Giuseppe Zanda

Medico psichiatra psicoterapeuta

Dr. Giuseppe Zanda, psichiatra psicoterapeuta. Via Consani 80, Lucca.

Sito web che raccoglie pubblicazioni e interventi svolti negli ultimi anni. Gli articoli sono a carattere scientifico e divulgativo.

DIMISSIONI ED ESPULSIONI NEL MOVIMENTO PSICOANALITICO NEGLI ANNI 1907-1914 E LA QUESTIONE DEL PLURALISMO

Giuseppe Zanda


PREMESSA

Negli ultimi due anni ho partecipato alle riunioni del gruppo di lavoro, formato con lo scopo di affrontare il tema del pluralismo nell’analisi in preparazione di questo Convegno.
    Il gruppo ha studiato soprattutto il tema della metapsicologia freudiana e della sua evoluzione ritenendolo non solo un aspetto centrale dello sviluppo della teoria psicoanalitica, ma anche un nodo concettuale sul quale gli psicoanalisti hanno riflettuto in modo diverso, allontanandosi più o meno dalla traiettoria freudiana.
    Questa mia relazione non riguarda, però, la metapsicologia, anzi parte dalla considerazione che questo tema fu sostanzialmente irrilevante nelle vicende che causarono i contrasti tra Freud ed i primi psicoanalisti e li portarono alla assunzione di posizioni diverse rispetto alla teoria e alla pratica dell’analisi.
    Il contrasto tra Freud e Jung, per esempio, non fu dovuto a una diversa concezione della metapsicologia. Jung non utilizzò mai il termine metapsicologia, né la metapsicologia costituì mai un argomento di confronto o di scontro con Freud.  
    Credo, quindi, che sia possibile affermare che la separazione netta e formale di Jung, di Adler e di molti altri da Freud fu determinata molto più da contrasti di natura personale e da questioni di tipo organizzativo e di “potere” che da irriducibili differenze teoriche.  
    Nei primi anni di sviluppo della psicoanalisi, infatti, le differenze riguardanti la teoria psicoanalitica, che era in continua evoluzione e che, negli anni successivi, avrebbe subito profondi cambiamenti, non costituivano un motivo sufficiente per stabilire chi poteva stare dentro e chi doveva stare fuori dal movimento psicoanalitico.
    In quei primi anni, l’appartenenza al movimento psicoanalitico non fu legata ad una piena adesione alla teoria metapsicologica del funzionamento della psiche. Nel saggio Per la storia del movimento psicoanalitico del 1914 Freud sottolineò molto chiaramente che i concetti fondamentali e discriminanti della sua teoria erano solamente il transfert e la rimozione: «Ogni orientamento della ricerca che riconosca questi due fatti [il transfert e la rimozione] e li assuma come punti di partenza per il proprio lavoro ha diritto di chiamarsi psicoanalisi, anche se giunge a risultati diversi dai miei» (Freud, 1914, pp. 389-390).
    Qualche anno dopo Freud ribadì lo stesso concetto in una lettera all’“analista selvaggio” Georg Groddeck (lettera del 5 giugno 1917): «Noto che Lei mi prega con insistenza di darLe la mia conferma ufficiale che non è uno psicoanalista, che non fa parte del gruppo dei seguaci, ma che può, piuttosto, presentarsi come qualcosa di particolare e di autonomo. Evidentemente Le faccio un grosso favore se La respingo da me, là dove sono gli Adler, gli Jung e altri. Ma non posso farlo, io devo avanzare le mie pretese su di Lei, devo affermare che Lei è uno splendido analista, il quale ha afferrato irrevocabilmente la sostanza della questione. Chi riconosce che il transfert e la resistenza sono la chiave del trattamento appartiene ormai, senza rimedio, alla schiera dannata» (Carteggio Freud-Groddeck, 1973, pp. 16-17).
    Il caso Groddeck fu emblematico della disposizione di Freud ad includere nella “schiera dannata” da lui guidata quanti esplicitamente o implicitamente mostravano di condividere le sue principali idee: in primo luogo il transfert e la rimozione, ma anche la sessualità infantile e l’interpretazione dei sogni.
    Una ulteriore prova del fatto che in Freud albergasse più la tendenza ad includere che quella ad escludere si ritrova nella lettera scritta diversi anni dopo ad Arthur Schnitzler, in occasione del suo sessantesimo compleanno (lettera del 14 maggio 1922): «Mi son chiesto tormentosamente come mai in tutti questi anni non ho mai cercato la Sua compagnia, privandomi così del piacere di una conversazione con Lei (ammesso che questo non Le riuscisse sgradito).
    La risposta sta in una confessione anche troppo intima: penso di averLa evitata per una specie di timore di incontrare il mio “sosia”. In genere non sono facilmente propenso ad identificarmi con qualcun altro, né voglio ignorare le differenze che ci separano, eppure ogni qualvolta io mi appassiono alle Sue belle creazioni mi sembra di scoprire, dietro al suo splendore poetico, i presupposti, gli interessi e le conclusioni che riconosco come miei propri. Il Suo determinismo, il Suo scetticismo (che la gente chiama pessimismo), la Sua profonda comprensione delle verità dell’inconscio e della natura biologica dell’uomo, il modo in cui Lei demolisce le convenzioni sociali della nostra società e la Sua vastità di pensiero nell’abbracciare l’antitesi di amore e morte, suscitano in me il senso fantastico di qualcosa di familiare. Perciò è sorta in me l’impressione che lei conosca intuitivamente (in realtà in seguito a una fine auto-osservazione) tutto quello che io ho scoperto negli altri grazie a un faticoso lavoro [...]» (Freud, 1990a, p. 282).
    Eppure, malgrado queste dimostrazioni di apertura, nella storia della psicoanalisi furono numerosi coloro che, per ragioni diverse, decisero di interrompere o furono costretti ad interrompere il rapporto con Freud e, di conseguenza, ad allontanarsi dal movimento psicoanalitico.
    Ma delle dimissioni e delle espulsioni nel movimento psicoanalitico parlerò più avanti.
    

INTRODUZIONE

Sigmund Freud utilizzò per la prima volta il termine psicoanalisi in due articoli pubblicati nel 1896  e ne diede subito notizia con grande  entusiasmo all’amico e mentore Wilhelm Fliess nella lettera del 6 febbraio 1896: «ho lavorato a più non posso, ho attraversato uno dei miei attacchi di grafomania e me ne sono servito per redigere tre brevi articoli per Mendel e una presentazione generale per la Revue Neurologique» (Freud, 1990b, p. 198).
    Alla base di tale entusiasmo vi era, forse, la speranza che il termine psicoanalisi sarebbe stato destinato in futuro ad indicare qualcosa di molto importante.
    In effetti le cose andarono proprio così, ma non senza intoppi e deviazioni.
    A partire dal 1896 la psicoanalisi passò dall’essere principalmente il risultato di un originale e tormentato lavoro di introspezione personale (l’“autoanalisi” di Freud) a rappresentare il fattore aggregante di un crescente numero di persone interessate fino ad assumere le caratteristiche di una associazione scientifica ad alto impatto sociale e culturale.
    La storia della psicoanalisi non è solo la storia della costruzione «1) di un procedimento per l’indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere, 2) di un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici e 3) di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via, che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica» (Freud, 1922, p. 440), è anche la storia di un movimento scientifico e culturale e di coloro che ne fecero parte, con i loro pregi e i loro difetti, con le loro ambizioni, le loro piccolezze umane, le loro idee politiche e, aggiungerei, le loro patologie mentali.
    La storia della psicoanalisi, attraverso i suoi protagonisti, è anche la storia di una  straordinaria produzione di idee, comunicate in modo impetuoso e molto schietto attraverso articoli, saggi, libri e lettere, che venivano, puntualmente, sottoposti a confronti, a critiche e a giudizi di priorità nonché di coerenza e fedeltà ai contenuti teorici, cui, al tempo della loro pubblicazione, era giunto Freud, l’indiscusso creatore della psicoanalisi, garante di quella che da alcuni è stata chiamata l’“ortodossia” psicoanalitica.    
    La questione del pluralismo nell’analisi nacque con la psicoanalisi stessa, in quanto, fin dai primi tempi, all’accoglimento della nuova teoria ed all’adozione della pratica di trattamento, da essa derivata, da parte di un numero crescente di seguaci di Freud corrispose, al suo interno, la nascita di idee e di pratiche, più o meno discordanti da quelle del maestro viennese.
    Da un punto di vista “politico” è, perciò, comprensibile che Freud e soprattutto quelli che, tra i suoi seguaci, fondavano la loro identità di psicoanalisti sulla fedele adesione al suo pensiero, dovendo difendere, soprattutto nei paesi europei, la causa della nascente psicoanalisi dalla ostilità della psichiatria ufficiale, fossero particolarmente sensibili ad ogni eventuale presa di distanza dal pensiero “unico” del movimento psicoanalitico.    
    In questo contributo vorrei avanzare la tesi, alla quale ho sopra accennato, secondo la quale, negli anni dell’“eccezionale impulso” della psicoanalisi (1907-1914), l’allontanamento di molti psicoanalisti dal movimento psicoanalitico, sotto forma di dimissioni, di espulsioni e di suicidi (ma di questi non intendo parlare), fu dovuto più a ragioni “politiche”, declinate secondo le caratteristiche personali dei singoli individui, che a diversità di idee.  


NASCITA E PRIMI PASSI DEL MOVIMENTO PSICOANALITICO

La psicoanalisi nacque, dunque, nel 1896, l’anno in cui si andava consumando il lungo sodalizio professionale di Freud con Josef Breuer, famoso medico viennese, col quale lo stesso Freud aveva pubblicato gli “Studi sull’isteria” l’anno prima.
    Negli anni di maggiore isolamento, dal 1896 al 1899, durante i quali scrisse l’“Interpretazione dei sogni”, Freud ebbe come “pubblico” e “uditorio” solo il collega berlinese Wilhelm Fliess, ma nel 1902 anche questa amicizia per una serie di motivi cominciò a scricchiolare per poi rompersi malamente nel 1904 a causa del grave contrasto creatosi a proposito del caso “Swoboda-Weininger”.
    Alla fine del 1902, quasi  chiuso il “capitolo Fliess” e superata la vecchia amicizia con Breuer, Freud iniziò, non più da solo ma assieme a un gruppo crescente di seguaci, un intenso cammino all’interno della disciplina da lui stesso creata, lungo il quale lo sviluppo di nuove idee si intrecciò con le problematiche connesse al formarsi del movimento psicoanalitico.  
    Nell’arco di poco tempo il movimento psicoanalitico assunse la fisionomia di una istituzione scientifica, con le sue regole, il suo statuto, il suo bilancio, i suoi congressi, le sue riviste e i suoi rapporti con l’esterno. Ci potremmo chiedere se fu anche a causa della natura superegoica di un’organizzazione sempre più strutturata che ben presto molti dei suoi membri iniziarono a mostrare chiari segni di  insofferenza alla loro permanenza all’interno della psicoanalisi freudiana.
    Questioni di gelosia, di potere, di acquiescenza o ribellione alle regole non sono eccezioni bensì la norma nei gruppi che si istituzionalizzano. In molti casi prese di posizione e stati d’animo di questo tipo si presentano sotto forma di contrapposizioni di idee e portano a rotture traumatiche e eventualmente alla creazione di altri gruppi-istituzione.
    Il primo nucleo del futuro movimento psicoanalitico si formò a Vienna il 2 novembre del 1902, quando Freud invitò con una lettera nel suo studio quattro colleghi medici (Wilhelm Stekel, Alfred Adler, Rudolf Reitler e Max Kahane) per discutere argomenti di psicologia e neuropatologia. I cinque colleghi decisero di incontrarsi regolarmente una volta alla settimana e quel primo circolo psicoanalitico prese il nome di Società del Mercoledì.
    Molti anni dopo Freud descrisse in termini molto positivi quello che era accaduto: «una schiera di giovani medici mi si fece attorno con l’esplicita intenzione di imparare, esercitare e diffondere la psicoanalisi» (Freud, 1914, p. 398).
    Tuttavia quella schiera si sarebbe rivelata piuttosto inquieta e, se è vero che “il buon giorno si vede dal mattino”, nel giro di relativamente pochi anni la fedeltà al movimento psicoanalitico dei primi quattro adepti ebbe un destino, per così dire, emblematico: Kahane lasciò la Società del mercoledì per ragioni sconosciute nel 1907; Adler ruppe con il movimento psicoanalitico nel 1911 e Stekel nel 1912; solo Reitler, medico di cure termali, che fu il primo a praticare la psicoanalisi dopo Freud, restò sempre fedele.
    Il gruppo dei partecipanti alle riunioni del mercoledì crebbe gradualmente. Nel 1906, l’anno in cui Freud compì cinquant’anni, i partecipanti, “tutti uomini e tutti ebrei” (Falzeder, 1992), avevano già raggiunto il numero di diciassette e nel 1908, la Società del Mercoledì cambiò il nome in Società Psicoanalitica di Vienna.
    Anni dopo Freud ricordò con amarezza l’esperienza vissuta con i viennesi: «Non riuscii a stabilire tra i membri quell’amichevole accordo che dovrebbe regnare tra uomini che svolgono il medesimo difficile lavoro, né a soffocare le dispute di priorità, cui il lavoro in comune forniva numerose occasioni. Le difficoltà connesse all’insegnamento della pratica psicoanalitica, notevolissime in effetti e alle quali sono imputabili molti dei dissidi odierni, erano peraltro già presenti in quella privata Società Psicoanalitica di Vienna [...] – e, più avanti aggiunse, a proposito del desiderio di autonomia e di indipendenza di alcuni allievi – In considerazione del coraggio che essi dimostravano nel votarsi a una causa così derisa e disperata, ero incline a permettere ai membri della Società cose che altrimenti mi avrebbero urtato» (Freud, 1914, p. 399).
    L’equilibrio precario tra i vari membri all’interno della Società Psicoanalitica di Vienna venne alterato dall’ingresso nel movimento psicoanalitico di numerosi rappresentanti della scuola psichiatrica di Zurigo, diretta Eugen Bleuler, uno dei grandi psichiatri dell’epoca, che fin dall’anno 1900 aveva introdotto lo studio dei lavori di Freud tra i suoi collaboratori.
    All’interno del gruppo dei viennesi si erano palesati dissidi anche prima dell’ingresso degli svizzeri nel movimento psicoanalitico, ma fu la “sprovincializzazione” di quest’ultimo, in particolare l’apertura alla Svizzera nel 1907 e agli Stati Uniti nel 1909, a determinare al suo interno le spaccature, che portarono a dimissioni e espulsioni.
    Sotto questo profilo il periodo di tempo che andò dal 1907 al 1914  fu sicuramente  il più importante.


ZURIGO, CAPITALE DESIGNATA DELLA PSICOANALISI

Il primo membro della clinica zurighese, inviato da Bleuler nel gennaio 1907 a partecipare alle riunioni della Società psicoanalitica viennese, fu Max Eitingon; nel mese di marzo fu la volta di Carl Gustav Jung e Ludwig Binswanger e in dicembre di Karl Abraham.
    Il gruppo di psichiatri, che gravitava attorno a Bleuler, si mostrò subito molto interessato e attivo a favore della causa psicoanalitica, in particolare Jung, che già dall’ottobre 1906 aveva iniziato con Freud la fitta corrispondenza, che fece nascere tra i due uno stretto rapporto di collaborazione e di amicizia.
    Dal 2 al 7 settembre del 1907 Jung partecipò ad Amsterdam al 1° Congresso internazionale di psichiatria, neurologia, psicologia e assistenza agli alienati, nel corso del quale si scontrò con alcuni rappresentanti della psichiatria accademica a causa del suo deciso schieramento in favore  della psicoanalisi di Freud.
    In quella occasione Jung conobbe Ernest Jones, un neurologo gallese, che avrebbe avuto un ruolo molto importante nella storia della politica del movimento psicoanalitico, e Otto Gross, uno psichiatra originario di Graz in Austria, che si rivelò “un seguace ardentissimo” delle idee di Freud. In questa sede sarebbe troppo lungo soffermarmi sulle vicende “tragiche” della vita di Gross, però mi sembra di un certo interesse ricordare che, geniale, trasgressivo, sostenitore di idee anarchiche e cocainomane, fu forse il primo seguace di Freud a essere espulso dal movimento psicoanalitico nel 1909.  
    Nel 1908 il fatto che, in quel periodo, Freud preferisse il gruppo di Zurigo al gruppo di Vienna si palesò chiaramente in occasione del 1° Congresso psicoanalitico di Salisburgo (26-28 aprile): per prima cosa, Freud accolse immediatamente la proposta di organizzare quel congresso avanzata dagli zurighesi, in secondo luogo, nominò Bleuler condirettore (l’altro direttore fu Freud stesso) e Jung redattore della rivista psicoanalitica fondata durante il congresso, lo Jahrbuch für Psychoanalytische und psychopatologische Forshungen (Annuario di ricerche psicoanalitiche e psicopatologiche).
    È comprensibile che i viennesi, in particolare i “veterani” Adler e Stekel, non la presero molto bene. Anni dopo Stekel avrebbe scritto nella sua autobiografia che «l’antica armonia tra i freudiani era svanita; tra i discepoli vi era una segreta rivalità ed era in corso la lotta per l’investitura» (Gutheil, 1950, p. 125) e che Freud sembrava nutrire un profondo odio verso la Società Viennese e i suoi affiliati.
    In quegli anni Freud pensava che la politica del movimento psicoanalitico dovesse mirare al raggiungimento di tre obiettivi per la psicoanalisi: uscire dagli angusti confini viennesi, in cui era nata e aveva mosso i primi passi, non essere identificata come una scienza ebraica, soprattutto in quel periodo storico di antisemitismo montante, e essere inserita come disciplina di insegnamento nell’università. Sicuramente la Clinica Psichiatrica del Burghölzli di Zurigo gli dovette sembrare la base di partenza perfetta per raggiungere questi tre obiettivi.
    Nel settembre del 1909 Freud e Jung furono invitati da G. Stanley Hall, professore di Psicologia all’Università di Boston, a tenere una serie di conferenze alla Clark University di Worcester, Boston, nella ricorrenza del ventennale della sua fondazione.
    Per quanto riguarda la storia del movimento psicoanalitico le conferenze alla Clark University furono importanti sotto svariati profili.
    Primo, dettero un decisivo impulso all’introduzione della psicoanalisi negli Stati Uniti. Secondo, furono l’occasione delle prime serie incomprensioni personali tra Freud e Jung, che, qualche anno dopo, sarebbero culminate nella totale rottura tra i due. Terzo, e questo mi pare il fatto più rilevante, determinarono Freud a definire in modo istituzionale il movimento psicoanalitico per superare il pericolo della sua marginalizzazione, ma anche della diffusa popolarità, che poteva snaturarne il carattere di scienza.
     Il 2° Congresso psicoanalitico, che si tenne a Norimberga dal 30 al 31 marzo 1910, ebbe effetti disastrosi sulla tenuta del movimento psicoanalitico non tanto perché, durante il suo svolgimento, fu fondata l’Associazione psicoanalitica internazionale (API) quanto per la proposta di Freud e Ferenczi di stabilire la sua sede a Zurigo e nominare Jung presidente a vita.
    Per il gruppo viennese era troppo. Si arrivò ad un compromesso: la durata della carica di presidente sarebbe stata di due anni e la sede dell’Associazione avrebbe corrisposto alla città di residenza del presidente di volta in volta eletto. Inoltre Freud dovette fare altre concessioni “politicamente” strategiche: cedette ad Adler la presidenza della Società psicoanalitica di Vienna e affidò allo stesso Adler e a Stekel la redazione della nuova rivista  Zentralblatt für Psychoanalyse, destinata a essere l’organo ufficiale dell’API.
    Il Congresso di Norimberga segnò profondamente il movimento psicoanalitico anche perché sancì il fallimento dell’integrazione della psicoanalisi nella psichiatria europea, soprattutto in conseguenza della posizione critica assunta da Bleuler (non presente al Congresso) nei confronti di alcuni aspetti dello Statuto dell’Associazione, che, in un primo momento, lo indussero a non iscriversi.
    Dopo mesi di insistenze per lettera e dopo un incontro a Monaco, all’inizio del 1911 Freud riuscì a convincere Bleuler ad iscriversi, ma nel novembre dello stesso anno Bleuler inviò le sue dimissioni ufficiali attribuendole all’«introduzione [nell’API] della politica della “porta chiusa” [...]» (Alexander e Selesnick, 1965). Bleuler intendeva dire che in qualche modo si era sentito espulso dall’API.
    Le “dimissioni” di Bleuler avrebbero avuto come conseguenza anche l’interruzione dei rapporti tra Vienna e il Burghölzli.  
    Molti anni dopo Jones attribuì le dimissioni di Bleuler al suo antialcolismo, alla sua antipatia per Jung, che l’anno precedente aveva lasciato il Burghölzli, e alla caratteristica degli svizzeri di non voler appartenere a un organismo internazionale (Jones, 1953), ma sulle reali e più complesse ragioni alla base della decisione di Bleuler tornerò più avanti.


LE DIMISSIONI DI ADLER, DI JUNG E DI ALTRI

Secondo la Robert, «Il 2° Congresso internazionale di Norimberga, dove era stata decisa la fondazione dell’Associazione psicoanalitica internazionale, contrariamente alla speranza di Freud non instaurò un’era di pace, ma una guerriglia che durerà incessantemente quasi per quattro anni» (Robert, 1964, p. 226).  
    Anche Freud, nei mesi successivi al Congresso di Norimberga, si accorse che nel movimento psicoanalitico molte cose non andavano per il verso giusto tanto che giunse a scrivere a Jung il 10 agosto 1910: «guardando le cose in modo puramente oggettivo, credo di aver proceduto troppo in fretta, di avere sopravvalutato la comprensione della gente per l’importanza della ΨΑ, e avrei dovuto aspettare prima di fondare l’Associazione internazionale. La mia impazienza di vederLa nel posto giusto e l’intolleranza per la pressione esercitata dalla mia stessa responsabilità debbono anche essere messe in conto. In realtà non avremmo dovuto fare nulla» (McGuire, 1974, p. 369).
    Dopo il 1910, quattro figure chiave abbandonarono o furono spinte ad abbandonare il movimento psicoanalitico in rapida successione: Alfred Adler, Wilhelm Stekel, Carl Gustav Jung e, come già detto, Eugen Bleuler.
    Nel 1911 ci fu la prima importante scissione all’interno del movimento psicoanalitico. Adler rassegnò le dimissioni dall’Associazione pochi mesi prima del  3° Congresso psicoanalitico, che si tenne a Weimar il 21 e il 22 settembre, e costituì un proprio gruppo, che fu chiamato Società per la libera psicoanalisi e, in seguito, prese il nome di Psicologia individuale.
    Secondo la ricostruzione fatta dallo storico Zaretsky dei presupposti, che portarono alla decisione di Adler, «In teoria, nella psicoanalisi avrebbero dovuto trovare posto sia Freud che Adler. Ma le intense fantasie e i processi di gruppo scatenati dal viaggio negli Stati Uniti [nel 1909], insieme alle insicurezze di Freud e alle ambizioni di Adler, portarono alla scissione. [...] Adler, – aggiunge Zaretsky – secondo i freudiani “fedeli”, non voleva accettare il ruolo subordinato nei confronti del fondatore della psicoanalisi» (Zaretsky, 2004).
    L’ordine di presentazione delle relazioni nel programma del Congresso di Weimar, il primo  della presidenza di Jung dell’API, confermò il ruolo di secondo piano del gruppo dei viennesi all’interno del movimento psicoanalitico. La prima relazione venne assegnata all’americano James J. Putnam, professore di neurologia all’Università di Harvard (Importanza della filosofia per l’ulteriore sviluppo della psicoanalisi) e la seconda allo svizzero Bleuler (Sulla teoria dell’autismo), nonostante le sue riserve nei confronti dell’Associazione.
    Che effetto ebbero sul giovane Jung le dimostrazioni di stima incondizionata da parte di Freud? Nel 1910 era stato eletto Presidente dell’API, nel 1911 gli fu assegnato un ruolo centrale nell’organizzazione del Congresso di Weimar, che vide una significativa presenza internazionale. A soli 34-35 anni si ritrovò ad avere una posizione di chiara preminenza nel movimento  psicoanalitico. É possibile ipotizzare, pertanto, che Jung venne psichicamente inflazionato dall’immagine pubblica di se stesso e che probabilmente, per tale motivo, in quel periodo assunse una serie di atteggiamenti egocentrici e intolleranti.   
    Fatto sta che l’anno seguente Jung antepose il suo personale tornaconto agli interessi dell’API e accettò l’invito a svolgere un ciclo di lezioni negli Stati Uniti proprio nel mese di settembre, il mese previsto per lo svolgimento del congresso psicoanalitico annuale. Freud non accolse la sua proposta di organizzarlo nel mese di agosto e nel 1912 il Congresso non si svolse.
    É probabile che il viaggio di Jung negli Stati Uniti fu visto come il segnale di un suo disimpegno dal movimento psicoanalitico, per cui, durante l’estate di quell’anno, Ernest Jones, che si trovava a Vienna, nel corso di un colloquio con Sándor Ferenczi espresse l’intenzione di creare un piccolo gruppo di analisti su cui poter contare, una sorta di “vecchia guardia” attorno a Freud.
    Jones era sotto l’impressione della defezione di Adler, presagiva le dimissioni di Stekel, che effettivamente furono ufficializzate il 6 novembre seguente, e temeva una rottura con Jung. Bisognava che il movimento trovasse il modo di contrastare efficacemente le deviazioni degli europei, in particolare degli svizzeri, e di prevenire un’applicazione troppo libera della psicoanalisi da parte degli americani.
    Il 30 luglio 1912 Jones interpellò in proposito Freud, che fu entusiasta dell’idea e nella lettera di risposta del 1° agosto precisò che il gruppo sarebbe dovuto essere «un consiglio segreto composto dai nostri uomini migliori e più affidabili, che abbiano cura dello sviluppo ulteriore della ΨΑ e difendano la causa da persone e incidenti quando io non ci sarò più» (Paskauskas, 1993, p. 228).
    Il “Comitato”, come si chiamò quella “setta dentro la setta” (Zaretsky, 2004), comprendeva, oltre a Jones e Ferenczi, Hanns Sachs, Otto Rank e Karl Abraham: due viennesi, i soli a non essere medici (Sachs e Rank), un gallese (Jones), un ungherese (Ferenczi) e un tedesco (Abraham). La prima riunione del Comitato avvenne nella tarda primavera del 1913 e Freud, per celebrare la sua fondazione, regalò a ciascun membro una pietra intagliata della sua collezione di antichità greche, che ognuno fece montare in un anello d’oro (Jones, 1953).
    Secondo Jones, «la funzione originaria del Comitato era quella di difendere Freud dai duri attacchi che gli venivano rivolti» (Jones, 1953). Di fatto, la creazione del Comitato segreto  rappresentò una vera e propria azione politica tesa ad affermare la struttura centralizzata e gerarchica del movimento psicoanalitico. Come ha scritto Zaretsky: «Il Comitato, nelle sue varie manifestazioni, funse da icona dell’autorità carismatica all’interno del movimento sino alla fine degli anni venti» (Zaretsky, 2004).
    Jung tornò dal viaggio in America all’inizio di novembre. Il tono della lettera dell’11 novembre 1912, scritta a Freud poco dopo il rientro, rivelò, al di là del suo contenuto, che il rapporto d’amicizia e di collaborazione tra i due si era praticamente rotto.
    La rottura tra Freud e Jung venne confermata nella lettera di risposta del 14 novembre, che il padre della psicoanalisi iniziò con “Caro dottore” per sottolineare che i tempi del “Caro amico” erano finiti. Qualche giorno dopo, Jung si scusò con Freud di essersi offeso a causa di un equivoco e vi fu un’apparente riconciliazione. Ma che Jung avesse già deciso il suo distacco dal movimento psicoanalitico lo possiamo dedurre dal fatto che, ancor prima delle lezioni americane, cominciò ad utilizzare il termine “psicologia analitica” per indicare il suo personale sistema teorico (Jung, 1911).    
    All’inizio del 1913 ebbe fine il rapporto speciale tra Freud e Jung, che, a mio parere, fu solo apparentemente un rapporto d’amicizia, mentre sostanzialmente fu motivato da esigenze personali diverse: al primo sembrò un buon mezzo per favorire la diffusione del movimento psicoanalitico soprattutto nel mondo universitario ed al secondo un importante appoggio scientifico per alimentare e validare il proprio cammino spirituale.    
    Nel corso dell’anno i due si scambiarono altre lettere di carattere burocratico (soprattutto scritte da Jung), alcune delle quali relative al 4° Congresso psicoanalitico, che si sarebbe tenuto a Monaco nei giorni 7 e 8 settembre. Il Congresso di Monaco si svolse in un’atmosfera “faticosa e spiacevole” (Freud, 1914, p. 418) e venne gestito da Jung, in qualità di presidente, in modo brusco e sbrigativo. Il movimento psicoanalitico sentiva di essere alla vigilia di un nuovo strappo, ben più rilevante di quello di Adler o di Stekel: il distacco da Vienna, cioè dal movimento psicoanalitico, degli svizzeri con Jung in testa, sui quali Freud aveva tanto scommesso pochissimi anni prima.  
    Nonostante tutto, alla fine del Congresso Jung venne rieletto presidente, ma dopo tante discussioni e non all’unanimità in quanto ci furono ben ventidue astensioni su cinquantadue votanti.   
    Nel mese di ottobre un ennesimo contrasto con Freud determinò Jung a ritirarsi dalla redazione dello Jahrbuch; contemporaneamente, Bleuler si dimise da direttore.
    Il 20 aprile 1914, pochi mesi dopo la pubblicazione del saggio freudiano “Per la storia del movimento psicoanalitico”, Jung rassegnò le dimissioni dalla presidenza dell’API con una lettera inviata ai presidenti dei gruppi locali (Berlino, Budapest, Londra, Monaco, Vienna, Zurigo); il gruppo di Zurigo lo seguì il 10 luglio.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Lo sviluppo della psicoanalisi, a partire dall’autoanalisi di Freud in avanti, fu profondamente condizionato dalla sua trasformazione in un movimento.
    La formazione di movimenti (ideologici) si riscontra comunemente nel campo della religione e della politica, ma molto raramente nel campo scientifico. I “movimenti scientifici” sono evenienze eccezionali, perché «le battaglie [della scienza] si combattono nel campo meno virulento delle dispute intellettuali e non sotto forma di credi, dogmi e controdogmi difesi appassionatamente. Questo accade solo quando nuove scoperte scientifiche vanno a toccare credenze fondamentali dell’uomo e minacciano tutto il suo orientamento verso il mondo e la società» (Alexander e Selesnick, 1965).
    Il contenuto delle lettere, che Freud e Bleuler si scambiarono nei mesi in cui quest’ultimo esitava ad iscriversi alla neocostituita API, offre una chiave di lettura degli eventi sinteticamente sopra riportati, che induce a riflettere.
    La controversia tra Freud e Bleuler sulla politica scientifica costituisce una possibile spiegazione delle origini del settarismo, che divenne una caratteristica, specifica del movimento psicoanalitico ma non del pensiero psicoanalitico. La corrispondenza tra i due dimostra con sufficiente chiarezza che Freud fu praticamente forzato – sia dagli oppositori intransigenti che dal fanatismo dei suoi seguaci – a creare una organizzazione separata, esclusiva e isolata.
    Nella lettera del 19 ottobre 1910 Bleuler, cercando di spiegare la sua esitazione ad iscriversi all’API, sottolineò la differenza tra lui e Freud: «Per Lei dare un assetto stabile alla Sua teoria ed assicurarne la accettazione è evidentemente diventato lo scopo e l’interesse di tutta la Sua vita [...] Per me la Sua teoria è solo una nuova verità fra altre verità [...] Io, perciò, sono meno tentato  di Lei di sacrificare tutta la mia personalità per l’avanzamento della causa [della psicoanalisi]» (ibid.).
    Alcuni mesi dopo, nella lettera dell’11 marzo 1911, Bleuler definì meglio cosa intendeva per “sacrificare tutta la sua personalità”: «Posso capire che la politica del “chi non è con me è contro di me” ed il principio del “tutto o nulla” è necessaria per le sette religiose  e per i partiti politici, ma per la scienza li considero dannosi [...] Io non credo che questa intransigenza serva all’Associazione. Non si tratta di una Weltanschaung [...] l’introduzione della politica della “porta chiusa” – aggiunse Bleuler nella stessa lettera –  ha fatto scappare un gran numero di amici e ha reso molti di loro emotivamente oppositori [...] Jung ha creduto [nella politica] delle  porte chiuse, mentre io l’ho considerata una politica sbagliata; Jung l’ha ritenuta vitale per la psicoanalisi; di conseguenza si è sentito obbligato a mandarmi via» (ibid.).
    Sulla posizione intollerante di Jung di quel periodo, assolutamente in contrasto con l’atteggiamento mentale assunto dopo il superamento della sua profonda crisi personale, ho avanzato in precedenza la mia ipotesi interpretativa. Oggi ben pochi sosterrebbero che l’intolleranza fosse un aspetto della mentalità di Jung. E probabilmente, contrariamente a quanto in genere si ritiene, non fu intollerante neanche Freud. A questo riguardo, mi sembra utile riportare quanto lo stesso Freud scrisse nelle Nuove lezioni di psicoanalisi nel 1932: «Si è soliti rivolgere a noi psicoanalisti l’accusa di intolleranza. L’unica manifestazione  di questa brutta qualità fu appunto quella di separarci da coloro che la pensavano diversamente da noi [...] Inoltre – a parte una significativa eccezione – si sono separati di loro iniziativa.
    Che cosa pretendete d’altro in nome della tolleranza? Probabilmente che, se qualcuno ha espresso un’opinione che noi riteniamo fondamentalmente errata, gli diciamo: “Grazie per averci contraddetti [...] È vero che non crediamo una sola parola di ciò che Lei dice, ma questo non importa. Probabilmente Lei ha ragione quanto noi. Chi può mai sapere, infatti, di chi è la ragione? [...]” Sarà questa, evidentemente, l’usanza del futuro, quando l’abuso della relatività einsteiniana avrà preso piede definitivamente. Per il momento, invero, non siamo ancora giunti a tanto» (Freud, 1932, p. 249).
    Per concludere, mi auguro che le precedenti considerazioni, basate sull’analisi di una serie di importanti vicende occorse nel movimento psicoanalitico negli anni 1907-1914, possano servire da stimolo per ulteriori studi e per una lettura critica, forse anche diversa, dei punti seguenti:
    •    molte rotture da parte dei primi psicoanalisti furono secondarie a contrasti su problemi di organizzazione e di politica scientifica e, soprattutto, a conflitti interpersonali piuttosto che a divergenze di idee;
    •    tali rotture, in forma di allontanamenti, dimissioni ed espulsioni, non furono conseguenza di aspetti di intolleranza o di antipluralismo, insiti nell’assetto teorico e pratico della psicoanalisi, che si andava strutturando, ma furono piuttosto conseguenza di intolleranza e di antipluralismo da parte di alcuni membri del movimento psicoanalitico;
    •    la posizione intollerante e antipluralistica di costoro si formò al fine di rafforzare la convinzione di essere dalla parte della verità e portò a giudicare come un pericolo per la “causa” la coesistenza con chi non era disposto ad accettare certi umori e certe politiche del movimento psicoanalitico stesso.


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Pubblicato in Psicoanalisi e Metodo, 10, 89-108, 2011.

 

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