Dopo aver ottenuto dall’Università di Bogotà la convalida della laurea per un certo periodo Eder esercitò la professione di medico, ma dopo non molto tempo la permanenza in quel paese perse le caratteristiche di una vita normale e divenne realmente pericolosa. Gli accadde, per esempio, che, essendosi aggregato a una spedizione sulle Ande per raggiungere una lontana proprietà della famiglia, si ammalò in modo grave e fu accolto presso una tribù di cannibali, dove venne curato, uscendone miracolosamente vivo e avendo fatto «una buona conoscenza di prima mano di quei comuni, primitivi istinti che rappresentano gli usuali strumenti della professione psicoanalitica» (ibid., p. 47).
Per di più, nell’ottobre del 1899 in Colombia esplose la guerra civile tra filogovernativi e liberali, nota come la Guerra de los mil dìas (Guerra dei mille giorni), che durò fino al 1902 e comportò la morte di centinaia di migliaia di persone, tra militari e civili. Eder scrisse a Zangwill che, oltre ad aver dovuto far fronte a difficoltà e pericoli, in molti conflitti locali era stato impegnato come medico in soccorso dei feriti.
Pur avendo in un primo tempo pensato di trattenersi in quel paese, tanto ricco di bellezze naturali, alla fine di dicembre del 1900 scrisse all’amico: «In salute sto bene, ma spiritualmente sono molto abbattuto. Di certo ce ne andremo da qui entro uno o due anni – per fare cosa non so. Penso che proverò con il giornalismo o con il commercio delle uova – la medicina è un affare da pazzi. Siamo in grado di curare una mezza dozzina di malattie – ma la gente è talmente disgustata dai nostri discorsi enfatici sui progressi della medicina e dai modesti risultati osservati che non viene nemmeno a farsi curare per le poche infermità che sappiamo affrontare» (ibid., p. 51).      
Nel 1901, dopo essere rientrato a Londra, Eder trovò lavoro per un breve periodo come medico in un villaggio del Lake District nel nord-ovest dell’Inghilterra. «La povertà, le squallide abitazioni e le condizioni sanitarie di quel luogo gli fecero una profonda e amara impressione, che mai dimenticò e sempre ricordò come la peggiore che avesse mai ricevuto» (ibid., p. 61). Dopo un certo tempo, avendo letto un annuncio sul British Medical Journal, Eder rispose all’offerta di lavoro del Governo della Bolivia, che cercava “per l’ Amazzonia” un medico con esperienza pratica delle malattie tropicali e conoscenza dello spagnolo o del portoghese. Le pratiche furono velocissime e a Eder fu offerto un contratto biennale come ufficiale medico nel Dipartimento di Acre (Alto Rio delle Amazzoni). In quel periodo Eder non se la passava bene finanziariamente e, quindi, accettò senza pensarci due volte. Il contratto prevedeva la presa in carico sanitaria del personale militare e civile di una guarnigione boliviana e la partecipazione al progetto di apertura di un nuovo ospedale.
Ma le cose si rivelarono molto diverse. Nel 1903 Eder partì per la Bolivia e, “sotto copertura” come ufficiale medico al servizio del governo boliviano nel Purús Superiore, si trovò ingenuamente coinvolto nella spedizione di una compagnia privata anglo-americana, che aveva lo scopo di “andare a caccia” di concessioni di piantagioni di gomma. Al momento dell’assunzione Eder non sapeva che nella regione dove era diretto stava iniziando un pericoloso conflitto tra le autorità boliviane e gruppi di residenti brasiliani, che si ribellavano allo sfruttamento da parte delle società straniere delle risorse naturali, fonte della loro ricchezza. Il viaggio per raggiungere Puerto Alonzo, la località dove, secondo il contratto firmato a Londra presso il Consolato boliviano, Eder avrebbe dovuto svolgere il suo lavoro, fu molto pericoloso. Inoltre Puerto Alonzo era una cittadina  strategicamente importante nella guerra tra i ribelli brasiliani e l’esercito boliviano, che difendeva gli interessi delle società anglo-americane. In quel caos Eder finì nelle mani dei brasiliani e fu messo sotto accusa in quanto sospettato di essere una spia boliviana. Per sua fortuna Eder riuscì a convincere il comandante dei ribelli della sua buona fede e, come Dio volle, arrivò a destinazione. La situazione, ovviamente, si rivelò del tutto differente da quanto gli era stato prospettato prima di partire. Altro che nuovo ospedale da costruire! Qualche tempo dopo la guarnigione boliviana si arrese e i militari e i civili, Eder compreso, vennero fatti prigionieri.
Non conosciamo i particolari di come si concluse l’avventura boliviana, fatto sta che nel 1905 Eder riuscì a fare ritorno in Inghilterra.


MEDICO SOCIALE, MEDICO SCOLASTICO, PSICOANALISTA (1905-1913)

… fino a che i popoli civilizzati non riconosceranno i pericoli cui vanno incontro pretendendo che le persone si conformino a una moralità imposta dall’alto, non costituiremo una civiltà fondata su un decente e dignitoso atteggiamento verso noi stessi.
D. EDER, 1908.


La medicina sociale e l’incontro con la psicoanalisi

Anche se sulla vita matrimoniale di David Eder e Florence Murray non disponiamo di molte informazioni vorrei fare ugualmente alcune considerazioni in proposito.
All’inizio il matrimonio tra Eder e Florence non fu certamente piatto e noioso. Florence seguì Eder nei viaggi intrapresi per cercare lavoro nel 1896 in Sudafrica e nel 1897 in Colombia. È difficile immaginare che tipo di vita Florence conducesse al seguito del marito, senza figli, senza lavoro, in paesi lontanissimi. Ogni fantasiosa supposizione è possibile. Comunque fossero andate le cose in quegli anni, dopo il rientro in Inghilterra dall’avventura colombiana nel 1901 di Florence non si hanno più tracce. Probabilmente non andò a vivere col marito quando questi si trasferì  nel Lake District per lavorare come medico in un villaggio minerario e certamente non lo accompagnò   in Bolivia nel 1903 – «Florence mi seguirà dopo», Eder scrisse a Zangwill (Hobman, 1945, p. 62).  Non sappiamo dove si trovasse quando nel 1905 Eder rientrò in Inghilterra dal secondo avventuroso viaggio in Sudamerica e, soprattutto, non sappiamo se condivise mai la sensibilità sociale, lo spirito anticonformista e la critica alla professione medica del marito.
Come vedremo, negli anni che seguirono il ritorno in Inghilterra nella vita di Eder accaddero fatti molto importanti, dai quali Florence fu esclusa. Non sorprende, quindi, che il 20 ottobre del 1909 quel matrimonio ebbe fine con il divorzio.  
Nel 1905, preso atto del bilancio fallimentare dei tentativi di andare a vivere in paesi lontani dall’Inghilterra, Eder, oramai quarantenne, ricominciò tutto da capo sul versante professionale e andò a lavorare come medico nei quartieri poveri di Londra assieme al cugino, Dr. Bernstein. Nello stesso anno decise anche di dare l’esame di idoneità per passare di grado come ufficiale medico di complemento. Per prepararsi all’esame andò privatamente a lezione da Ernest Jones e fu in quell’occasione che i due si incontrarono per la prima volta. Questo fu il modo in cui nell’autobiografia Jones ricordò l’incontro con Eder: «I capitani medici del Royal Army Medical Corps dovevano passare un esame per essere promossi maggiore. […] Mi feci un certo numero di amici tra questi candidati. Quello a cui più mi legai, M.D. Eder, è stato uno dei pochissimi che non son riuscito a far passare all’esame. Aveva un’ampia conoscenza della materia e i suoi scritti erano eccellenti, ma agli orali si faceva prendere da un atteggiamento di sfida e di ostinazione che produceva risultati disastrosi; i gradi rimasero per sempre al di là delle sue possibilità» (Jones, 1959, pp. 128-129). Nonostante il passare degli anni Eder non era cambiato, non era disposto a fare compromessi con la sua coscienza intellettuale, così, a distanza di molto tempo dalla laurea, ancora una volta subì lo scacco di essere bocciato dai rappresentanti della medicina ufficiale.    
Sul primo incontro di Eder con Jones e sulla nascita del suo interesse per la psicoanalisi disponiamo anche della seguente testimonianza: «Un vecchio contatto con Ernest Jones nel 1905 circa dette inizio a un’amicizia intima e fu in definitiva responsabile del suo primo interesse per la psicoanalisi. Ma non fu che dopo il 1909, dopo aver letto un articolo di Freud sui rapporti delle madri con i figli, che si interessò in modo intenso all’argomento. […] nel 1912 iniziò una regolare pratica analitica» (Glover, 1945, p. 89).
Nell’autobiografia Jones aggiunse alcuni interessanti particolari su Eder: «Aveva una curiosa piccola clientela a Soho tra i camerieri stranieri [lo studio medico di Eder si trovava nella Charlotte Street], e una persona poco perspicace l’avrebbe preso per uno di quei medici falliti che vivacchiano ai margini della professione, mentre bastava conoscerlo appena per scoprire che era un uomo di qualità eccezionali. I suoi meriti, è vero, forse non eran quelli convenzionali e generalmente approvati nella professione, ma aveva un cuor d’oro e si occupava con serio impegno del futuro del socialismo, così che fui doppiamente attratto da lui. Frequentai la sua casa, durante il periodo tanto della sua prima moglie quanto della seconda, dove era facile far conoscenza con qualche personalità interessante o strana […]
Fu Eder che mi presentò alla Fabian Society. Benché non mi sia mai iscritto, per diversi anni frequentai le conferenze e qualche conversazione, e così acquistai familiarità con i membri più eminenti – Bernard Shaw, H.G. Wells, Sidney Olivier, Sidney Webb, ecc.» (Jones, 1959, p. 129). E più avanti Jones aggiunse: «Fu tramite Eder che venni a conoscere una delle personalità più notevoli che si potessero incontrare: una giovane signora ebrea olandese, che propongo di chiamare con il nome di battesimo, Loë» (ibid., pp. 130-131; Zanda, 2013).
In quello stesso periodo, spinto dall’amico di sempre, il cugino Israel Zangwill, Eder entrò a far parte del Council of the Jewish Territorial Organization (Consiglio dell’Organizzazione Territoriale Ebraica), che aveva tra le sue finalità la ricerca in Sudamerica, in Africa e nel Vicino Oriente di un territorio da acquistare per l’insediamento della agognata nazione ebraica. Furono prese in considerazione una zona dello Stato di San Paolo in Brasile e la Cirenaica, quest’ultima più facilmente raggiungibile dagli ebrei provenienti dalla Russia e dalla Romania. Per questo motivo nel luglio del 1908 Eder per conto di quella Organizzazione fece il terzo e ultimo viaggio in Sudamerica (Brasile) e successivamente si recò in Cirenaica. Per uno strano destino Eder andava a finire sempre in mezzo ai guai: in Cirenaica, infatti, «si trovò in contatto con la rivolta dei Giovani Turchi contro il regime del vecchio e corrotto Sultanato di Abdul [Hamid II]  il Dannato» (Hobman, 1945, pp. 71-72).
I numerosi anni passati lontano da Londra non avevano acquietato in Eder la spinta verso la ricerca della giustizia sociale, intesa come possibilità per ciascun individuo di affermare e realizzare liberamente la propria personalità. Eder decise di rimanere a Londra, dove il lavoro di medico nei quartieri poveri, l’adesione agli ideali iniziali del Movimento Sionista e la frequentazione della Fabian Society gli sembrarono valide opportunità per proseguire la sua personale ricerca. In quel contesto l’incontro con la psicoanalisi tramite Jones costituì per Eder una delle esperienze fondamentali della seconda parte della sua vita.    
A Londra Eder trovò nuovi campi di interesse nei quali si impegnò con l’entusiasmo e la dedizione, che lo caratterizzarono in ogni nuova impresa. Iniziò a collaborare stabilmente con il periodico radicale The New Age, «che predicava un darwinismo sociale tramite il quale la società si sarebbe evoluta e avrebbe progredito. Tra le cause sostenute da questa rivista vi erano la riforma del divorzio, l’abolizione della House of Lords, l’assicurazione dei disoccupati e un servizio sanitario nazionale» (Maddox, 2006, p. 120). Sulle pagine del The New Age Eder sostenne tesi per la tutela della maternità e in difesa della sessualità libera e responsabile e criticò ferocemente la visione eugenetica, allora molto in auge anche tra i socialisti, che proponeva la sterilizzazione chirurgica degli svantaggiati e la segregazione dei deboli mentali (Thomson, 2011).
«Nel 1907 (insieme con la direttrice Clara Grant) istituì la prima school clinic (servizio ambulatoriale scolastico) a Londra, nella Devons Road a Poplar, nel quale Eder lavorò fino al 1910, quando venne assunto come medico e factotum generale nella School Clinic di Depford di Margaret MacMillan – l’ambulatorio che portò più o meno direttamente alla formazione del servizio terapeutico per gli scolari del London County Council (Consiglio della Contea di Londra)» (Glover, 1945, p. 95).
L’impegno pionieristico di Eder nel campo della medicina scolastica si concretizzò ulteriormente nel 1910, quando insieme a James Kerr, direttore dei Servizi di Medicina Scolastica del Consiglio della Contea di Londra, fondò School Hygiene, la prima rivista medica britannica dedicata alla salute degli scolari, di cui fu condirettore fino al 1915 e, dopo la guerra, dal 1918 al 1921. «Eder usò School Hygiene come mezzo per diffondere il suo crescente entusiasmo per la psicoanalisi, con articoli di Ernest Jones e di altri psicoanalisti fin dal 1911, e per sostenere l’istruzione secondo il metodo della Montessori come via che portava alla trasformazione non solo dell’individuo ma anche della società» (Thomson, 2011).
Intanto, nell’ottobre del 1909, dopo i viaggi in Brasile e in Cirenaica come rappresentante della Organizzazione Territoriale Ebraica cui si è già accennato, Eder aveva divorziato da Florence Murray e si era risposato con Edith Clara Low Guest, sorella della futura psicoanalista  Barbara Low.
Il matrimonio con Edith Low accrebbe decisamente l’interesse di Eder per la psicoanalisi, in particolare per la sua applicazione nel campo della psicologia dei bambini, alla quale si era avvicinato fin dal 1907 lavorando, come già ricordato, dapprima nella School Clinic di Poplar e, successivamente, dal 1910 nella School Clinic di Depford.
Dopo il matrimonio Eder, buon conoscitore del tedesco avendo frequentato parte delle scuole superiori in Germania, dedicò molte energie anche alla traduzione di testi di Freud e di Jung.
Proprio a proposito della sua attività di traduttore Eder comparve per la prima volta nel carteggio tra Freud e Jones. Il 9 agosto 1911 Freud, che si trovava in vacanza in Tirolo, scrisse a Jones, a quel tempo ancora residente a Toronto: «… Ho dovuto rifiutare non meno di tre offerte di traduzione per la “Interpretazione dei sogni” da parte degli inglesi, prevedendo, come Lei sa, che Brill la faccia presto. […] Mi lasci aggiungere che uno dei tre a cui ho rinunciato, il dott. Eder, direttore di School Hygiene, ha promesso di presentare la relazione su un caso guarito con la ΨΑ alla Associazione Medica Britannica» (Paskauskas, 1993, p. 189). Jones rispose il 31 agosto, mettendo puntigliosamente in chiaro i suoi meriti sotto diversi profili: «Sono stato lieto di apprendere che, a Suo parere, le condizioni in Inghilterra sono migliorate, anche se temo che alcune siano soltanto il risultato dei miei continui stimoli. Sapevo delle richieste per i diritti di traduzione; Eder, ad esempio, era un mio allievo, e sono riuscito a interessarlo al lavoro [la psicoanalisi]. Recentemente è riuscito a far scrivere a Pfister un articolo per la sua rivista» (ibid., p. 192).
Molti anni dopo Edward Glover avrebbe parlato della relazione di Eder, cui aveva fatto riferimento Freud nella lettera a Jones, nel modo seguente: «Nell’estate del 1911, durante la Riunione annuale della Associazione Medica Britannica nella Sezione Neurologica, fu letta una comunicazione che descriveva con un linguaggio semplice il trattamento di un caso di isteria e di ossessione secondo il metodo psicoanalitico di Freud. Fu un avvenimento importante. L’oratore era David Eder, che a quel tempo aveva circa quarantacinque anni; la comunicazione che lesse fu il primo contributo pubblico alla psicoanalisi clinica fatto in questo paese. Quando Eder finì di parlare, il chairman e l’intero uditorio, circa nove persone, si alzarono e uscirono senza dire una parola. […]» (Glover, 1945, p. 89; Maddox, 2006, p. 111).


Tra Freud, Jung e Jones

Il 1912 fu un anno cruciale per il movimento psicoanalitico, perché alle nuvole che si erano andate addensando sul sodalizio Freud-Jung seguì un nubifragio, dovuto alla decisione di Jung, allora ancora presidente dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi, di accettare l’invito della Fordham University di New York a tenere una serie di lezioni nei giorni previsti per l’annuale Congresso Internazionale dell’Associazione. Il Congresso, anche per la non disponibilità di Freud a spostarne la data, saltò e ciò provocò reazioni molto negative soprattutto tra alcuni degli analisti più vicini a Freud. La decisione di Jung, che sarebbe potuta essere accolta favorevolmente come era accaduto nel 1909 in occasione dell’invito di Freud e dello stesso Jung da parte della Clark University di Worcester, costituì invece il pretesto per acuire l’ostilità verso Jung dei seguaci freudiani non zurighesi, primo fra tutti di Jones.
Nel giugno dello stesso anno Jones, appena rientrato dal Canada, incontrò Ferenczi e Sachs a Vienna. I tre, temendo che  la defezione di Adler, le imminenti dimissioni di Stekel e la posizione critica di Jung avrebbero potuto pregiudicare il futuro del movimento psicoanalitico, decisero di proporre a Freud la formazione di un gruppo non ufficiale di persone analizzate “profondamente” dallo stesso Freud per «poter rappresentare la pura teoria non adulterata da complessi  personali»  (lettera di Jones a Freud del 30 luglio 1912, in Paskauskas, 1993, p. 226). In quell’incontro nacque il famoso Comitato Segreto, che venne approvato da Freud senza riserve (Grosskurth, 1991).   
Verso la metà di luglio Jones andò a Londra e nei poco più di due mesi di attesa prima di riaccompagnare Loë a Vienna per iniziare l’analisi con Freud riuscì a fare brevi viaggi in Galles, in Austria e in Svizzera, a riprendere i contatti con i vecchi colleghi ed amici con lo scopo di costituire a Londra un gruppo di freudiani fedeli e anche a svolgere l’attività di psicoanalista.    
David Eder fu uno dei pazienti di Jones in quei giorni. Su di lui Jones si affrettò a riferire a Freud nella lettera del 30 luglio: «Eder, di cui Le ho parlato, è molto migliorato, è meno combattivo e ribelle contro tutto il mondo, anche perché ora è felicemente sposato. Ho curato la sua prima moglie [Florence Murray] quattro anni fa. Ha tentato il suicidio quando lui l’ha lasciata per fuggire con la moglie di un altro che ha poi sposato dopo il divorzio [Edith Low]. Questa è particolarmente intelligente e colta. Recentemente è stata curata da Jung, che è d’accordo con il suo desiderio di intraprendere il trattamento di bambini. Attualmente sto curando lo stesso Eder, per alcuni sintomi, e anche perché possa procedere ulteriormente nel lavoro [di psicoanalista]. Aveva intenzione di andare, a tale scopo, da Jung, ma ha approfittato della mia presenza in Inghilterra. (Inoltre è anche un mio vecchio allievo in medicina, benché abbia 13 anni più di me). Il suo atteggiamento generale è splendido e sarà sicuramente un prezioso seguace. Forse riuscirà a influenzare B. Shaw e H.G. Wells, Zangwill, etc., che sono tutti suoi intimi amici» (Paskauskas, 1993, p. 225). Nella lettera del 7 agosto Jones aggiunse: «Il lavoro con Eder sta procedendo in modo molto soddisfacente. Sarà un buon collaboratore per noi» (ibid., p. 231).
Il 1912 fu anche l’anno in cui Eder prese la decisione di dedicarsi alla professione di psicoanalista e in cui fu molto attivo nel propagandare la psicoanalisi e Freud con conferenze, lezioni e pubblicazioni. In molte occasioni cercò di presentare le idee di Freud di fronte alla London Psychological Medicine Society (Società di Medicina Psicologica di Londra) suscitando, tuttavia, sempre reazioni di grande ostilità. La conferenza Freud’s Theory of Dreams (Teoria dei sogni di Freud), pubblicata in quell’anno negli Atti della Società di Medicina Psicologica, ricevette, invece, la piena approvazione di Freud, che il 31 ottobre dello stesso anno scrisse a  Ferenczi: «La Società di Medicina Psicologica ha recentemente pubblicato uno splendido articolo di Eder sul sogno» (Brabant, Falzeder, Giampieri Deutsch, 1993, p. 436).
Per Eder il “periodo propagandistico”, nel quale si prodigò nella diffusione della dottrina psicoanalitica, «coincise con lo sviluppo di una grande simpatia per la visione psicologica di Jung. Nel 1912 certe circostanze familiari [il fatto che la moglie Edith era stata in cura da Jung] lo portarono ad avere un rapporto più stretto con Jung, che non era ancora in netta opposizione con Freud. La personalità e gli scritti di Jung ebbero un grande fascino per uno con il temperamento di Eder. Egli stesso parla della possente impressione fattagli dalla lettura di “Trasformazioni e simboli della libido” di Jung. L’ampiezza dell’approccio di Jung, assieme alla ricchezza e alla fertilità della sua spiegazione, colpirono favorevolmente la personale generosità della mente di Eder. E questa impressione fu rafforzata dalle linee ottimiste della filosofia di Jung» (Glover, 1945, p. 97).  
È probabile che Eder, dal suo punto di osservazione a Londra, non si fosse reso conto che tra il gruppo dei freudiani di più stretta osservanza e Jung si stava creando una grave frattura a causa di alcune divergenze teoriche, amplificate e radicalizzate da motivazioni, invidie e gelosie di tipo personale. Inoltre, va considerato che in quegli anni in Gran Bretagna la pattuglia dei simpatizzanti per Freud era avanzata in ordine sparso, interessata più allo studio della teoria freudiana e alla sua applicazione pratica che alle lotte di potere, che nel frattempo si erano sviluppate nel continente e alle quali, ad un certo punto, aveva cominciato a partecipare anche Jones dal lontano Canada. Non deve stupire, quindi, che David e Edith Eder inviassero pazienti inglesi a Zurigo perché fossero curati da Jung. La stessa Edith Eder, come si è già detto, «fu tra i primi britannici che andarono a Zurigo per fare l’analisi con Jung» (Bair, 2003, p. 253).  
La decisione di Eder di andare a Vienna per farsi analizzare da Freud sembra, quindi, una sorta di conferma del fatto che le sue idee riguardo il dissidio Freud-Jung non erano affatto chiare. Il 1° gennaio 1913 Freud scrisse a Jones, che si trovava a Roma come turista: «Eder è arrivato, voleva essere analizzato da me per tre settimane. Dato che non avevo tempo l’ho passato a Tausk. Forse si sarà offeso, ma sono sovraccarico e stanco di sacrificarmi. Egli esprime alcune riserve riguardo alla questione ormai scottante di Jung» (Paskauskas, 1993, p. 272). Questo fatto è ricordato anche da Jones nella biografia di Freud: «Il primo avvenimento [del 1913] fu l’arrivo di Eder che si spostò da Londra a Vienna per fare un’analisi di tre settimane. Freud non aveva nemmeno un’ora libera, perciò lo affidò a Tausk» (Jones, 1953, p. 127).
É interessante notare che, per certi versi, il rapporto di Eder e di Victor Tausk con Freud presentò alcune analogie. Tausk, al quale Freud “aveva passato” Eder, qualche anno dopo fu a sua volta “passato” dallo stesso Freud a Helene Deutsch. E – questa è l’altra analogia – il caposcuola viennese ebbe la stessa cinica reazione quando nel 1914 apprese che Eder era passato dalla parte di Jung – «Eder non è una perdita», scrisse seccamente a Jones il 22 ottobre 1914 (Paskauskas, 1993, p. 388) – e  quando nel 1919 seppe del suicidio di Tausk  – «Confesso che non lo rimpiango», scrisse a Lou Andreas-Salomé il 1° agosto 1919 (Freud e Andreas-Salomé, 1966, 1980, p. 96).
A Vienna Eder fu prontamente “fagocitato” nel giro di Freud. Leggiamo, infatti, nella lettera di Freud a Ferenczi del 10 gennaio: «Jones verrà da me oggi verso le 9 ½ di sera, perciò verso le 10 potremo essere da Lei. Seif arriva domani mattina presto. Eder è qui. Vogliamo tutti passare la domenica sul Koblenz» (Brabant, Falzeder, Giampieri Deutsch, 1993, p. 478).
Sembrerebbe, quindi, che Eder non si fosse offeso per la scarsa disponibilità dimostrata nei suoi riguardi da Freud; tuttavia non è azzardato supporre che quel fatto contribuì in qualche misura a confermare la sua maggiore simpatia in favore di Jung.  
Il 6 gennaio 1913 la fine del rapporto di amicizia tra Freud e Jung venne “sancita” da Jung in poche frasi: «Caro Professore, mi adeguerò al Suo desiderio di rinunciare ai nostri rapporti personali, visto che non impongo mai la mia amicizia. Del resto, Lei stesso saprà certo meglio di chiunque ciò che questo momento significa per Lei. “Il resto è silenzio” […]» (McGuire, 1974, p. 581).  È probabile che Eder non venne a sapere nulla di quanto era accaduto tra Freud e Jung o forse sottovalutò la gravità di quella rottura. Lo avrebbe potuto informare Jones, ma Jones non era a Londra in quel periodo e, se anche ci fosse stato, quasi sicuramente non lo avrebbe fatto poiché conosceva la sua inclinazione per l’“avversario” svizzero.


La Società Psicoanalitica di Londra

Nella prima metà del 1913, in vista del IV Congresso dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale previsto a Monaco nel mese di settembre, le truppe filofreudiane strinsero i ranghi. Il 19 maggio Ferenczi fondò a Budapest la Società Psicoanalitica Ungherese e pochi giorni dopo il Comitato Segreto, formato da Ernest Jones, Sándor Ferenczi, Karl Abraham, Otto Rank e Hanns Sachs, si riunì a Vienna per la prima volta. Per celebrare la fondazione del Comitato Freud regalò a ciascun membro «un antico cammeo greco della sua collezione, che ognuno fece montare in un anello d’oro» (Jones, 1953,  p. 198).
I primi di giugno Jones – su consiglio di Freud, ma forse anche per accrescere il suo credito presso i fedeli del maestro viennese – andò a Budapest da Ferenczi per fare un’analisi “didattica” intensiva e da Budapest il 22 luglio scrisse a Freud una lettera con considerazioni poco amichevoli sia nei confronti  di Jung che di Eder: «Ho appena letto nello Jahrbuch le conferenze di New York di Jung, un compito niente affatto gradevole. Sono piene di contraddizioni e di errori logici. […]
Eder si sta comportando in modo sempre più sospetto, e ora dubito che i tempi siano maturi per la società [Jones alludeva all’idea di fondare una Società in Inghilterra]. In ogni caso dobbiamo rinviare la decisione a dopo il Congresso di Monaco, quando sapremo di più su ciò che avviene in Inghilterra. Le sue [di Eder] notizie più recenti sono che leggerà un saggio alla Associazione Medica Britannica sulle “modifiche (!) di Jung e di Adler alla teoria di Freud”. Senza negare a questi signori il diritto di fare tutte le modifiche che vogliono, certamente penso che questo sia un momento decisamente inappropriato per discuterle in Inghilterra, prima che il pubblico conosca la teoria da modificare. È una procedura del tutto superflua, per non dire peggio» (Paskauskas, 1993, p. 296).
L’osservazione critica di Jones andava oltre le vere intenzioni di Eder. In quel periodo, infatti, Eder riteneva in modo convinto di far parte della scuola di Freud e per lui l’apprezzamento di molte delle idee di Jung non aveva certamente il significato di un tradimento del caposcuola viennese. Va anche ricordato che proprio nel 1913 Eder pubblicò un certo numero di articoli, che testimoniavano il suo impegno nella pratica psicoanalitica, tra i quali, oltre il già ricordato Freud’s Theory of Dreams (Teoria dei sogni di Freud), The Present Problem of Psycho-Analysis (Il problema attuale della psicoanalisi),  Stammering as a Psycho-neurosis an its Treatment by Psycho-Analysis (La balbuzie come psiconevrosi e il suo trattamento psicoanalitico), Augenträume (Sogno degli occhi) e Doctors and Dreams (I medici e i sogni).
Il 2 agosto, terminata l’analisi con Ferenczi, Jones rientrò definitivamente a Londra. Pochi giorni dopo arrivò a Londra anche Jung, che espose pubblicamente la sua posizione, anche in quelle parti che la distinguevano dalle teorie di Freud. Il 5 agosto Jung tenne una conferenza alla Società di Medicina Psicologica di Londra, pubblicata lo stesso anno con il titolo Psycho-analysis negli Atti della Società di Medicina Psicologica, e presentò al XVII Congresso Medico Internazionale, che si svolse nella capitale britannica dal 6 al 12 agosto, una relazione col titolo On Psychoanalysis, pubblicata per la prima volta in Collected Papers on Analytical Psychology nel 1916. Sicuramente David e Edith Eder andarono a sentire Jung, come fecero altri aderenti alla psicoanalisi, tra i quali va ricordata la loro amica Constance Long.
Dopo il Congresso Psicoanalitico, che si tenne a Monaco nei giorni 7 e 8 settembre, Jones pensò che fosse giunto il momento di fondare la Società Psicoanalitica di Londra e ne parlò subito a Freud nella lettera del 13 settembre: «Eder e io ci siamo accordati sul fondare un gruppo a Londra il mese prossimo, e prevediamo di avere forse una dozzina di membri insieme ai membri inglesi della American Association (Berkeley-Hill, ecc.). Per non lasciare la selezione dei nuovi membri alla Società, faremo in modo che tutti i nomi siano prima esaminati da un comitato, formato da un presidente, un segretario e un vicepresidente (che probabilmente sarà Bryan di Leicester). Saremo piuttosto severi, ma all’inizio dovremo portare attenzione tanto al carattere e alle intenzioni quanto all’“ortodossia”, e, quindi comprendere uomini come Eder e Hart. Penso di invitare anche Havelock Ellis e McDougall (prof. di psicologia a Oxford). Lei che cosa ne dice?» (Paskauskas, 1993, p. 310).
È probabile che la decisione di Jones fu accelerata dall’intenzione di ridurre il potere di Jung, che a Monaco era stato rieletto, pur con un’esigua maggioranza, alla presidenza dell’Associazione Internazionale. Comunque stessero le cose, Jones comunicò a Freud il 3 novembre: «La Società Psicoanalitica di Londra è stata debitamente costituita giovedì scorso [30 ottobre], con nove membri, e ho scritto a Jung chiedendo di essere ammesso nella Vereinigung (Associazione). Bryan  è vicepresidente e Eder segretario. Ho deciso io così, perché Eder conosce gli uomini di Vienna e sa scrivere un po’ tedesco, e perché preferirei che in seguito mi succedesse Bryan, un uomo molto affidabile, e non lui. McDougall e Hart non si sono ancora associati, ma non hanno rifiutato. La nostra prima riunione di lavoro si terrà il 4 dicembre» (ibid., p. 318).
Eder, quindi, malgrado i sospetti di filojunghismo che gravavano sulla sua persona, si trovò ad occupare una posizione di rilievo nell’organigramma della Società londinese, ma, evidentemente, Jones in quel frangente non poteva fare diversamente.
Quarantasei anni dopo Jones nel ricordare nell’autobiografia la fondazione della Società di Londra non fece il minimo accenno a David Eder, uno dei cofondatori: una grave omissione dovuta quasi sicuramente al risentimento nei confronti del vecchio amico-rivale.
Leggiamo, dunque, nell’autobiografia di Jones: «Quando mi stabilii nuovamente in Inghilterra nell’autunno del 1913 naturalmente entrai in contatto più stretto con coloro che si interessavano di psicoanalisi, e decisi che era venuto il momento di fondarvi una Società speciale, una branca dell’Associazione Internazionale. Era un’avventura temeraria, perché il materiale allora disponibile risultò presto non essere della miglior qualità. Dei quindici membri originari solo quattro giunsero al punto di praticare la psicoanalisi, gli altri si accontentarono di un interesse più o meno accademico per essa. Bryan fu dapprima vicepresidente, poi segretario ed in seguito tesoriere. Lavorò molto per noi in quei primi giorni benché in anni più tardi inconfondibilmente restò indietro nei continui progressi scientifici che si facevano. Dei primi membri un terzo viveva fuori della Gran Bretagna: due in India, uno in Irlanda, uno in Canada e uno in Siria. Era naturale che, dall’inizio come in tempi più tardi, la Società di Londra fungesse da madre per le altre sparse nell’Impero. Queste poche osservazioni mostrano che l’affermazione frequente che la psicoanalisi fosse sconosciuta in Inghilterra prima delle esperienze belliche sulle “psicosi traumatiche da bombardamento” è esagerata. È vero che divenne molto più conosciuta dopo la guerra, ed è probabile che il generale interesse per la psicoterapia fosse in buona parte stimolato dalle nevrosi di guerra, ma d’altro canto lo sfondo per il lavoro era già stato sviluppato negli anni prima della guerra e i tempi stavano maturando per un suo più generale riconoscimento. Sembrava esservi stato in ogni paese un momento psicologico in cui l’interesse per la novità della psicoanalisi si fece acuto. Questo naturalmente accadde prima nei paesi di lingua tedesca, ma si verificò anche negli Stati Uniti prima della guerra. Questo “momento” in Inghilterra lo daterei entro i primi cinque anni dopo la fine della guerra, circa dieci anni prima che in Francia e in Italia» (Jones, 1959, p. 215-216).

DALLA PARTE DI JUNG (1914)

Ricordo le faticose arrampicate sulle Ande di molti anni fa, spinto da una ricerca che solo io sapevo sarebbe finita da qualche parte nell’Amazzonia. Salendo quel labirinto di vette ne raggiungevi una, ma ne trovavi altre che torreggiavano sopra di te, e tra loro altopiani o profondi recessi, che disorientavano coi loro intrecci. Ero immerso in un territorio disordinato e primitivo, che contrastava con la città ordinata e organizzata dalla quale ero da poco uscito. Appena un’ora prima contemplavo dal Paso de las Cruces una sorridente e pacifica valle, con nobili foreste, villaggi e un fiume che si allargava mano a mano che scorreva verso ovest. Vicinissimo a me scorreva un piccolo torrente, che alimentava il grande fiume lì davanti. Questa scena andina lampeggiò su di me mentre  leggevo questo importante libro di Jung.
D. EDER, 1917


Jones scrisse nella biografia di Freud: «Nel 1913 l’avvenimento principale per Freud fu la sua rottura definitiva con Jung, che ebbe luogo in settembre al Congresso di Monaco» (Jones, 1953, 2, p. 127).
Nel 1913, come si è già visto, avvennero anche altri fatti che indicavano le turbolenze in atto nel movimento psicoanalitico. Tra questi furono particolarmente significativi la prima riunione del Comitato segreto il 19 maggio a Vienna, la feroce critica di Eder da parte di Jones nella lettera del 22 luglio a Freud a causa della sua conferenza sulle differenze tra Jung, Adler e lo stesso Freud davanti alla Associazione Medica Britannica  (Paskauskas, 1993, p. 296), le conferenze di Jung a Londra nel mese di agosto e la controversa conferma dell’“eretico” svizzero come Presidente dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale durante il Congresso di Monaco del 7 e 8 settembre.  
In quel clima il 30 ottobre Jones e Eder fondarono la Società Psicoanalitica di Londra, della quale divenne segretario Eder, nonostante che Jones lo considerasse inaffidabile. La fedeltà di Eder era messa in dubbio anche da altri; per esempio, Ferenczi, pochi giorni dopo aver saputo della fondazione del gruppo locale a Londra, scrisse a Freud: «Potremo perciò schierarci più compatti contro Jung: ma Jones dovrà prima regolare i conti con Eder, il suo attuale segretario» (Brabant, Falzeder, Giampieri Deutsch, 1993, p. 540).
In seno al movimento psicoanalitico era in atto una vera guerra, ma Eder non ne era pienamente consapevole. Probabilmente pensava che la questione non fosse così grave e che, comunque, non riguardasse il gruppo britannico, che riteneva “protetto” dalla distanza e dal mare dalle beghe continentali. Eder non aveva realizzato che il suo vecchio amico Jones era diventato molto più continentale di quanto egli potesse immaginare.
La “strana” posizione di Eder in quel frangente ebbe una chiara conferma nel gennaio 1914 quando sul British Medical Journal venne pubblicato un suo dettagliato resoconto della rottura tra Freud e Jung, nel quale la defezione di Jung era salutata come «un ritorno ad una più sana visione della vita» (Bair, 2003, p. 247; Maddox, 2006, pp. 113-114). Molti anni dopo Jones commentò quel fatto nel modo seguente: «Ancora oggi in certe riviste si parla di Jung come dell’uomo che ha depurato le dottrine di Freud della loro oscena mania degli argomenti sessuali. A quell’epoca gli psicologi generali ed anche altri non si lasciarono sfuggire l’occasione di affermare che, siccome esistevano tre “scuole di psicoanalisi” – Freud, Adler e Jung – che non riuscivano a mettersi d’accordo sui loro stessi dati, non c’era bisogno che qualcun altro prendesse sul serio l’argomento, evidentemente nutrito di incertezze.
Fu quest’ultima considerazione, cioè l’affermazione dell’esistenza di diverse specie di psicoanalisi, in conflitto tra loro, che spinse Freud a difendere la legittimità del titolo per il proprio lavoro con la sua polemica “Storia del movimento psicoanalitico”, nel gennaio e febbraio 1914. In essa affermò di sapere meglio di chiunque altro che cosa fosse la psicoanalisi, e quali ne fossero i metodi e le teorie caratteristiche che la distinguevano dalle altre branche della psicologia» (Jones, 1953, 2, p. 192).
Nella riunione della Società Psicoanalitica di Londra del 12 marzo 1914 Edith Eder lesse una traduzione dell’articolo di Freud sulle dinamiche del transfert, e ne seguì una vivace discussione. La moglie di Eder, a differenza della sorella Barbara Low, non ebbe un ruolo rilevante nella nascente comunità psicoanalitica londinese, per cui la sua posizione filojunghiana non suscitò particolari reazioni. Tra Edith Eder e Jones si era instaurato un rapporto speciale; tra i due non ci fu solo un rapporto professionale: Edith e Jones erano diventati intimi o piuttosto, secondo quanto affermato da Sonu Shamdasani nel New Oxford Dictionary of National Biography, più che intimi (Maddox , 2006, p. 113).
Non sappiamo se David Eder fosse a conoscenza del tipo di rapporto esistente tra la moglie e il suo amico Jones. Quelli erano tempi particolari e certe questioni erano a volte considerate come facenti parte dell’ordine naturale delle cose. Ad ogni modo Edith si sentì autorizzata ad entrare nei progetti amorosi di Jones, che, nel frattempo, aveva iniziato a convivere con Lina, la ex cameriera di Loë Kann, dalla quale l’inquieto gallese si era definitivamente separato verso la metà dell’anno precedente.
Così, in una lettera della primavera di quell’anno Edith Eder scrisse a Jones cosa pensava della sua aspirazione di chiedere in matrimonio Anna, la figlia diciottenne del grande viennese, e lo rimproverò per la sua persistente relazione con Lina: «Caro Ernest, ci sono alcune cose che ti voglio dire. Non voglio una risposta […] La prima riguarda la tua donna a Vienna [Loe]: penso che  sia a causa del modo in cui la tua relazione con Lina si è sviluppata che ho iniziato a dubitare che l’avresti avuta. Parlando con “la franchezza che rende tale il nostro lavoro” mi sono trovata a pensare che in te deve esserci un profondo sentimento non analizzato che, da una parte, ti porta a Lina (nonostante tutto, i motivi che adduci sembrano del tutto inadeguati, considerando la posta in gioco) e, dall’altra –  come invero mi sembra più probabile – erge una barriera tra te e la figlia di Freud. Non posso giustificare che un uomo come te lasci crescere un tale ostacolo, permetta di dedicare tanta emozione, tanto tempo e tanta energia a una ragazza, quando deve sapere che la sua unica speranza di vincere l’altra sta nel lasciare che tutta l’ondata del suo essere lo porti da lei senza resistere» (Maddox, 2006, p. 114).  
La pubblicazione della “Storia del movimento psicoanalitico” fu la prova definitiva della inconciliabilità delle idee di Freud con le idee di Jung e determinò le dimissioni di Jung da Presidente dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale (lettera del 20 aprile 1914 ai presidenti dei gruppi locali). Da quel momento Jung e i suoi simpatizzanti diventarono avversari “ufficiali” per Freud e i suoi seguaci. Da allora i distacchi di Jung, Adler, Stekel e di altri vennero considerati dal movimento psicoanalitico poco più che spiacevoli incidenti di percorso, posizione assolutamente in linea con quella assunta sia da Freud che da Jones, successore del grande viennese alla guida della scuola psicoanalitica. Noi possiamo solo immaginarci il disagio di Eder, quando si venne a trovare in mezzo a quella drammatica lacerazione, nata e maturata, per così dire, al di sopra della sua testa.
 Jones, invece, andava avanti per la sua strada e il  17 luglio 1914 scrisse a Freud: «Ho incontrato ieri Sua figlia […] l’ho trovata molto bene, contenta del breve viaggio compiuto. Ho accompagnato a casa lei e la sua amica […].
Eder ha reagito molto male al “cucchiaio aguzzo” [l’espressione era stata usata da Freud in una precedente lettera per indicare lo strumento utilizzato per tagliare ogni rapporto con Jung], ritenendolo “non dignitoso”, non degno di Lei, non generoso verso il prezioso lavoro svolto da Jung” ecc., che è un tipico esempio di giudizio affettivo. La sua tendenza è certamente per un compromesso, ma simpatizza per Jung su base religiosa e si trova in una strana ribellione antisemita, un miscuglio di complessi personali» (Paskauskas, 1993, p. 381). Jones, quindi, – malgrado le raccomandazioni di Edith Eder – non solo non si fece sfuggire l’occasione di stare il più possibile accanto alla figlia del maestro viennese, ma anche arrivò ad accusareEder di essere dalla parte di Jung perché mosso da motivazioni religiose e antisemite (!).
Nella risposta a questa lettera Freud non fece riferimento alla “questione Eder”, ma non mancò di chiarire alcuni punti riguardo la figlia: «La ringrazio molto per la Sua gentilezza con la mia figlia piccola. Forse Lei non la conosce abbastanza. È la più dotata e riuscita dei miei figli e, al di là di questo, un carattere prezioso. Piena di interesse per apprendere, visitare luoghi famosi e arrivare a capire il mondo. Non pretende di essere trattata come una donna, poiché è ancora lontana dai desideri sessuali e un po’ ancora rifiuta l’uomo. C’è un accordo preciso tra me e lei che non debba prendere in considerazione il matrimonio o ciò che vi conduce prima che abbia due o tre anni di più. Non penso che romperà questo accordo» (lettera del 22 luglio 1914, in Paskauskas, 1993, p. 382).     
Proprio in quei giorni stava per scoppiare la Prima Guerra Mondiale. Il 28 giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono austro-ungarico, e la moglie Sofia vennero assassinati a Sarajevo da un nazionalista serbo. Il 28 luglio l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. Il 1° agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia e il 3 agosto alla Francia. Il 4 agosto la Gran Bretagna entrò in guerra contro la Germania e il suo principale alleato, l’Impero austro-ungarico.
Alla fine di luglio, nonostante i venti di guerra, Jung si recò in Gran Bretagna, dove era stato invitato da tempo. Il 24 luglio presentò una relazione al convegno della Società di Medicina Psicologica di Londra e il 30 luglio parlò ad Aberdeen in Scozia nel corso dell’incontro annuale della Associazione Medica Britannica. Eder partecipò attivamente all’incontro di Aberdeen e presentò la relazione [scritta da Jones] The Unconscious and its Significance for Psychopathology (L’inconscio e il suo significato per la psicopatologia). Jones, invece, seguendo il consiglio di Freud, non fu presente né al primo né al secondo evento per non incontrare il nemico zurighese, che, con suo grande dispiacere, ricevette una calorosa accoglienza (Maddox, 2006, p. 115).
Il 27 luglio Jones scrisse a Freud l’ultima lettera prima che la guerra rendesse impossibile la corrispondenza diretta tra i paesi europei: «… Non sono andato alla conferenza di Jung venerdì e non andrò ad Aberdeen, ma sto scrivendo una relazione che sarà letta da Eder (è uno dei segretari). La settimana scorsa ho parlato a lungo con Mrs. Eder, che ha appena fatto un mese di analisi con Jung. Ha scoperto che sin dall’infanzia è stata in conflitto tra le sue inclinazioni verso la scienza e verso la filosofia, che quest’ultima era la parte più forte della sua natura e non deve più essere rimossa. Potrà interessarLe conoscere l’ultimo metodo per affrontare il transfert. La paziente la supera apprendendo di non essere veramente innamorata dell’analista ma che sta lottando per la prima volta per comprendere un’“Idea Universale” (con le lettere maiuscole) nel senso platonico; dopo aver fatto questo, allora ciò che sembra essere transfert può restare» (Paskauskas, 1993, p. 383).
Una lettera piena di sarcasmo, quindi, dalla quale si evincono due fatti: che Eder aveva preso le distanze da Jones partecipando ai convegni nei quali era prevista la presenza di Jung e che lo stesso Jones era sempre in stretti rapporti con la moglie del suo amico Eder.
Qualche mese dopo Jones, tramite il dottor Roberto Assagioli di Firenze, riuscì a far pervenire a Freud una cartolina datata 10 ottobre, nella quale comunicò in modo telegrafico: «Eder ci ha lasciati» (ibid., p. 387).     
A proposito degli avvenimenti precedenti Jones ricordò nella biografia di Freud: «Il 22 ottobre [Freud] affidò una lettera ad un suo amico, professore di archeologia a Roma, che riuscì a farla passare in un paese neutrale evitando la censura. In essa Freud mi dava tutte le notizie che lo riguardavano: che Anna era ritornata sana e salva, che il figlio maggiore e quello minore erano sotto le armi in artiglieria, che stava scrivendo una storia clinica, e che la perdita di Eder (passato in quel periodo dalla parte di Jung) non era affatto da rimpiangersi» (Jones,1953, p. 220).
Tuttavia, mentre Eder e i simpatizzanti di Jung non si sentivano fuori posto nella Società di Londra, della quale costituivano una parte numericamente rilevante, Jones mal sopportava la loro presenza, in particolare quella di Eder. Il 15 novembre il gallese, che riteneva di essere il vero baluardo dell’ortodossia freudiana in Gran Bretagna, scrisse a Freud, alle prese con i primi disagi personali e professionali causati dalla guerra: «C’è stata una sola riunione della nostra Società da luglio, due settimane fa. Constance Long ha letto uno stupido articolo di Jung, annunciante scoperte quali quella che una motocicletta in un sogno simboleggia l’entusiasmo e quando ho criticato l’articolo Eder e sua moglie si sono comportati in modo molto ostinato. Volevo quindi posticipare ulteriori incontri fino a dopo la guerra, o almeno per un anno (nella speranza che i teologi avrebbero gradualmente accresciuto la loro distanza e si sarebbero ritirati), ma dopo un’animata discussione si è deciso di tenere la prossima riunione alla fine di gennaio, quando leggerò un saggio sulle idee di Jung. L’opinione che essi difendono è che il metodo di Jung costituisce una variante, un’evoluzione legittima della Ps-A, e che la differenza tra le sue vedute e le nostre non è sufficientemente grande da vietare la possibilità di una collaborazione nel lavoro, mentre la mia opinione contraria è considerata come pura ostinazione e dogmatismo» (Paskauskas, 1993, p. 390).
Il tono e il contenuto di questa lettera suggeriscono alcune osservazioni. Primo, che in essa ancora una volta Jones esternava a Freud la sua aggressività nei confronti di Jung, il suo eterno rivale, dandogli addirittura dello stupido; secondo, che i filojunghiani, Eder compreso, continuavano a sentirsi a pieno titolo membri della Società Psicoanalitica di Londra; terzo che per Jones – come, peraltro, per Freud – l’accusa di teologismo (come quella di misticismo) era considerata altamente squalificante, esattamente come anni dopo sarebbe stata infamante l’accusa di pansessualismo nei confronti della dottrina freudiana da parte dei suoi detrattori (basti ricordare, a questo proposito, le critiche dello psicologo italiano Agostino Gemelli).


VOLONTARIO NELLA GRANDE GUERRA E AGENTE SIONISTA IN PALESTINA (1915-1922)

Ho preferito che questo libro fosse pubblicato durante la guerra nella speranza che le mie esperienze possano essere utili ad altri, possano alleviare le sofferenze della più bella, più allegra e più eroica figura, il soldato britannico, nessun altro che il comune abitante della Gran Bretagna – il lavoratore, del quale, quando non indossa la divisa, troppo spesso stentiamo a riconoscere le stesse virtù.
D. EDER, 1917.

Psichiatra nel puro e semplice significato della parola, medico dell’anima, dedicò se stesso totalmente e senza pregiudizi al suo paziente, il popolo ebraico.
N. BENTWICH, 1938.


Ufficiale medico a Malta

All’inizio del 1915, all’età di cinquant’anni, Eder si arruolò volontario e fu assegnato come capitano medico al Reparto Psico-Neurologico dell’Ospedale Militare di Malta, nel quale venivano curati soprattutto i soldati affetti da shell-shock (shock da granata), reduci dalla cruenta campagna dei Dardanelli nella penisola di Gallipoli contro le truppe turche. Nel 1916 Eder pubblicò su Lancet un articolo sulle “Nevrosi di guerra” e l’anno successivo pubblicò il primo libro in assoluto sullo “Shock da guerra”. Questo libro, nel quale Eder presentò l’andamento clinico dei primi cento casi di psico-nevrosi giunti alla sua osservazione a Malta, aveva il duplice scopo di fornire una comprensione psicologica dei sintomi e di mostrare «che i soldati affetti da shock da guerra rispondevano particolarmente bene al trattamento psicoterapeutico» (Eder, 1917, p. VI). I metodi di trattamento utilizzati da Eder furono i seguenti: suggestione ipnotica (79 casi), suggestione non ipnotica (5 casi), suggestione sotto anestetico (6 casi), psicoanalisi (5 casi), altri metodi (2 casi), nessun trattamento (3 casi).
«Questo notevole contributo servì molto all’avanzamento della psicologia clinica. Fino ad allora una quantità di disturbi funzionali che si presentavano nelle condizioni di guerra veniva inquadrata e classificata, per mancanza di comprensione psicologica, nel gruppo delle malattie organiche. Il libro di Eder contribuì molto al salvataggio di quei disturbi dall’oblio terapeutico. Inoltre, mettendo il titolo di “shock da guerra” al posto di “shock da granata”, Eder riuscì ad ampliare enormemente la concezione di allora dell’eziologia dell’intero gruppo delle nevrosi di guerra» (Glover, 1945, pp. 98-99).
Eder era un uomo coraggioso e pieno di energia. La sua storia personale lo dimostra bene. Studente appena ventiduenne, aveva partecipato alla sommossa di Trafalgar Square del novembre 1887 in favore dei diritti del popolo irlandese, riportando negli scontri con la polizia una ferita al capo, della cui cicatrice fu sempre orgoglioso, e da medico, più avanti negli anni, era stato coinvolto in molte situazioni pericolose, anche di guerra, sia in Sudamerica che in Africa e le aveva affrontate con lucidità e con la giusta fermezza. A proposito del suo atteggiamento nei confronti della guerra giova ricordare di nuovo, che, una volta tornato a Londra, Eder cercò di acquisire i titoli per un eventuale avanzamento di grado nella carriera militare. Questo non è un aspetto della sua personalità facilmente comprensibile, perché Eder non era certamente un guerrafondaio, anzi era da tutti considerato come una persona generosa, pacifica, sensibile alle necessità degli altri e sempre disponibile a fornire aiuto a chiunque ne avesse bisogno. Ennesima prova del mistero dell’animo umano!    
Come ha osservato Glover, «la guerra fu responsabile, in modo più diretto, del prolungamento del suo allontanamento dall’orbita dell’analisi freudiana» (ibid., p. 99).  
Riguardo un proprio diretto coinvolgimento in guerra Jones decise diversamente e, in una serie di lettere, poche e distanti nel tempo a causa della difficoltà di spedire e ricevere la posta in quel periodo, comunicò a Freud le sue determinazioni, evidentemente molto dissimili da quelle dell’amico. Il 13 agosto 1914, pochi giorni dopo l’entrata in guerra della Gran Bretagna, scrisse: «Personalmente sento che il mio dovere è di stare al mio posto e continuare a esercitare, piuttosto che andare sotto le armi. Ciò presenta anche il vantaggio che potrò aiutare economicamente i miei amici di Vienna (Rank ecc.)» (Paskauskas, 1993, p. 386).
Quasi un anno dopo, il 17 giugno 1915, Jones scrisse ancora: «La nostra Società non si è riunita dallo scorso autunno, a causa dell’atteggiamento di Eder. Ora sta prestando servizio a Malta, e spero di riuscire a fargli dare le dimissioni così che in ottobre possiamo incontrarci senza di lui.
[…] C’è una forte richiesta che i medici si arruolino, ma io ritengo che il mio dovere principale sia di far sventolare la bandiera della ψα. Comunque ho offerto i miei servizi a metà tempo al Ministero della guerra, e spero di ottenere un incarico in un ospedale londinese, probabilmente in un servizio psichiatrico. I casi di traumi di guerra sono estremamente interessanti» (ibid., p. 398). E, da fedele seguace quale voleva dimostrarsi, il l8 dicembre di quell’anno aggiunse: «La Società non si è ancora riunita, ma ci sono incontri informali dei tre o quattro uomini più solidi; spero di farne uscire Eder. La conoscenza della nostra disciplina si sta ancora diffondendo in Inghilterra, malgrado gli effetti della guerra» (ibid., p. 401).  
Infine, nella lettera a Freud del 27 marzo 1916 leggiamo: «La marea della guerra ha minacciato di travolgermi, poiché c’è la coscrizione per gli scapoli sotto i quarant’anni; ma il War Office ha deciso che ero più utile all’Esercito con il mio lavoro attuale che non svolgendo lavoro ospedaliero in Francia […] La ψα è tutt’altro che sopita in Inghilterra, e continua a diffondersi. Ci sono state molte discussioni su questo nella Società. C’è molta opposizione, ma Lei sa come la ψα prosperi sull’opposizione. Vi stanno lavorando seriamente alcuni altri oltre me» (ibid., p. 403). È troppo azzardato pensare che Jones si sposò nel febbraio dell’anno seguente per non rischiare, in quanto scapolo non ancora quarantenne, di essere chiamato alle armi?
Alla fine del 1916 Eder si congedò e, oltre a riprendere l’attività privata nel suo studio londinese, iniziò a lavorare come ispettore medico nelle scuole e come specialista nell’Ambulatorio Neurologico del Ministero delle Pensioni. La lontananza da Londra a causa della guerra, i contrasti all’interno del movimento psicoanalitico, l’adesione alle idee di Jung furono la causa del suo distacco dalla Società Psicoanalitica di Londra. L’entusiasmo e l’impegno in campo psicoanalitico lasciarono il posto alla mai sopita passione per l’attività politica e l’impegno sociale.  


Più di quattro anni in Palestina

Come già ricordato in un precedente paragrafo, nel 1906 Eder aderì all’Organizzazione Territoriale Ebraica (O.T.E.), fondata dal cugino Israel Zangwill in disaccordo da certe posizioni del Movimento Sionista. Nel 1908 Eder prese parte per conto dell’O.T.E. alle spedizioni in Brasile e in Cirenaica per individuare un territorio da destinare alla futura nazione ebraica. Nel 1914, dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ebbe una parte attiva nel movimento che aveva lo scopo di reclutare in Inghilterra un’unità militare ebraica al servizio delle forze britanniche.
Dopo la Balfour Declaration (Dichiarazione di Balfour) del 2 novembre 1917 il governo britannico inviò in Palestina una commissione sionista per analizzare e provvedere alle problematiche della popolazione ebraica nei territori occupati della Palestina meridionale. Presidente della Commissione Sionista per la Palestina fu nominato Chaim Weizmann. Weizmann invitò Eder a far parte della Commissione come rappresentante della O.T.E. e come ufficiale medico.   
Eder arrivò in Palestina nel marzo 1918 e vi rimase per più di quattro anni, diventando un entusiasta sionista. Ebbe un ruolo chiave nella Commissione, anche perché fu l’unico tra i suoi membri che prolungò la permanenza in Palestina per diversi anni dopo la fine della Grande Guerra – Eder dette le dimissioni “per ragioni personali” e tornò a Londra nell’agosto 1922. Condusse i negoziati con l’amministrazione militare e civile palestinese e fornì un aiuto attivo nell’assimilazione dei primi gruppi di immigranti del Terzo Aliyah, mostrando una grande comprensione per il loro spirito pionieristico e compiendo importanti interventi in favore dell’assistenza agli orfani, in materia di igiene pubblica e nel campo dell’istruzione (Stein, 1945). Nel poco tempo che gli rimaneva oltre gli impegni politici e organizzativi svolse anche attività psicoterapeutica e continuò a scrivere articoli su argomenti riguardanti la psicoterapia e l’istruzione (Glover, 1945, p. 99). Assieme a Dorian Feigenbaum e ad altri costituì un gruppo di studio nel quale si tenevano seminari analitici. Si trattò del primo ingresso della psicoanalisi in Palestina prima dell’arrivo di Max Eitingon (Moreau Ricaud, 2005) .
Durante gli anni palestinesi in diverse occasioni Eder ritornò in Inghilterra: all’inizio del 1919 per partecipare alla prima conferenza sionista del dopoguerra, nel marzo 1920 per pochi giorni e dalla fine del 1920 all’aprile 1921 per un più lungo periodo di riposo. Nel 1921, grazie al rapporto di parentela con il diplomatico sovietico Maxim Litvinov (marito di una nipote della moglie Edith), ebbe il permesso di recarsi in Unione Sovietica, dove cercò, senza riuscirvi, di ottenere un qualche riconoscimento legale per l’attività dell’organizzazione sionista di quel paese. Dopo il rientro definitivo a Londra nell’agosto 1922 Eder continuò a dedicare molto del suo tempo all’interno dell’Esecutivo Sionista di Londra, di cui fu membro negli anni 1921-23 a Gerusalemme e nel periodo 1922-28 a Londra, dedicandosi in particolare agli affari della Hebrew University in Palestina.
Non sappiamo con certezza per quanto tempo la moglie e i suoi due figli si trasferirono in Palestina. Possiamo, però, ragionevolmente supporre che, in quegli anni, il rapporto tra Eder e la moglie non fosse privo di problemi.  
A questo proposito, appaiono di grande interesse le seguenti notazioni della Maddox perché potrebbero avere a che fare con le “ragioni personali”, che motivarono Eder a tornare definitivamente a Londra: «[Jones] affittò la sua casa di campagna nel Sussex alla moglie di Eder, Edith, che era rimasta in Inghilterra con i suoi figli avuti dal primo matrimonio. In almeno una occasione Jones passò un weekend da solo con lei nella sua casa di campagna “The Plat”. In una di queste occasioni Edith gli aprì il suo cuore. Poiché Eder stava per tornare in Inghilterra per una visita, era nervosa non sapendo come comportarsi riguardo ai suoi problemi coniugali, non ultimo l’impotenza del marito. Jones ricompensò le sue confidenze con consigli rigorosi e chiari, assieme a quelli che ella definì “giudizi – sul suo carattere – che facevano male”. Le disse che era opprimente con la sua vitalità, che era semplicistica e caramellosa. Come molti pazienti, che pensavano che Jones potesse vedere nella loro mente, ella provò solo gratitudine per una tale diagnosi e gli scrisse: “Poco tempo fa le circostanze ci hanno portato ad essere molto vicini – molto probabilmente non accadrà di nuovo, ma per sempre, d’ora in avanti, tu conterai moltissimo nella mia vita. Senza quel primo weekend da sola con te a Elsted, non credo che mi sarei tirata indietro dal bordo del precipizio su cui mi trovavo. E mi sono sempre di più convinta che tutto quello che mi hai detto l’altro giorno è la vera via di uscita. La via che devo prendere riguardo David è quella da te indicata – lo so, “è” la via, se solo riesco ad essere abbastanza decisa a prenderla –, la difficoltà è proprio questa, Ernest. Io ora provo per te un intenso sentimento, anche se non riesco a esprimerlo. […]
Questa sembra piuttosto una lettera d’amore, Ernest? Ebbene, naturalmente io ti amo – tu lo sai … Io non riesco a vedere come e perché uno possa amare una sola persona sia sul piano sessuale fisico che sul piano affettivo. Il mio David è per me “più” di qualsiasi altra cosa al mondo (a parte i ragazzi) – come tu hai visto, per lui anche una creatura egoista come me farà un “grande” sacrificio, ma ciò non esclude qualcun altro dall’amore di un certo tipo – É stata una cosa meravigliosa aver saputo che tu sei questo “qualcun altro”. Edith.”» (Maddox, 2006, pp. 148-149).
Quindi, Edith aveva sviluppato un transfert erotico nei confronti del suo confidente (analista?), che, da parte sua, non aveva avuto problemi ad ospitarla, anche da sola, nella sua casa di campagna. A parte il facile commento che anche con Edith Eder – come gli era già accaduto in più di un’occasione – Jones si era comportato in modo tale da far assumere espliciti caratteri sessuali ad uno stretto rapporto interpersonale, il riferimento della Maddox all’impotenza di Eder – fatto di cui, comunque, non abbiamo altre testimonianze – suggerirebbe di interpretare molti aspetti della sua vita come il risultato di processi difensivi di sublimazione. Ma su questo punto è difficile dire di più.
Invece, va sottolineato che, per quanto concerne la saldezza e la profondità dell’unione tra David Eder e Edith Low, nelle testimonianze di coloro che li conobbero non si ritrova altro che assolute conferme di attaccamento reciproco e di fattiva collaborazione intellettuale e spirituale (Hobman, 1945, p. 5; Deedes, 1945, p. 197). A mio parere, quindi, le dichiarazioni d’amore di Edith a Jones andrebbero piuttosto intese come enfatiche manifestazioni di affetto e di stima da parte di una donna, che stava vivendo un difficile passaggio esistenziale.
Lasciando da parte la questione “Edith-Jones”, possiamo, a questo punto, chiederci quale fine avessero fatto l’interesse e l’impegno di Eder per la psicoanalisi negli anni della missione in Palestina. Glover ha fornito una sintetica, anche se forse semplicistica, risposta: «… a causa di tutti i suoi impegni pratici Eder si era isolato dal movimento psicoanalitico. Fu solo nel 1920 circa che riprese il suo forte interesse per la psicoanalisi. Ma le letture psicoanalitiche fatte in quegli anni lo portarono a non essere più soddisfatto del suo orientamento verso Jung, dal quale si allontanò attivamente in quello stesso anno» (Glover, 1945, p. 99).


GLI ULTIMI QUINDICI ANNI DI VITA A LONDRA (1922-1936)

L’uomo, prima o poi, dovrà assumersi la piena responsabilità di se stesso e delle sue azioni. Dovrà imparare a regolare i suoi rapporti con le persone e con il mondo, a prescindere dai codici imposti dalla paure passate e dalle angosce presenti.
D. EDER, 1930

Nasciamo pazzi, impariamo la moralità e diventiamo stupidi e infelici. Poi moriamo.
D. EDER, 1932


Al suo ritorno a Londra Eder si trovò escluso dal movimento psicoanalitico. Infatti il 20 febbraio 1919 Jones aveva sciolto la Società Psicoanalitica di Londra e fondato la Società Psicoanalitica Britannica principalmente per liberarsi dei membri, che avevano mostrato eccessiva simpatia per Jung. In particolare, da tempo per Jones la presenza di Eder nel gruppo londinese era diventata  molto scomoda.
Lo scioglimento della Società di Londra era stato preceduto da uno scambio di idee tra Jones e Freud fin dai primi giorni del 1919. La guerra era finita – anche se i trattati di pace tra le diverse nazioni non erano stati ancora firmati – e la prima preoccupazione di Jones fu quella di “normalizzare” la situazione nella Società londinese. Così, il 9 gennaio scrisse a Freud: «… La questione immediata è quella di ricostituire la nostra società, che non si è riunita per due anni e da cui devo espellere il “superstite” Jung [Jones si riferiva agli junghiani]» (Paskauskas, 1993, p. 416).
Nella lettera del 14 gennaio Freud manifestò subito il suo pieno appoggio al programma di Jones: «… mi azzardo a dire che il Suo programma mi sembra piuttosto ragionevole, dato che Lei opera su un terreno nuovo e deve espellere la maggioranza dei membri precedenti» (ibid., p. 419).
Il 27 gennaio Jones ribadì il suo intendimento: «Di maggiore urgenza è la questione di costituire una nuova società (purgata di Eder ecc.), sulla quale attendo con ansia le sue opinioni» (ibid., p. 420). Freud espresse il suo giudizio finale nella lettera del 18 febbraio: «La Sua intenzione di epurare la Società di Londra dei membri junghiani è eccellente» (ibid., p. 423).
Dei sette fondatori della Società Psicoanalitica Britannica (C.A. Douglas Bryan, Henry Devine, David Forsyth, Stanford Read, William Henry Butter Stoddart, Eric Hiller e Barbara Low), ai quali presto se ne aggiunsero altri quattro (Owen Berkeley-Hill, Cyril Burt, R.M. Ringall e Joan Riviere), sei erano stati analizzati da Jones.
«Jones diventò il presidente della nuova società, come lo era stato della vecchia Società di Londra. Stabilì regole rigide: tutti i nuovi membri avrebbero dovuto essere proposti da uno che li conoscesse; tutti i nuovi membri sarebbero dovuti rimanere membri associati per un anno, nel corso del quale sarebbe stato loro richiesto di presentare una comunicazione. Coloro che rimanevano associati e non diventavano membri effettivi avrebbero dovuto essere rieletti ogni anno, e non avrebbero avuto diritto di voto nelle questioni della società. Per quanto fosse ambiguo, lo stato di “associato” ebbe l’effetto di inserire chi, pur non praticando la psicoanalisi, aveva interesse per l’argomento, dando in questo modo alla psicoanalisi britannica una base più ampia di quanto aveva altrove» (Maddox, 2006, p. 147-148).
Così David Eder, amico di Jones, suo testimone di nozze e cofondatore della originaria Società di Londra, fu cacciato dal cuore della psicoanalisi britannica. Per Eder fu un duro colpo anche perché, come già ricordato, negli ultimi due anni della sua permanenza in Palestina si era riavvicinato alla dottrina freudiana. Tuttavia non si perse d’animo e decise di ricominciare da capo partendo dalla propria analisi.
Glover, senza fare accenno alla cocente delusione provata dal non più giovane Eder, descrisse in questo modo il suo nuovo ingresso nell’alveo della psicoanalisi: «Quando nel 1922 ritornò a Londra cercò di andare a Berlino da Abraham per continuare il suo training psicoanalitico, ma, poiché quel progetto fallì, l’anno seguente si recò a Budapest per un’analisi di otto mesi con Ferenczi, il leader del gruppo ungherese. Fu un atto di estremo coraggio perché era quasi senza denaro e, in ogni caso, si trovava a dover competere con uomini più giovani di lui. Prese quella decisione perché ritenne imperativo avere un maggiore insight della sua psiche. Non aveva ancora fatto i conti con le opposte istanze del Sionismo e della psicoanalisi. A giudicare dai risultati, non solo in base alla sua opinione, ma anche al successivo svolgimento della sua vita, con Ferenczi Eder trovò la soluzione ai suoi principali problemi. Appena tornato a Londra, decise di riprendere in pieno la pratica e, in un tempo relativamente breve, ci riuscì. Anche se non abbandonò le sue attività sioniste, dedicò la vita stabilmente e strenuamente al lavoro di analista e, nonostante molti periodi di difficoltà personale, fece quella vita sino alla fine» (Glover, 1945, pp. 99-100).
Nel 1923 Eder fu ammesso come membro associato nella Società Psicoanalitica Britannica. «Dal suo studio di Harley Place in una lettera piena di livore e di rabbia Eder ricordò a Jones che tutti e due insieme avevano fondato la società originaria a Londra e che “durante la mia assenza, malgrado il mio indirizzo fosse conosciuto, non ho ricevuto nessuna comunicazione della nuova Società”» (Maddox, 2006, p. 168).
Dopo l’ammissione nella Società Psicoanalitica Britannica, di cui divenne uno dei membri più attivi e fedeli, Eder fu assunto come medico nella London Clinic of Psycho-Analysis (Servizio di Consultazione Psicoanalitica di Londra) e per un certo numero di anni prima della sua morte fece parte del Consiglio della Società e fu uno dei direttori dell’Istituto di Psicoanalisi, fondato da Jones nel 1924.
Nonostante il crescente pessimismo nei confronti della politica Eder non smise di supportare fattivamente il Sionismo, ad esempio aiutando i medici ebrei, che scappavano dall’Europa nazista, a trovare lavoro in Gran Bretagna. Inoltre, in quegli anni, collaborò con Edward Glover alla creazione dell’Institute for the Treatment of Delinquency (Istituto per il trattamento scientifico della delinquenza) «realizzando il progetto di Kropotkin di curare piuttosto che punire i criminali» (Thomson, 2011).
Nell’ultima parte della sua vita Eder pubblicò molti contributi psicoanalitici, principalmente di tipo clinico e di tipo sociale. Tra questi ultimi vanno ricordati Is the Unconscious Educable? (L’inconscio è educabile?), tratto da una lezione fatta alla Società Montessori di Londra, pubblicato su Imago nel 1923, e Psycho-Analysis and Politics (Psicoanalisi e politica), pubblicato l’anno seguente negli atti del simposio della Società Sociologica di Londra del 1923 a cura di Ernest Jones con il titolo Social Aspects of Psycho-Analysis (Aspetti sociali della psicoanalisi). Il primo di questi due lavori testimoniava l’interesse di Eder per l’influenza che la psicoanalisi avrebbe potuto avere sullo sviluppo sociale, ma nello stesso tempo metteva in guardia dall’avere un eccessivo ottimismo rispetto ai suoi risultati futuri. Nel 1930 l’argomento di questo articolo fu ripreso in Psychology and Value (Psicologia e valori), pubblicato sul British Journal of Medical Psychology; in esso Eder prese in esame l’utilità psicobiologica dei valori umani fondamentali: la bontà, la  verità e la bellezza. «… la variazione nella specie umana non sarebbe dovuta al cambiamento della struttura dell’individuo, bensì al fatto che l’individuo cambia il suo ambiente esterno, nel quale è compreso il suo io cosciente. Su questo organo che si trova alla superficie della mente vengono messi a punto gli adattamenti che servono ad andare avanti o indietro, mentre l’inconscio è costante e immodificabile. Ne deriva che l’uomo si trova in un perpetuo stato di equilibrio instabile […] e le variazioni del suo inconscio non compaiono fino a che non ha esaurito il suo potere di cambiare il mondo esterno, nell’accezione più ampia sopra accennata» (Glover, 1945, pp. 102-103).   
Nella relazione The Myth of Progress (Il mito del progresso), presentata nel 1932 alla Sezione Medica della British Psychological Society, Eder prese in esame la credenza moderna nella inevitabilità del progresso verso uno stato di perfezione dell’individuo e dei rapporti sociali, mettendola sullo stesso piano di altre formazioni prodotte da proiezioni morali dell’uomo, quali i miti e le forme religiose. «L’uomo non può fare progressi fino a che non riesce a vedere le forze della sua aggressività inconscia. Solo quando viene a patti con la loro esistenza senza l’interposizione di superstizioni, tabù e altre limitazioni inconsce, tali forze possono essere educate ed effettivamente contenute. Forse allora le forze dell’amore potranno essere rivolte verso un adattamento più efficace, ma fino a che l’amore e l’odio sono costanti, l’uomo non si arrischia di impegnarsi positivamente in tale direzione. Il saggio finisce – conclude Glover nel suo resoconto – con la confessione [di Eder] di pensare talvolta che la psicoanalisi possa produrre una lieve ammaccatura al rigido circolo vizioso in cui l’uomo si trova, ma di esitare su questo punto dubitando che possa trattarsi di un nuovo mito» (Glover, 1945, pp. 103-104).
 Gli argomenti affrontati da Eder in altre pubblicazioni di quel periodo ripresero interessi ed esperienze di anni passati, evidentemente mai messi da parte. Alcuni articoli, per esempio, riguardarono diversi aspetti psicologici dell’eugenetica: The Psychology of the Expectant Mother (La psicologia della madre incinta) del 1925, Psychological Aspects of Birth Control (Aspetti psicologici del controllo delle nascite) del 1929 e The Sterilization of the Unfit (La sterilizzazione degli svantaggiati) del 1930, mentre gli studi e le ricerche fatti nei territori amazzonici gli permisero di scrivere l’introduzione al libro Australian Totemism. A Psychoanalytic Study in Anthropology (Totemismo australiano. Uno studio psicoanalitico in antropologia) di Géza Roheim, pubblicato nel 1925.
Eder morì a Londra nel 1936 a settanta anni per trombosi coronarica.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Solo a coloro che ebbero il privilegio di stare in stretto contatto con lui fu possibile avere la misura della grandezza della sua umanità e della ricchezza della sua mente. Fu un vero scienziato, che seppe unire la passione per la verità alla capacità di immaginare che un metodo nuovo fosse possibile.
E. GLOVER, 1936


David Eder, vero english man cresciuto nell’ultima fase dell’età vittoriana, fu uno dei primi psicoanalisti in Gran Bretagna, ma si distinse dagli altri pionieri della disciplina nata nell’Austria degli Asburgo per l’unicità delle sue caratteristiche personali.
Per tutta la sua vita, le cui vicende più salienti sono state oggetto di questo articolo, si intrecciarono e sovrapposero i diversi aspetti, originali e interessanti della sua personalità. Sorprende che, malgrado le sue attività si siano sviluppate in un’ampia gamma di campi e che molte di esse siano state di notevole rilievo, la sua figura sia sfuggita alla rete della ricerca storica (Thomson, 2011).
Eder fu un uomo curioso e intraprendente, sensibile ai problemi sociali e politici, convinto   della dottrina psicoanalitica e determinato nella sua applicazione, partecipe attivo alla ricerca della soluzione della questione ebraica e, soprattutto, fu un uomo buono.
Nel libro autobiografico Confessions and Impressions l’inquieta e anticonformista scrittrice inglese, Ethel Mannin, introdusse nel modo seguente il suo analista allora sessantaseienne, David Eder: «… Conosce la mente umana perché egli stesso è passato attraverso esperienze fondamentali, come il dolore e la guerra, e nei suoi viaggi in ogni parte del mondo è entrato in contatto con persone di ogni tipo e di ogni classe. Di lui si può dire che ha imparato ciò che sa della mente umana nel castello e nella casa di campagna, nella piazza del mercato e nella prigione, nel monastero e nel bordello, e che nel realizzare il suo destino la vita non gli ha risparmiato nulla.
Per trovare la soluzione dei problemi della sua mente è andato in posti selvaggi della terra, ha viaggiato addentrandosi nel territorio amazzonico e ha attraversato le Ande da est a ovest. É stato medico dei minatori di carbone in un piccolo villaggio minerario nel nord dell’Inghilterra e ufficiale medico nei tropici, nella regione del Rio delle Amazzoni Superiore. È rimasto coinvolto in tre rivoluzioni, e si è cibato di riso stantio e di carne secca in una guarnigione assediata, in accampamenti nei quali il beri-beri, la malaria e la dissenteria erano endemici; ha cacciato farfalle e coleotteri nelle foreste della Colombia ed è finito in mano ai cannibali. […]
Fare la collezione di farfalle e di coleotteri può sembrare una bizzarra occupazione per un medico e per uno psicologo, ma per lui non è stato come fare una collezione di francobolli, che alcuni fanno per hobby, è stato piuttosto l’adempimento del compito prefissosi di studiare l’evoluzione della natura. É un uomo, infatti, che è andato incontro a infiniti disagi per ricercare tutti i dettagli del mistero della vita […]» (Mannin, 1931, pp. 220-221).
Eder, medico del corpo e dell’anima, fu sensibile soprattutto alla condizione dei soggetti più vulnerabili e meno protetti, tra i quali gli appartenenti alla classe operaia, le donne non tutelate nei campi della sessualità e della maternità, gli scolari, gli svantaggiati, gli orfani, gli immigrati, i militari in guerra e i delinquenti. Tra i poveri e i derelitti, ai quali Eder sentì particolarmente di dover prestare aiuto, vanno annoverati gli uomini e le donne – adulti e bambini, ebrei e non ebrei –, con i quali ebbe a che fare negli anni della Palestina, periodo nel quale la visione di una “nuova vita” e il ruolo di pioniere si realizzarono in lui nella forma più concreta.
Il suo interesse per la psicoanalisi iniziò quando aveva più di quaranta anni, ma imparò presto a utilizzarla come tecnica terapeutica nella pratica medica e a farvi ricorso come strumento interpretativo per capire i fenomeni sociali e la politica. Tuttavia, come si è già osservato, «nonostante l’importante contributo dato alla nascita e allo sviluppo della psicoanalisi inglese il suo ruolo nella storia della psicoanalisi è stato poco riconosciuto. Ciò si deve a due motivi, che contribuirono all’occultamento storico della sua figura: 1) perché, sebbene il suo interesse e la sua dedizione alla psicoanalisi, iniziati in età matura, proseguirono sino alla fine della sua vita e della sua carriera professionale, egli si impegnò con serietà anche per altre cause, soprattutto il sionismo e il socialismo; 2) perché il suo atteggiamento verso la psicoanalisi non fu dogmatico e per un lungo periodo fece riferimento sia all’opera di Freud che a quella di Jung. Questa apertura mentale venne criticata da Ernest Jones, il più “leale” tra i seguaci di Freud, che nel 1919 proprio a causa della diffidenza nei confronti di Eder decise di sciogliere la Società Psicoanalitica di Londra e di fondare la Società Psicoanalitica Britannica come organizzazione esclusivamente freudiana» (da Ellesley, 2004, testo in parte modificato).
     É, quindi, molto più di una semplice ipotesi attribuire a Jones, cioè a colui che per molti anni dopo la morte di Freud dettò la linea dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, la maggiore responsabilità della scomparsa di Eder dalla vista della storiografia psicoanalitica.
Jones “dimenticò” Eder per più di una ragione: 1) aveva sviluppato verso Eder sentimenti di frustrazione e di gelosia perché, dopo la sua morte, in più occasioni gli venne riconosciuta la priorità come psicoanalista in Gran Bretagna; 2) la figura di Eder, a causa della sua simpatia per Jung, era associata all’idea dello scisma all’interno dell’Associazione; 3) la posizione di Eder rispetto alla pratica analitica, forse rafforzata anche dall’analisi fatta con Ferenczi, fu diversa dalla sua nel senso che riteneva che il ruolo dello psicoanalista non si dovesse limitare solo all’ascolto, ma che dovesse essere meno austero e più intimo con il paziente, anche arricchendo il dialogo con materiale della  sua propria vita; 4) infine, quasi sicuramente giudicò fuori dal solco dell’ortodossia freudiana il libro curato da Hobman in memoria di Eder perché il capitolo “Eder come psicoanalista” era stato scritto da Edward Glover, che l’anno prima si era dimesso dalla Società Psicoanalitica Britannica. Ricordiamo che le dimissioni di Glover erano state una conseguenza delle cosiddette Controversial Discussions, le lotte all’interno del movimento psicoanalitico britannico tra i sostenitori di Anna Freud e i sostenitori di Melanie Klein, e che, com’è noto, Glover si era schierato dalla parte della figlia del maestro viennese mentre Jones aveva sostenuto l’allieva di Abraham, della quale egli stesso aveva favorito il trasferimento a Londra.  
Nato in una famiglia di ebrei assimilati, Eder iniziò ad interessarsi alla questione ebraica dopo la morte del padre, nel periodo in cui condivise con il cugino Israel Zangwill una camera per studenti nel quartiere di Bloomsbury. Zangwill era un ardente sostenitore della necessità di trovare una patria – non necessariamente la “terra promessa” in territorio palestinese –, ma Eder, all’epoca, non partecipò attivamente a quel progetto politico e sentì più pressante il dovere di impegnarsi dapprima nella Fabian Society e, in seguito, nel nascente Labour Party per la difesa dei lavoratori e per la realizzazione di una organizzazione sociale più equa, libera, laica e democratica.
A distanza di molto tempo, dopo anni ricchi di esperienze personali e professionali e, in particolare, dopo l’esperienza della guerra, Eder accettò l’invito di Chaim Weizmann di mettere le sue competenze a disposizione della causa sionista con lo scopo di dare un aiuto concreto agli ebrei che, dopo la Dichiarazione di Balfour sempre più numerosi, stavano abbandonando i loro paesi nei quali montava l’antisemitismo e cercavano di insediarsi gradualmente nel territorio palestinese.        
Non è facile trovare un collegamento tra la traiettoria della “liberazione psichica” nella vita di Eder (caratterizzata dalla credenza nelle istanze socialiste, libertarie e psicoanalitiche) e il suo impegno nel movimento sionista. Eppure, a me sembra che in quell’instancabile impiego di energie in favore della causa sionista sia riconoscibile una profonda coerenza, se lo giudichiamo entro la cornice dei valori umani, che informarono i suoi comportamenti e lo fecero essere una persona che, senza interessi personali, arroganza o smania di potere, dedicò tutta la vita a lottare contro le disuguaglianze sociali e in difesa di coloro nei confronti dei quali il destino era stato inclemente.
L’ultima frase del seguente brano della lettera di condoglianze inviata il 19 aprile 1936 da Freud a Barbara Low in occasione della sua morte, può forse aiutarci a capire meglio l’Eder “sionista”: «… Eder era uno di quegli uomini a cui si vuol bene senza che ci si debba affaticare per loro. Bastava pensare a lui, perché il cuore si scaldasse; naturalmente spesso non ci si pensava abbastanza, e di ciò oggi si prova dispiacere. Questo è il pericolo che si corre con persone di cui si sa che sono assolutamente fedeli e fidate. […] Eravamo tutti e due ebrei e sapevamo, l’uno dell’altro, di portare in noi il quid misterioso che fa l’ebreo e che finora è restato inaccessibile a qualsiasi analisi» (Freud, 1960, p. 357).
Dunque, per Freud, oramai vecchio, malato e disincantato, Eder era stato una persona che si faceva voler bene e «possedeva una grande capacità di amare» (Freud, 1945, p. 9): non vi è dubbio che farsi voler bene e saper voler bene sono le due facce della stessa medaglia, la bontà.
La “bontà” è «una proprietà delle nostre relazioni con altri esseri umani: individui che conosciamo bene e altri che non conosciamo; gruppi, vicini e lontani e, meno direttamente ma non meno importante, persone con cui abbiamo relazione in conseguenza del nostro lavoro o grazie all’appartenenza a una data professione» (Gardner, 2011, p. 84). In un senso più specifico «nel linguaggio comune bontà indica la disposizione favorevole della mente e della volontà verso il prossimo, e si evidenzia nella benignità, che esprime più la disposizione a fare il bene, e nella benevolenza, che è disposizione a voler bene all’altro» (Centro Studi Filosofici di Gallarate, 1977, p. 108).
La riflessione psicoanalitica non si è mai addentrata troppo nel territorio ambiguo e pericoloso della bontà, in questa virtù così rilevante del comportamento dell’uomo, e men che meno le ha attribuito un valore morale. Per quanto mi è dato sapere in psicoanalisi il concetto di bontà è stato per lo più utilizzato – nella sua forma aggettivata di “buono” o del suo contrario “cattivo” –  nella teorizzazione di alcuni analisti (per esempio, M. Klein e Winnicott). Lo stesso Freud dichiarò più volte e in tempi diversi le sue perplessità circa il “vero” significato dell’esser buoni e circa il valore della bontà dell’uomo. Nell’“Introduzione alla psicoanalisi” scrisse, ad esempio citando la “Repubblica” di Platone: «… i buoni sono coloro che si accontentano di sognare ciò che gli altri, i cattivi, fanno realmente» (Freud, 1915-1917, p. 318) e, anni dopo, nell’“Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni)” affermò: «La fede nella bontà dell’umana natura è una di quelle tristi illusioni da cui gli uomini si aspettano che la loro vita risulti abbellita e alleviata, mentre in realtà non provocano che danni» (Freud, 1932, pp. 211-212).
Che cosa intendessero per “bontà” gli psicoanalisti del tempo di Eder si può in parte evincere dalla lettura di due brani, tratti dallo scambio epistolare tra Lou Andreas-Salomé e Anna Freud. La Andreas-Salomé scrisse in una lettera del 1922: «La psicoanalisi non insegna tanto la bontà, quanto quel genere di comprensione, risultante dalla diminuzione degli affetti, che viene provocata dalla conoscenza interiore e che […] agendo in maniera molto simile alla bontà, crea spazio per una comprensione più ampia possibile» (Molfino, 2012, pp. 46-47). Due anni dopo Anna Freud riprese il tema e rispose sullo stesso tono: «Con il valore dell’essere buoni non si va molto lontano, come invece ho a lungo creduto. Il fatto è che serve qualcosa in più affinché esso sia un valore anche per gli altri, forse una certa coerenza interiore ed essere chiari anche con se stessi, ma anche avere la capacità di riuscire a sopportare qualcosa per un certo tempo» (ibid., pp. 167-168).
Non sappiamo – e neanche ci interessa molto saperlo – come e quanto Eder si sentisse buono: semplicemente «Egli amava il genere umano intensamente, e non desiderava migliore ricompensa dell’essere semplicemente ricambiato nell’amore» (Hobman, 1945, p. 30). Di certo il modo di fare diretto, brusco, critico e ironico, ma, allo stesso tempo, accogliente, comprensivo e altruista contribuì a renderlo “particolare” tra i pionieri della psicoanalisi.
Per concludere, come ultimo spunto di riflessione, vorrei riportare un altro stralcio del libro della Mannin sopra ricordato: «Una volta gli dissi che stavo credendo sempre di più in quelle cose “retrograde”, nelle quali non è di moda credere al giorno d’oggi – la monogamia, il matrimonio, i letti matrimoniali, la vita casalinga e l’amore “alla pari della più calma necessità di ogni giorno, alla luce del sole e al lume di candela” – “Tutto disperatamente fuori moda, lo so,” – dissi, quasi scusandomi.
Lui sorrise al fatto che avevo detto “lo so” per essere scusata.
“Sì, fuori moda,” disse, “ma più viviamo e più impariamo che le cose fuori moda sono le più vere – e le migliori.”
Forse questo non corrisponde proprio all’idea che la gente comune ha di uno psicoanalista, quella cioè di un “moderno” iconoclasta, tutto slogan e complessi, ma si tratta di un preciso ritratto dal vivo – e anche un tributo a una persona la cui saggezza e la cui capacità di comprendere hanno le radici nella vita stessa» (Mannin, 1931, p. 225).


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Lucca, 10 febbraio 2014

 

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